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#SAVEAFGHANWOMEN Non dimentichiamo

E tu sai cosa significa dover lasciare la propria terra?

Lun 27 Set 2021 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 28

Ad agosto tutto è cambiato in Afghanistan e in pochi giorni venti anni di conquiste sono state spazzate via. La rete internazionale, i volontari, i benefattori si sono attivati immediatamente per mettere in salvo più persone possibili, ma molte organizzazioni sono rimaste e molte non intendono abbandonare il Paese, perché c’è tanto ancora da fare. A noi il compito di non dimenticare e di continuare a tenere alta l’attenzione. Per farlo, abbiamo raggiunto alcune organizzazioni e abbiamo dato voce a un bambino che è fuggito da quel Paese dieci anni fa, per non diventare un kamikaze, e ad una regista che ha avuto il coraggio di sfidare le regole, è riuscita a scappare e a portare la sua voce al Lido di Venezia.

 


E fu il giorno


di Nadia Afragola

Il Giorno è arrivato. Quello che nessuno si aspettava, ma che tutti in qualche modo temevano. È il giorno in cui un Paese intero, l’Afghanistan, fa un balzo nel passato di vent’anni, il giorno in cui le truppe statunitensi si ritirano, mettendo fine alla guerra più lunga mai intrapresa dagli USA. È il giorno in cui le associazioni umanitarie rimaste sul territorio fanno i conti col terrore di un nuovo governo talebano, che punta il fucile contro chiunque abbia a che fare con l’Occidente. Pangea è una di queste. Silvia Redigolo si occupa della comunicazione e della raccolta fondi per l’associazione e, insieme a Luca Lo Presti e Simona Lanzoni, si è trovata a dover fronteggiare la più dura delle situazioni senza poter essere in trincea, come sempre, ma in Italia. 
In vent’anni di lavoro hanno aiutato cinquemila donne afghane, distribuito micro crediti che hanno dato il via a nuove imprese e hanno ridato la speranza a chi non poteva nemmeno permettersi di sognarla. Oggi si ritrovano a fare i conti con il giorno più nero, senza però dimenticare mai le promesse fatte a quelle donne e a quei bambini afghani, a cui non smetteranno mai di tendere la mano. Perché anche se i riflettori si spegneranno, ci sarà sempre qualcuno pronto a portare la luce. 
Tutti, oggi, conoscono Pangea, anche se un mondo senza Pangea sarebbe meraviglioso. 
«È questo quello che amiamo ripeterci tra colleghi. Sarebbe un mondo senza emergenze e privo di violenza. Purtroppo, è utopia. In 20 anni abbiamo buttato davvero tanti semi e li abbiamo sempre visti fiorire. Ci siamo impegnati in tantissimi progetti e le radici del nostro lavoro sono ormai solide. Di certo sarebbe stato meglio non sentire parlare in questi termini dell’Afghanistan e delle donne di Kabul». 
Come avete vissuto a livello personale questa vicenda?
«Nei primi giorni di settembre saremmo dovuti partire per Kabul, mancavamo da un anno e mezzo, a causa della pandemia. Sapevamo che le dichiarazioni degli Stati Uniti avrebbero creato problemi, dovevamo essere sul campo per discutere dei cambiamenti da apportare al progetto. Da inizio agosto le notizie andavano peggiorando, fino al 14, quando tutto è degenerato. Abbiamo pensato di anticipare la partenza, ragionando d'istinto. Poi però ci siamo dovuti arrendere all'evidenza. Abbiamo sconnesso il cervello dal cuore e abbiamo capito che la nostra presenza da occidentali avrebbe messo in pericolo sia noi che i nostri colleghi. Il 15 agosto i talebani entrano a Kabul e decidiamo insieme allo staff di bruciare tutti i documenti in ufficio, era importante non lasciare traccia delle nostre beneficiarie legate al microcredito, perché avrebbero rischiato la vita in quanto sostenitrici dell’Occidente. Non si poteva avere foto di parenti sui telefoni e persino noi abbiamo cambiato le nostre immagini profilo sui social: chiunque avesse avuto contatti con l'Occidente poteva essere ucciso. Emotivamente è stato difficilissimo. Poi sono iniziati i rastrellamenti».
C'è stato un momento peggiore di questo nella vostra esperienza?
«Direi di no. Emotivamente non ci siamo ancora ripresi. Io, Luca e Simona, la responsabile dei progetti, ci siamo ritrovati dal 15 agosto in poi a impegnarci per salvare i nostri amici e colleghi rimasti a Kabul. È una sensazione che non passa».
In mezzo a disperazione, gente in fuga, eserciti e terroristi come si fa a farsi ascoltare?
«E pensare che siamo riusciti a farci ascoltare da tutti, nonostante fossimo a metà agosto, quando tutti sono in spiaggia e difficilmente si riesce a spostare l'attenzione verso l'Afghanistan. La gente ci ha commosso. Attraverso i social è iniziata la condivisione dei nostri appelli. Non ci siamo sentiti soli. E non ci siamo risparmiati, non ci siamo fermati davanti a nulla per salvare tutti».
