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Andiamo a riempire le sale dei cinema

L'autunno e Venezia portano nei cinema titoli (soprattutto italiani) di grande livello. Ora tocca a noi

Lun 27 Set 2021 | di Boris Sollazzo | TV/Cinema
Foto di 5

Freaks out

Regia: Gabriele Mainetti 
Genere: Dramma
Voto: 4.5/5

Più di due anni di lavoro, un budget di altissimo livello soprattutto per il cinema italiano, un cast azzeccatissimo, una storia ambiziosa. Gabriele Mainetti dopo “Lo chiamavano Jeeg Robot” era atteso al varco e l'attesa è aumentata a dismisura quando una post produzione lunghissima e lo stop dovuto al Covid ha dilatato i tempi e pompato la voglia di vederlo. Venezia 78 si è accaparrata l'anteprima mondiale più ambita tra le produzioni italiane e non se n'è pentita, nonostante i grandi quotidiani siano stati freddi e così la stampa estera. La verità è che Gabriele Mainetti (e Nicola Guaglianone, non dimentichiamolo mai quanto sia centrale il lavoro di questo sceneggiatore nella nouvelle vague italiana) ha alzato l'asticella della grammatica cinematografica moderna, soprattutto nel nostro paese, per quanto riguarda autorialità e intrattenimento, costruendo nuovi percorsi in generi precedentemente taboo e intervenendo anche su un'iconografia delle immagini in movimento fino a poco tempo fa ammuffita. Todd Browning incontra l'epica dei supereroi che ci dice che un grande superpotere è una rogna e gestirlo un fardello e che un supereroe è fondamentalmente un megalomane nel migliore dei casi e uno psicotico nel peggiore, ma più spesso entrambi. Quattro ragazzi, un profeta folle come capo, la Storia come sfondo, Fellini come riferimento immaginifico, la capacità di commuovere, incantare e riscrivere il concetto di (super)eroismo, Mainetti conferma tutti i suoi talenti e ci aggiunge quello di saper creare una factory, un universo e un immaginario personale, di rischiare tutto. Questo gioiello non è detto conquisti il pubblico, perché è una sfida enorme. Ma è solo con registi, sceneggiatori e attori di questo tipo che ci salveremo. Forse.

 


Ariaferma

Regia: Leonardo Di Costanzo 
Genere: Dramma
Voto: 4.5/5

Piccola premessa-confessione del recensore: il sottoscritto il duo Toni Servillo-Silvio Orlando lo seguirebbe con entusiasmo anche con camera fissa su una loro partita a scacchi. Sono il meglio del cinema e del teatro italiano, hanno attraversato decenni con il loro talento mantenendo immutato il loro carisma e la loro potenza espressiva. Anzi, sono migliorati. Se poi metti Leonardo Di Costanzo, che al rigore registico affianca l'amore per gli attori e per storie difficili che inquadrano la complessità in parabole esistenziali drammatiche e sofferte, ecco che non si poteva fallire. I tre, nei reciproci ruoli, indagano l'animo umano con ruvida precisione e sensibilità, usando ogni potenzialità del cinema: spazi, ritmi recitativi e angolazioni visuali, tempi di dialogo e di espressione. Un concerto in cui sobriamente tutti mettono il loro talento, ma sempre in "levare", per raccontare senza retorica ed enfasi un mondo assurdo e reale, quello di un carcere in dismissione in cui agenti penitenziari e una sporca dozzina di detenuti dovranno condividere spazi, momenti di vita, una nuova distonica armonia dovuta alla nuova imprevista situazione. Di Costanzo riesce con bravura a sfruttare questo carcere che è quasi un anfiteatro claustrofobico per renderlo coprotagonista e soffocante teatro delle fragilità e rabbie di ognuno, anche grazie a comprimari di altissimo livello e perfettamente funzionali alla storia come Ferracane e Striano. Esattamente come ogni singola inquadratura, gesto, parola. Una di queste riassume il film in un termine comune, in un intercalare. Che in Ariaferma diventa poesia e vita.

 


Madres Paralelas

Regia: Pedro Almodovar 
Genere: Dramma
Voto: 4/5

Pedro Almodovar è invecchiato e noi con lui. Ed è bello perché insieme non ci ostiniamo a rimanere ‘gggiovani’, ma con leziosa malinconia scopriamo altro da e di noi, non tradendoci. Ecco da “Volver” in poi (e forse, in qualche modo già da “Tutto su mia madre”), il rutilante e anticonformista Pedro, simbolo della Spagna libera, libertina e un po' (tanto) psicotica e schizofrenica del postfranchismo, è diventato un autore maturo, più devoto al cinema e ai suoi attori feticcio, più dolce e meno provocatorio, capace di passare dal durissimo “La mala educacion”, da thriller estetizzanti e feroci, a commedie drammatiche come questo “Madres Paralelas”. Almodovar è anche ora più citazionista, ha modelli di cui non si "vergogna" ed ecco che questo melodramma politico - due donne divise da generazioni, classi sociali, ma unite da un destino di solitudine partoriscono lo stesso giorno nella stessa clinica e il destino le terrà insieme - trovi molto di “Douglas Sirk” (ma anche, a suo modo, di “Fassbinder”), ovviamente in salsa pedriana. La solita Penelope Cruz viene "suonata" come uno strumento soave e rock dal suo regista, in un racconto che torna alle origini perché è ostinatamente contrario all'ossessione della cancellazione della memoria che il mondo ha messo in atto e a partire dalla sua Spagna.

