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Il museo migliora la vita

Si chiama museoterapia e in Canada viene prescritta dagli psichiatri. In Italia a Lucca il professore Vanni sta lavorando nella stessa direzione

Ven 27 Ago 2021 | di Angela Iantosca | Attualità
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E se invece dei farmaci gli psichiatri prescrivessero una visita al Museo? 

No, tranquilli, non è fantascienza, ma si chiama museoterapia e in alcuni Paesi già accade. «Dal 2018 in Canada la museoterapia è riconosciuta ufficialmente, prescrivibile esattamente come un farmaco, fino a cinquanta visite gratuite l’anno, all’occorrenza alla presenza di personale sanitario», spiega Maurizio Vanni, museologo internazionale e docente di museologia per il turismo (UNIPI) che recentemente ha pubblicato “La nuova museologia: le opportunità nell’incertezza. Verso uno sviluppo sostenibile” (Celid Edizioni), scritto a quattro mani con Domenico Piraina. 

In questo periodo sono successe due cose, la prima sappiamo è la pandemia: «Un tunnel nero che ci ha reso più tesi, più nervosi, disorientati, con stati di ansia e di paura. Sono stati mesi non ordinari: io stesso sono in difficoltà, nonostante mi senta un propulsore atomico di energia positiva. Considerando questi stati d'animo alterati e preso atto che la bellezza e la cultura, accompagnate da specifici laboratori, possono prevenire disturbi come ansia o depressione, sempre più i musei dovranno prendere in considerazione una relazione con la salute e il benessere in quanto si troveranno di fronte tante persone che faranno fatica a ripartire, a ritrovare il giusto equilibrio psico-fisico nei nuovi scenari. Le organizzazioni culturali avranno, dunque, un ruolo vitale come luoghi che offrono conforto, respiro e nutrimento per l’anima di tutte le persone. La seconda cosa importante è che il nostro Paese ha ratificato lo scorso settembre la Convenzione di Faro, che si fonda sul presupposto che 'la conoscenza e l'uso dell'eredità culturale rientrino pienamente fra i diritti umani, ed in particolare nell'ambito del diritto dell'individuo a prendere liberamente parte alla vita culturale della comunità e a godere delle arti'. È un passaggio stupendo. È norma. Ma attenzione: i musei devono non solo favorire la crescita culturale delle persone, ma devono pensare anche alla loro crescita umana e al loro benessere interiore. Questo ridisegna, almeno in parte, la museologia. Il discorso che i musei non erano più da considerare contenitori grigi e statici lo avevamo acquisito già da tempo, anche se non tutti avevano apportato cambiamenti a tal proposito, ma adesso abbiamo un pretesto ulteriore per abbattere definitivamente le barriere sociali». 

Perché il punto dal quale si parte sono proprio le persone più fragili e vulnerabili.  
«Le persone fragili sono quelle che stentano da un punto di vista socio economico, che vivono in luoghi di cura o nei centri sociali, che hanno malattie che creano disabilità fisiche e mentali. In questo caso il museo avrà bisogno di uno specialista di museoterapia, di uno psichiatra che, in qualche modo, sa come operare attraverso un processo di salutogenesi.  Il gruppo di persone, con carenze di qualsiasi tipo, diventa così “arte-mediato”: attraverso esperienze di condivisione estetica ed emozionale, risponde in modo inatteso alle sollecitazioni visive ed acustiche, cambia espressione del viso e manifesta desiderio di comunicare, verbalmente o attraverso il corpo, pur non facendolo da molto tempo. Non so cosa scatti, ma è incredibile notare come si crei una comfort zone rassicurante e stimolante proprio all'interno del museo. Tutti i pazienti manifestano partecipazione. Ognuno a suo modo».

Com’è la struttura del gruppo?
«Si tratta di massimo 15 persone, con uno psichiatra che prende in considerazione le opere esposte o propone un approccio interdisciplinare. Lo specialista, infatti, può utilizzare anche forme espressive altre come  la musica, il teatro o la danza. Chi ha problemi cerebrali ha spesso intuizioni istintive, pure, simili a quelle di un bambino, che una persona sovrastrutturata generalmente non ha. Paradossalmente, all'interno della comfort zone museale, questi visitatori speciali possono avere intuizioni migliore della nostra. Ad esempio in una delle nostre ultime mostre al Lu.C.C.A. Museum. loro percepivano nelle opere di Salvador Dalí cose o ipotetici “messaggi che noi non vedevamo. Perché sono liberi da qualunque condizionamento». 