"Non è nostro interesse rimanere": che effetto le ha fatto sentire questa frase?
«È esattamente quello il centro del discorso. L'Afghanistan non interessava più strategicamente. Ricordo anche un'altra frase, che era: "Obiettivo raggiunto" e l'ho sentita il 15 agosto. Mi domando quanto sia costato quell'obiettivo, quanto siano costati i venti anni precedenti e quanto abbiano perso. Noi come Pangea continueremo a lavorare a Kabul».
Perché è così scomodo il progetto Pangea per i talebani?
«Abbiamo dato consapevolezza dei propri diritti a più di 5000 donne afghane, che nel 2003 non esistevano come identità, ed oggi sono diventate imprenditrici e mantengono i loro figli. È un progetto che ha creato economia e autonomia. E in un governo di repressione, è spaventoso». 
Anche se oggi si trova in Italia, non ha paura di ripercussioni?
«Se potessi ripartirei per Kabul anche oggi. Non ho mai avuto paura di ripercussioni».
La P disegnata sulle mani delle donne di Pangea è una delle immagini che non si dimenticano. 
«Un'immagine molto forte. Andare in aeroporto era difficilissimo ed una volta arrivati si rimaneva in fila anche per trenta ore sotto il sole, senza acqua e cibo, si rischiava di rimanere schiacciati tra la folla, con i talebani che sparavano e picchiavano. Ma quella era l'unica alternativa per vivere. L'idea di disegnare la P sulle mani è nata tra noi e i militari, serviva un tratto distintivo veloce da riconoscere che identificasse gli appartenenti al progetto Pangea. Fortunatamente ha funzionato bene».
Che destino attende le persone del progetto Pangea evacuate da Kabul?
«È ancora tutto da capire, probabilmente avranno lo status di rifugiati politici, non sappiamo se verranno trasferiti in famiglia o in centri di accoglienza temporanei».
Qualcuno ha pagato per l'attivismo di questi anni?
«Tutti hanno pagato il prezzo delle loro azioni, perché hanno dovuto lasciare il loro Paese. Loro amano l'Afghanistan e il lavoro che svolgevano lì. Sono molti i casi in cui abbiamo dovuto convincere le persone a prendere quei voli. Nessuna delle nostre ragazze ha pagato con la vita questo attivismo, ma purtroppo altre ONG hanno contato delle vittime». 
Come si affronta l'esultanza dei talebani?
«Quell'esultanza corrisponde ad un futuro pieno di difficoltà per le donne e i bambini afghani. Questo è ciò che vediamo quando guardiamo quelle immagini di festeggiamenti». 
Quali sono le testimonianze delle donne che aspettavano gli aerei che le avrebbero salvate?
«Erano terrorizzate. I talebani rastrellavano casa per casa. Se le avessero trovate sarebbero state sottomesse, avrebbero subìto matrimoni forzati, violenze o addirittura la morte».
Cosa preoccupa di più la comunità internazionale: la sicurezza o i diritti?
«L'Afghanistan in questi anni non è mai importato a nessuno. Gli stessi giornalisti che oggi mi chiamano, fino a un mese fa non rispondevano al telefono. Le luci, però, si stanno nuovamente spegnendo: ci si arrende al fatto che quel Paese debba stare in quella condizione, come se un paese possa mai adeguarsi al sangue e a non avere diritti.
L'Afghanistan ha già lasciato le prime pagine dei giornali, anche se le immagini della gente caduta dagli arerei sono ancora calde». 
Possono i social aiutare la diffusione della consapevolezza?
«Sì. Bisogna capire se sarà permesso alle donne afghane di usare ancora quegli strumenti e se l'Occidente sarà pronto a capire quelle immagini. Spesso siamo mossi dall'onda emotiva, che però scema non appena torniamo ai problemi quotidiani. Il buio che si genererà creerà enormi danni». 
Adesso qual è il vostro compito?
«Mettiamo al centro le donne, i bambini e i loro bisogni. Aiuteremo le persone che sono in Italia, avviandole ad un percorso di integrazione. Il progetto a Kabul rimane in vita grazie alle nostre attiviste che negli anni si sono esposte meno e che potranno muoversi più in sicurezza, continuando a distribuire i microcrediti che sono alla base di Pangea. L'altro progetto è l'accoglienza di quelle persone che sono rimaste a Kabul, non sono riuscite a evacuare e che ora vivono in strada. Pangea in questi vent'anni ha fatto delle promesse e non siamo mai venuti meno. Non molleremo».
Non sono previsti rinforzi dall'Italia?
«Abbiamo sempre lavorato sul locale, ma al momento non prevediamo di mandare nessuno in Afghanistan. La presenza di un occidentale metterebbe a rischio tutto il progetto, non solo noi».                                                  


