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So’ Lillo

Vincitore morale di “LOL” grazie al suo “Posaman”, Lillo per la prima volta in 30 anni di carriera è ovunque, sulle magliette e sulle tazze, ed è diventato l’idolo dei più giovani

Ven 27 Ago 2021 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 7

Per la prima volta in trent’anni di carriera, la sua faccia è ovunque, dalle magliette alle tazze, sotto alla scritta “So’ Lillo”. Per chi non ha visto l’artista romano nel programma “LOL” (su Amazon Prime Video) sembra assurdo che si spieghi chi sia, perché è un fenomeno nazional-popolare conosciuto da tutti. Ma quella frase paradossale lo ha di recente trasformato in idolo delle generazioni più giovani. Lo dimostrano i piccoli giurati del Festival di Giffoni che per ore l’hanno chiamato a squarciagola “Posaman” e lui, tutte le volte, scattava in posa come il suo supereroe nella serie (anche fuori dal set, dove ha fatto una sorpresa a Leone, figlio dei Ferragnez). Non si tira mai indietro, anzi sembra si diverta sempre di più, come ha raccontato ai piccoli giurati dell’evento campano.

Ma lei non si stanca di ripetere la stessa gag da mesi?
«Assolutamente no, se non mi diverto io non riesco a far ridere gli altri. E di questo momento di leggerezza avevamo molto bisogno. Da sempre affronto la vita con ironia. Ho sviluppato questa comicità da bambino quando ero bullizzato, in parte perché a sei anni pesavo già quanto adesso e poi ero timido, quindi dovevo sviluppare altre qualità per farmi accettare».

Quindi la risata resta la sua pillola del buonumore?
«Anche quando sono triste – spessissimo sono depresso – combatto questo malessere con l’autoironia. Onestamente non pensavo che “So’ Lillo” sarebbe diventato virale, è nato tutto sul momento, anzi mi ha fatto pure ammonire perché ho sorriso».

Di solito ride delle sue battute?
«Quando le preparo sì, ma se mi riguardo no, perché divento ipercritico. Rido però moltissimo con i Muppets, Stanlio e Olio, Roberto Benigni e Peter Sellers».

Un episodio esilarante, ma in maniera involontaria?
«Una volta a teatro mi sono appoggiato su una quinta di scena e l’ho fatta crollare. Meno male che Greg si è riparato sotto lo stipite di una porta, se no lo avrei ucciso. All’inizio il pubblico pensava facesse parte del numero, poi ha capito che non era previsto e così ho dovuto chiudere il teatro, rimborsare i biglietti e far ricostruire quella parte di scenografia».

Che clima si respirava negli studi di “LOL”?
«Era un’improvvisazione tra amici, un’esigenza necessaria che ci mancava da troppo tempo. D’altronde ridere è un bisogno fisiologico per rispondere ad uno stato di malessere, quindi diventa necessario».

Alcune battute, come il fatto che lei ha un “metabolismo invidiabile” hanno messo a dura prova il contegno degli altri concorrenti. Da dove nascono?
«Da battute spesso a cena con qualcuno, spesso sono cose che dico per far ridere di me e ridere io stesso, nascono dal gioco o, come dico io, dal cazzeggio. Il difficile è capire se questi tormentoni divertono anche il pubblico».

Ricorda la prima volta in cui si è approcciato, da piccolo, all’arte di far ridere?
«Di sicuro ricordo la prima volta in cui ho creato una sceneggiatura con la fantasia: da bambino giocavo da solo con i soldatini e li dividevo in cattivi e buoni. Lo scopo era salvare una principessa in pericolo. Ecco, questa penso sia la prima storia che abbia mai inventato».

Da ragazzino come ha sviluppato questo talento per l’immaginazione?
«A scuola imitavo gli accenti dei professori e finivo sempre fuori dalla classe, non so neppure come sia riuscito ad arrivare al diploma».

Come ha affrontato questi mesi di lockdown?
«Durante la prima ondata sono quasi andato in depressione, allora per sdrammatizzare ho iniziato a postare un video al giorno su Instagram per avere un contatto immediato con le persone e ha funzionato, perché a me mancava il rapporto con il pubblico e alla gente serviva una piccola parentesi di leggerezza».

Cosa le viene in mente ripensando al debutto con Latte e i suoi derivati?
«Fin dal primo disco – che abbiamo chiamato “Greatest Hits” anche se non ci conosceva nessuno – ci siamo buttati con ironia. È stata una palestra di vita, perché magari un giorno ci esibivamo a Roma davanti a 2000 persone che conoscevano a memoria i nostri testi e quello dopo in una pizzeria di Mantova dove non ci si filava nessuno. Quel passaggio da “tutto” a “niente” è stato un allenamento psicologico sugli alti e bassi di questo mestiere».

Vale lo stesso per il ritorno in sala, per la prima volta con il pubblico dal vivo al Festival di Giffoni? I giurati quest’anno sono centinaia in meno.
«Anche se fossero stati in cinque dentro il cinema a me sarebbe andato bene lo stesso, perché il contatto con il pubblico mi è mancato terribilmente». 

Che ne pensa del politicamente corretto?
«Che non aiuta e tarpa le ali quando diventa esagerato. A volte è proprio il politicamente scorretto il canale di denuncia nella società e se usi la comicità per dare un pugno nello stomaco devi poter avere la libertà di affrontare anche temi considerati scomodi. Sempre però con il massimo rispetto».         
                       
 


POSAMAN, L’EROE CHE MANCAVA

Pasquale Petrolo (in arte Lillo), classe ‘62, è un artista romano comico a tutto tondo: prima fumettista, poi musicista e cantante della band rock demenziale “Latte & i suoi derivati”, in seguito conduttore tv e radiofonico, attore e regista. E non è detto che la lista in futuro non si allarghi. Lavora in coppia con Greg (Claudio Gregori) fin dagli esordi negli Anni Novanta: ha appena finito di girare e dirigere con lui il film “Gli idoli delle donne”, come ha raccontato al Festival per ragazzi di Giffoni. A settembre riprende la trasmissione 610 per Rai Radio 2 e, spera, anche il tour teatrale interrotto durante l’emergenza sanitaria. Di recente è diventato un fenomeno in solitaria per la serie “LOL” di Amazon Prime Video, che lo ha visto alle prese con gag esilaranti ormai diventate un tormentone e alter ego supereroici.

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