 



I'm your man

Regia: Maria Schrader 
Genere: Commedia
Voto: 3/5

Fin dalla commedia all'italiana più commerciale (pensiamo a Io e Caterina), raccontare l'intelligenza artificiale come la risposta sentimentale, emotiva, amorosa alle mancanze dell'essere umano è stata una tentazione straordinaria (e a riuscirci al meglio forse sono riusciti, recentemente, solo “Ex Machina” e “Her”), ma spesso mal sfruttata. E non a caso si finisce troppo spesso per finire nel melodrammatico complottista (“S1mone”) o nel tragicomico. Strada, quest'ultima, scelta da Maria Schrader, in alcuni momenti di questo film, mentre il primo è il pretesto per rovesciare il senso del genere. Ne esce fuori un film imperfetto e interessante su una donna, intellettuale e raffinata, ma rassegnata emotivamente all'aridità, e un robot, Tom, costruito e programmato per essere il suo uomo ideale. Maria Schrader gioca sugli attori, bravissimi, sul controllo di sé, più umano che cibernetico perché i pregiudizi umani sono peggio dei limiti dei software, su una ricerca di felicità perennemente messa in ostaggio dall'autosabotaggio. Per tre settimane i due convivono, la regista volutamente offre loro location asettiche e quasi neutre, continuamente mostra quanto sia robot l'una - quasi ottusa nel non uscire dalle sue barriere autoimposte - e umano l'altro - programmato così bene da rendere razionali i sentimenti - e sull'inadeguatezza della perfezione, soprattutto in amore. Film da vedere. Magari non in coppia. O forse sì.

 


La scuola cattolica

Regia: Stefano Mordini 
Genere: Dramma
Voto: 1.5/5

Sia chiaro, il pubblico deve dividersi, qui, tra chi ha amato il libro omonimo del premio Strega Albinati e chi l'ha detestato o non letto. Perché quella violenza espressa e quasi insopportabile, al limite del gratuito per molti è stata fastidiosa fin dalle pagine scritte. Perché 1300 pagine che cercano di raccontare quella prevaricazione fisica, politica, ideologica degli anni '70, soprattutto maschile, a corrente alternata ci riesce. Non così il film che concentrandosi sull'orrore del Circeo sembra dimenticarsi il contesto politico e antropologico del tempo e ne fa un' “Arancia Meccanica” monca all'italiana. Non basta certo un Lucio Battisti cantato in coro - contestualizzazione canora molto grossolana - e le facce giuste (che bravi Porcaroli e Tersigni, finalmente cominciamo ad avere uno star system under 30?) per andare a raccontare il dolore di un'epoca, di una generazione, di archetipi (dis)umani. Mordini sembra non mettere a fuoco nulla di quanto può interessare di una storia come questa, si rimette a film come “I figli della notte” di Andrea De Sica e “Favolacce” dei D'Innocenzo, dove la dimensione politica è rarefatta (ma c'é, De Sica ne fa una questione di potere economico e di aristocrazia borghese, i fratelli d'oro una questione di classe "territoriale"), ma non assente. Qui invece è tutto anestetizzato tranne la violenza coreografata, il gusto per l'inquadratura giusta, da storyboard, ma senz'anima e senza potenza espressiva. E i giovani e in alcuni casi acerbi interpreti, pur essendo superiori al film, a volte annaspano.

 


IMAGNIFICI 7 (IN SALA)

Freaks out: Mainetti ci ha fatto aspettare sin troppo, ma ne è valsa la pena. Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo e Pietro Castellitto da applausi, ma non dimentichiamoci il lavoro eccelso di Guaglianone.

Ariaferma: Servillo-Orlando è una coppia che dovremmo far diventare patrimonio dell'Unesco. Li troviamo a duellare in un carcere. Se Fabrizio De Andrè fosse stato un regista, avrebbe scritto “Ariaferma”.

The Velvet Underground: Haynes ha portato forse come nessuno la musica, il grande rock, al cinema. Qui lo fa dicendoci cos'era questo gruppo iconico e ancora più la New York di quegli anni. Irresistibile.

Madres Paralelas: Pedro Almodovar lavora sul concetto di memoria e futuro, di femminilità e eredità umana e politica con sensibilità e profondità. Uno dei migliori film del Maestro degli ultimi anni.

I'm your man: esiste l'uomo perfetto? Può esserlo solo un robot programmato per esserlo e forse proprio questo lo rende bello e impossibile. Nel senso più ampio del termine. Film imperfetto, ma affascinante.

Il materiale emotivo: Sergio Castellitto come regista e attore non fa mai zero a zero. Figuriamoci su una sceneggiatura della coppia mai troppo compianta Scola-Scarpelli (riscritta da lui, la moglie Margaret Mazzantini e il disegnatore Ivo Milazzo). Può non piacere, ma colpisce.

La scuola cattolica: buttarsi in un progetto ambizioso evitandone i rischi maggiori è un delitto. Ottimo il cast giovane, ma la mancanza di coraggio e l'autocompiacimento della regia anestetizzano tutto. Anche loro.
 

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