 



NOI NON CE NE ANDIAMO


Dalle pink shuttle agli hub per la formazione delle donne. I 10 anni di impegno di nove onlus

di Angela Iantosca 

«Non lasciamo l’Afghanistan. Abbiamo dovuto sospendere molti dei progetti, ma manteniamo il sostegno a bambini, famiglie e persone con disabilità. È pronto a partire il piano di emergenza (cibo e assistenza sanitaria) per la parte più povera della popolazione». A parlare così è Flavia Mariani responsabile della comunicazione di Nove Onlus, presente in Afghanistan dal 2012. «Abbiamo sempre avuto una serie di progetti incentrati su donne, bambini e invalidi. Abbiamo curato un progetto per sostenere la squadra in basket maschile e femminile in carrozzella. Abbiamo raggiunto numerosi obiettivi, partendo dalle donne, concentrandoci sull’avviamento al lavoro, sull’imprenditoria femminile e anche sulla ‘cura’ della loro emancipazione, attraverso l’apertura di una scuola gratuita di patenti a Kabul. In 4 anni abbiamo fatto ottenere 475 patenti ad altrettante donne. Partendo da questo, abbiamo lanciato un’operazione di cui si è parlato molto, il Pink Shuttle, un servizio di donne per le donne alla guida di mini van. Abbiamo resistito anche durante il Covid, quando, per esempio, il servizio è stato utilizzato per fornire medicine, cibo alla popolazione, successivamente uno dei van è diventato un mezzo servizio di trasporto gratuito per le atlete in carrozzella. Le Pink Shuttle sono tutte donne che hanno sfidato un po’ lo status, ottenendo un enorme riconoscimento: sono diventate una bandiera per le donne a Kabul. Ma anche gli uomini erano contenti. Sarebbe diventata una impresa autogestita. Abbiamo creato un Hub per la formazione femminile, WiBH - Women in Business Hub, che ha anche istituito un premio nel 2020, Woman in Business Prize, assegnato alle migliori idee di imprenditoria femminile». 
Quali sono le storie di queste donne?
«Nell’ultimo ventennio c’è stato un grosso lavoro sulle donne e loro sono state molto reattive. Ci sono storie di donne che partivano da una estrema povertà economica e culturale e che dovevano mantenere famiglie numerose. C’è la storia di una vedova che aveva parecchi figli, il padre cieco, la sorella disabile: grazie al primo corso di literacy con noi ha preso il primo lavoro come spazzina, poi ha preso la patente, è stata assunta dal Ministero del governo uscente. Ha fatto un percorso straordinario. Altre venivano da famiglie più aperte, hanno studiato, si sono laureate… L’Afghanistan è un paese che per 20 anni ha lottato perché le donne potessero studiare, laurearsi e per avere un futuro, anche per vedere garantiti i propri diritti». 
Cosa è accaduto ad agosto?
«Appena c’è stata la presa di Kabul, siamo entrati immediatamente nell’operazione di evacuazione con il Ministero della Difesa e degli Esteri. Abbiamo lavorato alla stesura delle liste, nelle quali abbiamo indicato i nomi dei nostri e dei collaboratori e attivisti maggiormente a rischio, coordinando il lavoro: sicuramente siamo stati facilitati dall’avere tanto l’aiuto del nostro personale locale. Avevamo tante madri sole con figli. È stata dura: abbiamo organizzato l’attraversamento della città, hanno tutti tentato più volte di accedere ai cancelli dell’aeroporto, ma molti sono stati feriti e schiacciati ed hanno dovuto ritentare. Per fortuna ci ha contattato Giovanna Foglia, imprenditrice che ha un Trust nel nome della Donna, che ha sempre devoluto risorse a sostegno delle donne di tutto il mondo: lei ci ha aiutati e ha messo a disposizione un Airbus, contribuendo al ponte aereo. Anche grazie a lei, siamo riusciti a far evacuare circa 400 persone, fra quali tutti i nostri collaboratori a rischio». 
Ora cosa sta accadendo?
«Devo dire che c’è una grande solidarietà generale e delle aziende sul territorio italiano: le persone che sono arrivate sono state mandate nei centri di accoglienza, dove hanno assistenza psicologica e possono seguire corsi di italiano, stiamo lavorando per garantire integrazione professionale e sociale... La maggior parte di loro, arrivata in Italia, si è tolta il velo e non intende più indossarlo... Noi stiamo facendo una raccolta fondi sia per loro che per i piani di emergenza in Afghanistan. Rimetteremo in opera alcuni progetti e ne partiranno altri. Perché da lì non ce ne andiamo!».      

