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Depressione post vacanza

Come affrontare questa sindrome una volta rientrati nella routine?

Ven 27 Ago 2021 | di Enrico Molise | Salute
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Sindrome da rientro. O stress-post vacanza. Oppure, in inglese, post vacation blues. È quello stato in cui ci si trova quando si torna dalle ferie o già qualche prima del rientro. «Si avverte una sensazione di tristezza diffusa e spesso non ben identificabile, almeno fino a quando non ci si mette a ragionare sulla sua provenienza», chiarisce Cristiana Bucci, psicologa-psicoterapeuta casertana che lavora da molti anni a Milano. 

Da cosa dipende?
«Il concetto chiave è il tempo. Siamo abituati a vivere la quotidianità con ritmi molto serrati, tra impegni, rincorse, incastri. Stiamo dietro a tante, a volte a troppe cose. I nostri giorni sono estremamente pieni e, quando non accade, ci sembra quasi di non aver fatto nulla. Molto della nostra routine è caratterizzato da scadenze e da orari che viviamo un po’ come imposti dall’alto».

Quindi la vacanza è una liberazione?
«Ci ritroviamo in un tempo che sentiamo di avere scelto in base ai nostri interessi e alle nostre passioni. Insomma, abbiamo organizzato una vacanza che ci rispecchia e che non vuol dire necessariamente per tutti restare otto ore in spiaggia». 

Negli ultimi tempi c’è una maggiore attenzione anche al contatto con la natura.
«È figlia dei cambiamenti della società. Dopo aver vissuto decenni in cui i ritmi sono diventati troppo veloci, il boom di certe discipline che permettono di entrare in contatto con se stessi è una risposta a certi bisogno che diventano sempre più emergenti. Ma c’è chi fa arrampicata o escursioni, chi si dedica in generale allo sport o frequenta laboratori di perfezionamento delle tecniche creative. Ognuno sceglie in base a quello che gli piace di più e che spesso non può praticare in maniera così immersiva durante l’anno. La vacanza rappresenta quindi quel tempo ritrovato per se stessi, per i propri ritmi, concedendosi anche alla lentezza che non vedo mai come un difetto». 

Come si affronta questo stress?
«Con i miei pazienti creo un interrogativo. Nel senso che li invito a riflettere su cosa c’è stato, sulle dinamiche che li hanno fatti sentire bene e vivere quel tempo in un modo così speciale e spesso inaspettato. Bisogna recuperare le coordinate di quel benessere affinché vengano rintracciate nella vita di tutti i giorni e non solo nel contesto vacanziero. È evidente che in quella situazione c’è qualcosa che ci ha toccati in un modo particolare».

Torniamo all’importanza del tempo.
«È naturale che la quotidianità sia fatta di lavoro e di impegni che non possono essere accantonati, però non bisogna diventarne vittime. A volte sembra impossibile. Spesso sento dire dalle persone che non hanno tempo, in un’espressione che non lascia spazio ad alcuna eventualità. Credo invece che l’ascolto di se stessi possa determinare un cambiamento importante delle dinamiche, anche perché in certi casi si tratta di una vera e propria difficoltà nel concedersi certi spazi, quasi come se non ce li meritassimo. Vale invece il concetto di dirsi più spesso di sì, anche a un momento non programmato e senza una cadenza scandita».

La pandemia ha inciso su queste dinamiche?
«Non solo nei liberi professionisti, ma anche nei dipendenti che durante il confinamento hanno lavorato da casa. Da una parte è comodo, ma dall’altra si ha la sensazione di non smettere mai: si è sempre raggiungibili, sempre soggetti a richieste continue a ogni ora del giorno. Intendo dire che quel tempo per sé è ancora più importante, sia per potersi tirare fuori dalla routine, ma probabilmente anche per uscire di casa. Per questo secondo punto dipende pure da come si vive e da come si organizza il tempo al di là delle mura domestiche, ma in generale possiamo dire che andare altrove aiuta visivamente a farci sentire in vacanza, a fare qualcosa di diverso rispetto agli altri giorni».                               

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