È una cura?
«La potremmo definire una sorte di cura omeopatica. Ci sono risposte incredibili che la medicina non contempla. Dopo sei incontri (un laboratori completo prevederebbe almeno sei incontri), si vede una evoluzione, si percepisce un atteggiamento differente dei pazienti. E lo stare meglio dipende dalla sollecitazione delle arti in un contesto percepito come neutrale, ovattato, speciale, all'interno del quale non si rileva l’aggressività o il disagio del genere umano. Stanno meglio forse perché quel tipo di contesto permette loro di esprimersi senza essere giudicati». 

A chi si rivolge la museoterapia?
«La museoterapia si sta rivolgendo sempre più a pazienti con patologie come l'Alzheimer, l'Autismo, il Parkinson e, più recentemente, la SLA. Naturalmente sono studi nel loro stadio iniziale, non ancora acquisite come vere e propri prassi scientifiche da neurologi o specialisti del rapporto tra arte e cervello, ma la strada intrapresa è veramente interessante».

Perché museoterapia e non arteterapia?
«L’artetapia è un procedimento che allontana i pensieri negativi, che conduce le persone su altre dimensioni legate alla creatività e alla libera espressione. Dipingere, scolpire, fare teatro da protagonisti porincipali. Ma in certi casi questo potrebbe non essere sufficiente. Per i “visitatori speciali” ci vuole qualcosa che li allontani dal quotidiano, che li porti ad un diverso processo percettivo che non sia connesso al fare, ma al percepire. Ovviamente la museoterapia deve seguire percorsi proposti da specialisti. Non basta entrare in un museo e sperare di stare meglio. Dobbiamo abbattere  sovrastrutture mentali e provare ad allineare mente, anima e corpo. E il benessere è dentro lo stare meglio. Se le persone percepiscono stati di agio interiore e di benessere, il senso delle opere d'arte, i messaggi più o meno criptati arrivano totalmente. Il museo, dunque, libera, abbatte le barriere sociali e consente a tutti di concedersi alle emozioni legate alle opere d’arte. Ed è la stessa cosa di una storia d’amore vissuta solo in modo cognitivo: può risultare incompleta e asimmetrica. Solo con le emozioni pure scaturite da un utilizzo completo del sistema sensoriale possiamo vivere appieno una relazione sentimentale. Lo stesso accade in un museo. Con la conoscenza degli oggetti esposti lo si apprezza, ma non lo si vive. Questo vale per tutte le categorie di persone: ecco perché la museoterapia, unita ad altri laboratori connessi al benessere psicofisico (Mindful Museum, Museum Quantum Perception, ecc.) può fare la differenza in un momento complesso come quello attuale. Quindi a questo punto affermo che per un museo occuparsi di salute e benessere potrebbe risultare come la sfida della vita». 

Perché ha deciso di portare la museoterapia in Italia?
«Penso di aver facilitato la nascita in Italia di laboratori di museoterapia. Durante i miei studi su modelli virtuosi di gestione e governance museale internazionali, ho trovato in Canada una grande attenzione alla formazione didattica e laboratoriale. A Montreal mi parlarono di un concetto che mi colpì molto: 'La cultura cura. I musei possono aiutare persone fragili e vulnerabili a stare meglio'. Ho sollecitato uno psichiatra, caro amico, il Prof. Enrico Marchi, specialista di Arte-terapia, a  prendere in considerazione questa tipologia di laboratori cercando di stare al suo fianco. Certamente la strada è ancora lunga, ma il dado e tratto e il desiderio di fare sempre meglio, di sperimentare e di creare 'prassi scientifiche' è alto. A Lucca abbiamo sperimentato questi modelli per circa un anno. Adesso la sfida è farlo con altri musei». 

Un modo nuovo di vedere il museo che dovrebbe coinvolgere l’intera comunità. 
«I musei devono arrivare ad abbattere le barriere sociali, a profilare i propri pubblici per proporre offerte e laboratori sempre più su misura per tutti, comprese le persone meno fortunate. Questa è l’unica strada possibile per far dialogare i musei con tanti pubblici.  Per raggiungere questo obiettivo il museo deve trasformarsi in un un luogo vivo, dinamico, trasversale, accogliente, colorato e 'abbraccioso', nel rispetto delle sue funzioni tradizionali e istituzionali. Il museo offre un servizio pubblico, quindi deve allungare la mano verso tutte le persone, nessuna esclusa».                                                             

 


MAURIZIO VANNI

Maurizio Vanni, storico dell’arte, museologo, specialista in governance e marketing museale. È direttore generale del Lu.C.C.A. Lucca Center of Contemporary Art, docente di Marketing non convenzionale all’Università Tor Vergata e di Museologia per il turismo all’Università di Pisa. È autore de “Il Museo diventa impresa. Il marketing museale per il break even di un luogo da vivere quotidianamente” (Celid, 2018) e de “La nuova museologia: le opportunità nell’incertezza. Verso uno sviluppo sostenibile” (Celid, 2020) scritto con Domenico Piraina.

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