 


#saveafghanwomen
Nove Onlus ha lanciato la campagna #saveafghanwomen. Basta farsi un selfie con un fazzoletto rosso e postarlo per sostenere le donne afghane. Info: noveonlus.org 


 


Da bambino kamikaze a sushi-man


Hilal, fuggito ai talebani quando aveva undici anni, in Italia si è ripreso la vita che volevano rubargli

di Angela Iantosca 

Le porta ancora sul corpo le cicatrici che gli ricordano ciò che ha rischiato di essere quando era un  bambino. Li porta nelle gambe quei chilometri infiniti percorsi attraverso terre straniere e ostili. Le porta nei suoi occhi le armi, la violenza subìta, i compagni di viaggio, i volti incrociati su mezzi di fortuna, l’amico perso nel lago, i fratelli, la madre. Mentre la sua voce, pacata e senza tradire alcuna emozione, con quella forza e serenità di chi è sopravvissuto all’inenarrabile, racconta la fuga, la paura, i suoi primi anni vissuti in Afghanistan e quel 2011 che è diventato l’inizio della nuova vita di Hilal. 
«Ho 26 anni e sono in Italia da dieci. Sono arrivato da clandestino, con i camion, a piedi, di nascosto, di giorno, di notte, senza passaporto. Volevano che facessi il kamikaze. Ma io sono scappato». 
Seduti al tavolino di un bar in un centro commerciale di Roma, dove gestisce un punto sushi, Hilal, elegante nel suo completo blu, mi racconta della sua infanzia, della scuola coranica e della morte del padre che gli ha cambiato la vita.
«Mio padre lavorava con gli americani. Faceva lo sminatore. Ai tempi del mujahidin era molto bravo a montare e smontare fucili e kalashnikov. All’arrivo degli americani, così, si era registrato nella Musesa, un’associazione a cui attingevano gli americani per trovare personale. I talebani, saputo della sua collaborazione, gli dissero di non lavorare con loro. Ma lui aveva deciso di continuare per la sua strada, nonostante sapesse di rischiare la vita. In quel periodo, causa lavoro, tornava a casa ogni due-tre mesi. Un giorno, in uno dei suoi rientri, qualcuno fece la spia - perché lì ci sono persone che vengono pagate per riferire ciò che accade -, così i talebani lo andarono a prelevare. Dopo venti giorni chiamarono mia madre dalla moschea: avevano lasciato il suo cadavere lì vicino». 
Hilal allora aveva 11 anni e si trovava in Pakistan. «Fino ai 7-8 anni avevo frequentato la scuola coranica in Afghanistan. Poi mio padre mi aveva mandato a 5 ore di macchina da casa, a Peshawar, da alcuni amici per farmi seguire un percorso di studi ‘normale’. Perché una scuola coranica, l’unica possibile nel mio Paese, è una scuola in cui si studiano solo il Corano e altri sette libri, per diventare Imam, per guidare una moschea e mio padre voleva che ricevessi un’educazione più ampia». 
Ma alla morte del padre, Hilal dovette lasciare il Pakistan e tornare a casa. 
«Mi chiamarono dicendo che dovevo tornare. Non mi anticiparono al telefono che papà era stato ucciso. Me lo comunicarono quando arrivai. E nello stesso momento scoprii anche che mia madre non era mia madre: la mia era morta mettendomi al mondo. In questa situazione così delicata, alcune persone mi dissero, inoltre, che rischiavo di essere prelevato dai talebani che erano sempre a caccia di ragazzini come me, senza famiglia, in balia del destino, per indottrinarli e farli diventare dei combattenti e dei kamikaze. Per questo mi rifugiai nella moschea chiedendo aiuto all’Imam. Allora le moschee erano luoghi nei quali si poteva stare, anche di notte, in assenza di una casa o di un letto. Avevo 12 anni e con me c’erano altre bambine, della mia stessa età. Ma un giorno arrivarono i talebani e ci portarono via. Non so dove. So solo che non ci fecero vedere la strada. Avevo paura. Ma a loro dicevo che andava tutto bene».
La permanenza con loro è durata nove mesi «Durante i quali ci hanno fatto il lavaggio del cervello, dicendoci che dovevamo combattere contro gli americani e gli europei che erano venuti nel nostro Paese per distruggere l’Islam; ci facevano esercitare, salire e scendere dalle montagne, imparare a sparare. Avevamo solo 12 anni e io mi ero convinto che fossero vere le cose che ci dicevano. Con me c’erano persone dai 10 ai 30 anni. Qualcuno arrivava già pronto ad immolarsi, qualcuno veniva convinto. I più fragili venivano usati come kamikaze».
Ma Hilal non lo voleva fare.  
«Io avevo studiato fuori dal Paese e non ero convinto di ciò che dicevano. E loro avevano capito che ero un po’ ‘strano’ e ribelle, così mi riprendevano continuamente. Dicevano che dovevo combattere e invece io mi tiravo indietro per ogni cosa. Anche quando mi dissero che dovevo fare il kamikaze», un compito per il quale c’è una lunga preparazione. 
