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I morti non parlano

Flavia Famà: in un libro la sua inchiesta sui falsi positivi colombiani, la storia che pochi conoscono

Lun 27 Set 2021 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 11

Gli occhi di quei ragazzi sono lì, sulla fronte delle madri. La guardano. Non le danno tregua. Mordono la sua coscienza. Le chiedono di dare loro voce. Di dare ancora più senso alla memoria, al sacrificio di suo padre, a quell’impegno che da sempre muove i suoi passi. 
Non le danno tregua gli occhi dei falsi positivi e la richiesta di aiuto delle mamme di Soacha, periferia povera di Bogotà, da quando le ha incontrate durante un viaggio organizzato dal settore internazionale di Libera in Colombia. 
«Nel 2014 insieme a Libera sono stata in Colombia, all’interno dei viaggi della memoria e dell’impegno che da qualche anno venivano organizzati in America Latina. Prima della Colombia ero stata in Argentina e Messico. In quell’occasione abbiamo visitato le sedi delle associazioni, i familiari delle vittime dei crimini di stato, in particolare le madri dei falsi positivi».
 
Chi sono i falsi positivi, eufemismo che nasconde uno dei più grandi orrori della storia colombiana? 
«Sono ragazzi che, negli anni, con un picco tra il 2002 e il 2008, sono stati rapiti, torturati, uccisi e travestiti da guerriglieri, facendo finta che fossero morti in combattimento. Una rappresentazione scenica per dimostrare l’efficacia dell’offensiva contro la guerriglia e anche un modo per l’esercito di prendere i bonus previsti per legge dal governo colombiano. Cosa significa? Per ogni guerrigliero ammazzato erano previsti dei regali, come le ferie di Natale a casa o un corso di inglese in Europa. All’epoca, quando sono andata io, si contavano già circa 5000 falsi positivi». 
 
Cosa è accaduto quando hai incontrato le mamme di questi ragazzi?
«Sono rimasta sconvolta. Anche perché sono una persona attenta a questi temi e non ne sapevo nulla. Quello che si sa in Europa del conflitto è che c’è la guerriglia, che la Betancourt (militante della difesa dei diritti umani, candidata alla presidenza della Repubblica, fondatrice del partito “Ossigeno”, è stata rapita dalle Farc nel 2002, è stata liberata dopo 6 anni - ndr)  è stata presa, poi liberata: fine della storia della Colombia in Italia. Così, all’epoca, presi l’impegno che avrei fatto qualsiasi cosa per far conoscere queste storie. Da lì ho cominciato a scrivere qualcosa e poi è nata l’idea di un libro che desse voce alle varie voci del conflitto. Perché, dalle diverse narrazioni, sembrava che i guerriglieri fossero buoni e che i cattivi fossero solo quelli dell’esercito e i paramiliatari. Ma non è proprio così. I confini sono labili e l’unica vittima è il popolo. La verità è che sono diventati tutti disumani in questi anni. Anche la guerriglia, benché sia nata per rivendicare le terre, garantire la salute e l’istruzione nei posti più difficile della giungla, per finanziarsi e contrastare la violenza dello Stato, è stata la prima a organizzare i sequestri di persona. Ad esempio, una pratica diffusa da un gruppo di guerriglieri che non ha ancora firmato gli accordi di pace erano le pesche miracolose». 
 
Cosa sono le pesche miracolose? 
«Mettevano un posto di blocco e chiunque passava di lì veniva fermato e sequestrato per chiedere il riscatto. Ho intervistato una persona sopravvissuta a questa pesca miracolosa...». 
 
Quindi il libro “I morti non parlano” (Villaggio Maori Edizioni) è nato proprio per dar voce alle storie meno conosciute.
«E anche mostrare un aspetto diverso. Non ho voluto scrivere un libro di storia, ma ho voluto ricostruire la storia attraverso chi l’ha vissuto sulla propria pelle, in modo da far emergere qualcosa che non c’è sulle pagine dei nostri libri». 
 
Il titolo del libro da dove nasce?
«Nasce da una intervista che ho fatto ad una persona che prima è stata rapita, durante la pesca miracolosa, poi come reazione a quel rapimento, si è avvicinato ai paramilitari. Mi ha racontato tutta una serie di cose. Quando io gli ho domandato se fosse disposto a raccontarlo ai tribunali lui mi ha risposto: “No, perché in Colombia si dice che i morti non parlano. Se io parlo, sono morto”».
 
Come hai fatto a ricostruire tutto?
«Prima di tutto quando sono andata in Colombia sono tornata con una valigia piena di libri, documenti presi dal Centro di memoria storica e dal Movice (Movimento vittime di stato) e con tante testimonianze. Poi ho mantenuto i contatti e ho potuto contare anche sui tanti amici colombiani che vivono in Italia. In questi anni, se mi servivano documenti, me li facevo spedire. Inoltre, conoscendo spagnolo e inglese, sono riuscita a leggere molti documenti desecretati che sono disponibili anche online». 
 