«Loro, attraverso persone che vivono nel territorio che gli interessa colpire, prendono notizie che possono ricevere anche dai soldati. Così possono scoprire quando, per esempio, devono passare gli americani. In base alle notizie, preparano il bambino che deve andare a farsi esplodere, dicendogli di camminare con indifferenza in un determinato luogo e poi di azionare la bomba. Questo avrei dovuto farlo anche io. In quel momento puoi rifiutarti, mettendo nel conto che pagherai le conseguenze del rifiuto. Ma io non volevo morire e non volevo far morire altre persone. Così una volta dissi che non ero pronto, una volta urlai dicendo di no, al terzo rifiuto mi gettarono addosso l’olio bollente e mi lasciarono lì... Ma non avevo scelta o morivo o portavo le cicatrici di quel no per sempre. Ho scelto le cicatrici». 
L’olio bollente, infatti, gli ha bruciato il braccio e la testa. «Pensavano che fossi ferito, che non riuscissi a muovermi, così mi hanno lasciato incustodito. Ma io sono riuscito a scappare insieme ad un altro. Non potevo perdere quell’occasione. Ma in realtà non sapevamo dove fossimo e in che direzione andassimo. Dovevamo solo andare il più lontano possibile». 
I due arrivano ad un lago, Hilal si butta e perde di vista il compagno. 
«Quando mi sono girato non ho più visto il mio amico. Da lì non ricordo altro. Quando mi sono svegliato ero in una stanza, di fronte a me c’era un signore. Pensavo di essere stato portato indietro, di essere caduto di nuovo nelle mani dei talebani. Ma quell’uomo mi disse di calmarmi, che mi avrebbe curato, ma che non dovevo uscire da quella stanza. Non mi rivelò neanche il suo nome: dovevo chiamarlo ‘comandante’. Aveva paura, temeva che un giorno potessi raccontare di quell’uomo che mi aveva dato una mano, facendolo identificare. Così ad un certo punto gli dissi che non potevo rimanere chiuso là dentro tutta la vita. Gli chiesi di aiutarmi ad uscire dal Paese. Così pagò degli amici trafficanti che mi portarono in Iran a bordo di un Toyota. Prima di partire mi disse di non parlare con nessuno, perché lui l’avrebbe saputo. Credo mi volesse solo terrorizzare… Comunque una volta arrivato in Iran, me la sarei dovuta vedere io. Così chiesi ai trafficanti di farmi conoscere qualcuno presso il quale lavorare. Loro avevano degli amici che avevano dei negozi, così mi affidarono ad una famiglia iraniana che aveva un negozio di frutta secca. Tutti i giorni andavo al lavoro da casa, pulivo il negozio, ma non mi pagavano. Così per sei mesi. Non potevo andare neanche in ospedale, non essendo un suo parente, e in farmacia mi comprava qualche medicinale e basta per il dolore. Ma io ancora non stavo bene. Così gli chiesi di aiutarmi a trovare qualcuno per andare via. Lui chiamò le persone che ci avevano fatto incontrare, gli diede una piccola somma e io partii». 
Così Hilal arriva a piedi in Turchia, dopo tre-quattro notti di cammino, «perché più il viaggio lo paghi e più è comodo e veloce. Meno lo paghi e più è lungo e faticoso. Evidentemente non era stato pagato molto… Arrivato in Turchia, ho conosciuto un ragazzo afghano che lavorava in una fabbrica di pantaloni. Il suo datore di lavoro mi disse che avrei potuto lavorare lì, ma che non mi avrebbe pagato perché, essendo ferito, non potevo neanche alzare i pacchi. Mi avrebbe dato solo vitto e alloggio. Anche lì rimasi qualche tempo e poi chiesi di andare via. Non avrei potuto trascorrere la vita così. Mi diede 500 dollari e con quei soldi andai da alcuni ragazzi curdi che si occupavano di traffico di esseri umani: mi avrebbero portato al confine con la Grecia e da lì avrei potuto proseguire a piedi. Salii su una specie di taxi a arrivai al confine. Lì iniziai a camminare. Con altri provai a salire su un treno, ma c’era la polizia: ci portarono al Commissariato e ci diedero dei fogli su cui c’era scritto che entro cinque giorni avremmo dovuto lasciare la Grecia. In realtà quel foglio l’ho usato per molto più tempo, durante il quale ho fatto di tutto: il barista, il pastore, lavavo tappeti, ho lavorato in una fabbrica». 
Hilal rimane un anno e mezzo in Grecia e poi a bordo di un camion se ne va. «Ero a Patras, una zona controllata da curdi che se non paghi ti ammazzano. Io li pagai per stare tranquillo e nel frattempo cominciai a tentare di andar via nascondendomi sui tir. Quanta gente c’era lì con me, nelle mie stesse condizioni… E quante ne sono morte schiacciate nelle ruote che si trovano sotto i camion. Anche io mi sono nascosto lì, sono salito su una nave, sono finito in Francia che non sapevo neanche cosa fosse e poi ho proseguito per l’Italia… Sono arrivato a Rimini e poi a Roma, alla stazione Ostiense dove sono rimasto a dormire per cinque notti. Ricordo che c’erano preti e tanti volontari che portavano da mangiare. Trovai anche un ragazzo afghano che faceva il mediatore a Porta Maggiore con un’associazione: è stato lui a darmi appuntamento un giorno presso la loro struttura. Voleva aiutarmi e così ha fatto. Quando sono andato da lui, mi ha accompagnato in Commissariato, poi in un centro di accoglienza e, infine, in una casa famiglia. E lì, dopo anni, sono riuscito a chiamare la mia famiglia. Pensavano fossi morto».
 
Qui in Italia Hilal ha studiato, arrivando al secondo liceo e ha trovato anche un supporto psicologico per affrontare tutto ciò che aveva vissuto e per trasformare la rabbia che aveva dentro di sé. Poi, appena compiuto i 18 anni, ha dovuto lasciare la casa famiglia, così ha frequentato un corso da pizzaiolo e poi da pasticcere presso l’Associazione Il faro, che si trova a Trastevere, grazie alla quale ha potuto anche seguire un tirocinio ed essere assunto. Quando si è interrotto il rapporto di lavoro, ha fatto un corso di sushi a Milano e ha deciso di diventare sushi-man, aprendo un delivery in un centro commerciale. 
«Credo che l’Italia sia un Paese che accoglie e che è disposto a farlo, basta fare le cose per bene. E io ora sono cittadino italiano. Certo l’Afghanistan, la mia terra, è come una madre e manca sempre. Ma ora non ne sento una grande nostalgia a causa di ciò che sta accadendo. È un Paese il mio che ha bisogno di pace: la gente quasi tutta riporta sul corpo gli ultimi cinquant’anni di conflitti. Non ne possiamo più. E sono davvero preoccupato per ciò che sta capitando, anche perché è difficile credere alle promesse dei talebani che smentiscono con le loro azioni. Io sono musulmano e mi dispiace vedere che si pensa che la mia religione sia violenta. Il Corano, che ho studiato approfonditamente e letto due volte, è al 100% lontano da quello che dicono loro: non è una religione che ti vuole costringere a seguirla. La religione si segue con il cuore non con le minacce. Da nessuna parte si parla di violenza, ma di far conoscere la religione con le parole e con la dolcezza… Spero la mia famiglia riesca ad andar via di là».  