Quanto la tua vicenda personale e umana ha influito?
«Tanto. Dare voce a loro è rendere concreta la memoria. Quando ho visto le mamme di Soacha e ho ascoltato le loro storie e ho visto come hanno ridotto i figli, ho provato la stessa sensazione di quella sera: ricordo benissimo cosa sentivo mentre mi recavo in ospedale da mio padre. I brividi, il non riuscire a parlare per ore l’ho provato di nuovo di fronte a quelle storie, a quelle foto che mi mostravano le mamme. Hanno restituito alle mamme i loro figli a pezzi, nelle buste della spazzatura: a uno dei ragazzi hanno sparato 13 colpi in viso, un altro l’hanno fatto ritrovare morto con la bocca piena di mosche… Li hanno cercati per mesi e le prendevano per pazze. Un giorno, un funzionario di medicina legale gli disse di andare nel nord, a 800 km da casa loro. Quando arrivarono lì, poiché era morto un calciatore famoso, c’erano tantissimi giornalisti che, quando hanno visto queste donne sedute che aspettavano con le foto dei figli in mano, hanno chiesto informazioni e le mamme davano la stessa versione: “Mio figlio è scomparso, lo sto cercando e qui mi dicono che era un terrorista”. Ma, per esempio, uno di loro, Leonardo era disabile al 50%, metà corpo non lo muoveva, non avrebbe mai potuto tenere un’arma in mano. Da lì è scoppiato il caso… E io, quando le ho sentite, mi sono immedesimata e ho pensato che noi siamo fortunati, che noi possiamo chiedere giustizia: lì, chi prova a farlo, viene ammazzato. Molte hanno dovuto lasciare il Paese. Quindi, se non diamo voce noi, se chi ci è passato attraverso una sofferenza non dà voce, chi lo deve fare?». 
 
Sono tanti i colombiani fuggiti dal Paese?
«Sono milioni in Europa i colombiani scappati. Molti di loro sono scappati perché perseguitati, molti perché lì è impossibile vivere in modo tranquillo. Il problema è che molti vengono perseguitati anche in Europa, perché vengono tenuti sotto controllo: c’è una forte presenza paramilitare colombiana in Europa e in Italia. Qualcuno di loro che ha tentato di raccontare la propria storia ha ricevuto minacce». 
 
Nel tuo libro si parla anche dei collegamenti tra Colombia e ’ndrangheta. Qual è il punto di contatto?
«La droga, il porto di Gioia Tauro dove viene smerciata la droga. La ‘ndrangheta c’entra con i cartelli del narcotraffico e con figure chiavi come Salvatore Mancuso e Domenico Mancuso. Nel libro riporto alcune inchieste portate avanti dalla Direzione Distrettuale Antimafia, dalla Procura di Reggio Calabria e da diverse altre Procure».
 
La prefazione è di Nando Dalla Chiesa.
«Mi commuove la sua prefazione, perché ha colto il cuore del libro, il mio voler dare un piccolo contributo alla memoria e alla verità. Perché solo attraverso la verità e la giustizia si può ridare dignità alle storie e arrivare ad una pace vera, non solo firmata. In Colombia accadono cose di cui non si parla a sufficienza: c’è la guerra verde, cioè la guerra per gli smeraldi, esattamente identica a quella dei diamanti insanguinati, non ci sono tribunali, a volte i tribunali non hanno sedi, a volte non hanno servizi igienici e la responsabilità dei crimini è condivisa da talmente tanti uffici diversi da non far capire alle vittime a chi debbano rivolgersi. L’obiettivo, nonostante la Colombia sia sulla carta una democrazia meravigliosa, è quello di non far arrivare alla giustizia e alla verità». 
 
Come ti ha cambiato tutto questo? 
«Sicuramente ha allargato la prospettiva. Vedere non solo la mia storia personale, ma capire come posso fare per aiutare gli altri in maniera più concreata e capire che quello che per noi può essere un problema, per loro non è niente… mi ha cambiata. Mi ha cambiata non poter attraversare la strada da sola, stare in un Paese in cui rischi continuamente di essere rapito perché vendono gli organi delle persone oppure ti vendono. Mi ha cambiata stare in una città come Bogotà in cui il tempo cambia ogni 15 minuti, mi ha cambiata non poter prendere l’autobus, vedere che eravamo osservati e seguiti, mi ha cambiata non poter aiutare superficialmente le persone, perché se decidi di aiutare qualcuno lo devi mettere in sicurezza, perché rischia la morte per il solo fatto di aver parlato con te. Siamo fortunati in Italia. Per questo dobbiamo fare di più per chi non ha nessun diritto».                                                

 


FLAVIA FAMÀ
Flavia Famà è nata a Catania nel 1982. Figlia dell’avvocato Serafino Famà, vittima innocente della mafia, ucciso a Catania il 9 novembre 1995, si è laureata in Legge nel 2011, ha frequentato un corso post lauream sugli scenari internazionali della criminalità organizzata presso l’Università Statale di Milano nel 2013 e nel 2015 un master di II livello sulla tutela internazionale dei diritti umani presso l’Università La Sapienza di Roma. Nel 2014 ha conseguito l’abilitazione forense. Grazie all’incontro con l’associazione Libera contro le mafie porta la sua testimonianza nelle scuole per sensibilizzare ragazzi e docenti a riconoscere e respingere il modello mafioso. Da anni collabora con il settore internazionale dell’associazione. Ad ottobre 2021 pubblica il suo primo libro “I morti non parlano – La guerra infinita in Colombia” (Villaggio Maori Edizioni).

 


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