 


“Il cinema mi ha salvato”


La regista-simbolo della lotta ai talebani Sahraa Karimi racconta il suo Afghanistan alla Mostra del Cinema di Venezia, dopo la fuga da Kabul

di Alessandra De Tommasi

Sulla terrazza dell’Hotel Excelsior, il luogo simbolo del Lido durante la Mostra del Cinema di Venezia, il Sole colora il mare di sfumature incredibili, eppure Sahraa Karimi non lo nota neppure. Lo sguardo sembra costantemente “altrove”, oltre l’interlocutore, oltre tutte le celebrità che stanno affollando i tavoli accanto al suo. Non vede niente o nessuno di ciò che la circonda, perché gli splendidi occhi celesti restano velati di malinconia e ancorati ad una casa ormai persa. Fuggita dall’Afghanistan in gran fretta, la regista teme per la propria vita e quella dei familiari da quando ha sfidato pubblicamente quest’estate il regime dei talebani. Ma non molla e ora sta scrivendo una sceneggiatura con la collega italiana Simona Nobile.
Com’è la sua vita oggi?
«La Slovacchia, dove ho studiato, mi ha dato la cittadinanza e ho portato con me mio fratello, la moglie e le cinque figlie (di  età dai 2 ai 20 anni - ndr). Pensavo avrebbero sofferto delle conseguenze della mia fuga, realizzata anche con l’aiuto del governo turco oltre che ucraino. Oggi loro sono in attesa di un visto per il Canada, dove già vivono mamma, mia sorella e l’altro mio fratello». 
Sta pensando di raccontare la sua fuga?
«Sto già scrivendo la sceneggiatura di un film sulle 40 ore di angoscia passate in aeroporto prima di scappare. È collassato tutto in poche ore, ma prima la vita era normale ed è questo che devo raccontare, sia al cinema che con le fotografie. Infatti, l’ONU aveva organizzato una mostra, poi rimandata per il Covid, sulle donne delle province afghane e le loro bambine. Come artista ho il dovere di far conoscere le loro storie e, infatti, attualmente sto anche pensando di tradurre un romanzo politico al femminile che ho scritto in passato».
Quando ha capito di essere in pericolo di vita a Kabul?
«Due giorni prima dell’arrivo dei talebani ho scritto una lettera aperta per chiedere aiuto affinchè il mondo non ci dimenticasse e il festival di Venezia ha subito organizzato un panel per raccontare cosa stesse accadendo. Sapevo che con quelle parole avrei messo in pericolo me e tutte le donne. Succede quando usi la tua voce e ti fai sentire, ma i talebani non dimenticano… forse se fossi stato un uomo sarebbe stato diverso».
Ma…
«Ma loro odiano le donne e gli artisti, figurarsi la combinazione di entrambe le categorie. E io sono un bersaglio in quanto donna forte e indipendente in un Paese tradizionale. Il fatto di non essermi sposata né di avere figli in qualche modo sembra un insulto all’immaginario femminile sostenuto da loro, ossia una donna casalinga con marito e figli, che sta zitta e obbedisce».
Nessuna prospettiva lavorativa?
«Al massimo puoi fare l’infermeria o la maestra, professioni che tutelano l’immagine tradizionale, ma non è contemplato che tu prenda decisioni. Ecco perché quando mi hanno messo a capo della Film commission della nazione due anni fa ho subìto discriminazioni di ogni genere. Quel posto me lo sono guadagnato con l’istruzione e la perseveranza, ma questo approccio non piace, soprattutto perché mi sono sempre schierata contro la corruzione. Ho assunto donne nello staff incoraggiandone la visibilità, sfidando la mafia locale. Il popolo l’ha apprezzato, anche perché sono l’unica regista ad essere rimasta quando le altre sono andate via. Se sei forte e sai cosa vuoi allora aspettati ripercussioni».
Cosa ricorda delle ultime ore a Kabul?
«L’aeroporto era affollatissimo di persone di ogni classe sociale, a migliaia, e tra i fuggitivi c’erano anche alcuni ufficiali. Serpeggiava solo tanta paura. I militari americani ci hanno buttato giù dall’aereo mentre provavamo a salire, trattandoci come criminali, mentre volevamo solo salvarci. Non ho dormito per 60 ore, né riuscivo a mangiare, ero responsabile di 11 altre persone e cercavamo di sopravvivere, soprattutto quando poi sono arrivati anche i ladri alle tre del mattino a derubare gli ultimi averi dei disperati in attesa di un volo. Vorrei che il mondo ricordasse la nostra umanità perché non siamo terroristi».
Cos’è riuscita a portare con sé?
«Ho lasciato tutto quando ho saputo di essere nella lista dei bersagli dei talebani, mi hanno avvisata i servizi segreti: con 15 minuti di preavviso ho avuto appena il tempo di portarmi dietro il pc e qualche vestito… nell’appartamento avevo oltre 100 miei dipinti e più di 3000 libri e mi mancano moltissimo. Nelle settimane precedenti ho smesso di andare in giro a piedi, arrivavo al lavoro in taxi, cambiavo percorso e non usavo mai la mia auto, sapevo di essere seguita e ho passato giorni interi lontana dalla mia abitazione. Quel 15 agosto ho capito che niente è al sicuro».
Cosa la preoccupa di più?
«Le mie nipoti: se fossimo rimaste non sarebbero state al sicuro, non avrebbero potuto studiare né scegliere liberamente. Io parlo di valori umani, non religiosi, perché nessun credo autorizza a uccidere nel suo nome. Alla più piccola di due anni che si è vista puntare un fucile addosso ho detto che i soldati stavano giocando per spaventarci, ma non erano davvero pericolosi».
Dopo vent’anni dall’arrivo degli americani, si è fatta un’idea se il loro operato abbia giovato al Paese?
«Hanno fatto molti progetti umanitari, ma siglare la pace con i talebani ha solo sottostimato le conseguenze per i valori democratici. È come se avessero tradito i loro stessi ideali. E intanto il silenzio politico internazionale ha quasi legittimato i talebani, ma loro sono solo terroristi e il mondo è rimasto a guardare. In Afghanistan il governo è corrotto e la maggior parte della gente vive in piccoli centri rurali dove gli anziani sono tradizionalisti e chiusi».
Ricorda com’era la vita senza talebani?
«No, mi sono sempre sentita una rifugiata, circondata dalla guerra in un Paese che non è riuscito a ricostruirsi. Avrei potuto rimanere in Slovacchia, ma dopo gli studi ho capito che era mio dovere tornare e raccontare le storie della mia gente». 
Compromessi?
«Mai accettati, non indossavo il velo, ma una sciarpa sul capo in segno di rispetto. Mi considero una outsider nella mente e anche nello stile di vita, ma se mi fossi tolta anche quella sarebbe stato considerato un affronto troppo grande. I talebani dicono che è come un melone: quando ne compri uno non vuoi certo che sia tagliato a metà e quindi un volto scoperto non va bene. Il burqa, invece, è scomparso una decina d’anni fa».
Come lo spiega ai bambini?
«Non ce n’è bisogno, lo sanno già, conoscono la guerra perché è la loro normalità, sanno che ti uccide e si prende ogni diritto. E ora i talebani sono più pericolosi di prima, perché adottano tecnologie evolute per le comunicazioni, così l’ideologia viaggia più velocemente».                              

 


L’unica donna afghana con un dottorato in cinema

Sahraa Karimi, classe ’85, è la prima presidente donna dell’Afghan Film Organisation. La regista ha realizzato tre documentari sulle donne nel suo Paese. L’ultimo (“Hava, Maryam, Ayesha”) è stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia, che l’ha ospitato nuovamente nel 2021 con un panel dedicato all’Afghanistan, durante il quale l’artista ha condiviso la condizione del suo Paese. Ha studiato in Slovacchia (tuttora resta la prima e unica donna con un dottorato in cinema in Afghanistan), per rientrare nel 2012 e sensibilizzare l’opinione pubblica, che l’ha resa un bersaglio. Così è stata evacuata con altri undici connazionali grazie all’aiuto dell’Ambasciata ucraina.

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