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25 milioni di italiani in sovrappeso: quando necessario il chirurgo?

Chirurgia bariatrica: se lunica alternativa ridurre lo stomaco o lintestino. Anche se lintervento da solo non pu bastare

Lun 27 Set 2021 | di Emanuele Tirelli | Salute
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Su una popolazione di 60 milioni di italiani, il 10% è in una condizione di obesità. 25 milioni sono invece in sovrappeso, ma occorre fare innanzitutto una distinzione: nel primo caso, il peso deve superare del 60% quello ideale; nel secondo si arriva al 30. Le cause sono legate a fattori genetici, endocrini e metabolici, e che abbracciano pure i disturbi del comportamento alimentare e stili di vita sedentari. Ma l’intervento bariatrico è l’extrema ratio. «È destinato a chi ha aumenti di peso importanti e non più controllabili», dice Diego Foschi, presidente di Sicob (Società Italiana di Chirurgia dell’Obesità e delle Malattie Metaboliche). Si agisce per ridurre la capacità gastrica, per diminuire l’assorbimento di sostanze nutritive nell’intestino, per favorire la sazietà precoce.
Come si arriva all’obesità?
«Ci sono numerosi fattori, diversi per ogni persona. Parliamo comunque di uno squilibrio tra quello che mangiamo e quello che consumiamo. Se vogliamo fare anche un esempio molto basilare di come sia semplice aumentare di peso, ingerendo due biscotti in più al giorno nella nostra alimentazione, possiamo arrivare a 3mila chilocalorie in più in 30 giorni: 30mila in 10 mesi. Consideriamo che ogni 9mila chilocalorie in più abbiamo un aumento di peso di 1 chilo. Sono dinamiche di cui spesso non ci accorgiamo nemmeno. I meccanismi di controllo del peso sono molto complessi ed essenzialmente biologici e ormonali». 

Qual è la funzione del chirurgo?
«Nelle circostanze in cui la persona non è in grado di risolvere il problema da sola, deve entrare in gioco qualcosa dall’esterno. Quel “qualcosa” è il chirurgo che modifica lo stomaco o l’intestino, o entrambi, mutando quindi i meccanismi degli ormoni intestinali. Lo stomaco, per esempio, produce anche la grelina, cioè l’ormone che stimola l’appetito. Riducendone la produzione, il paziente non avrà più uno stimolo compulsivo endocrino così forte a mangiare». 

Ma anche il paziente deve fare la sua parte.
«Pensare che l’intervento, da solo, possa risolvere il problema, equivale a un approccio unidirezionale in cui il protagonista è ridotto a comparsa. Mentre il protagonista è la persona. Il chirurgo fornisce uno strumento per poter dimagrire, ma sta al paziente utilizzarlo nel modo ottimale per avere il risultato desiderato».

C’è un gruppo multidisciplinare?
«Ed è fondamentale. Il chirurgo interviene per gli aspetti meccanici o di complicanza dei problemi. Ma è necessario un lavoro integrato con il nutrizionista e con lo psicoterapeuta. Anzi, la letteratura scientifica ci dice che i risultati migliori si ottengono proprio quando si lavora in équipe».

Quanto dura un intervento?
«Per semplificare possiamo parlare dei quattro più frequenti. Il bendaggio gastrico è il più leggero e non ci sono incisioni di visceri: mani esperte le portano a compimento in appena un’ora. Il post-operatorio dura un paio di giorni, ma possiamo dire che in tutta la chirurgia bariatrica le dimissioni avvengono tra la seconda e la terza giornata, tranne che per i malati particolarmente impegnativi che hanno bisogno di decorsi più lunghi. Per l’intervento di sleeve gastrectomy si parla di un’ora e mezza. Mentre un’ora in più durano mediamente quelli di bypass gastrico tradizionale e ad anastomosi singola». 

E dopo?
«Il paziente che mangia male per sua natura è in uno stato di malnutrizione. Quindi prima dell’intervento dovrebbe andare dal nutrizionista per perdere peso. E dopo l’intervento dovrebbe continuare ad andarci per far scomparire i deficit nutrizionali che lo caratterizzano. Si tratta di un controllo continuo, che come sottolineavo dovrebbe essere affiancato da un supporto psicologico».

C’è ancora uno stigma?
«La società è sempre abbastanza stigmatizzante su diversità e anomalie, forse per una forma di esorcismo. E c’è anche lo stigma inverso: a furia di sentirsi giudicati negativamente, si nega la problematica. Alcuni pazienti, per esempio, raggiungono un buon peso e poi rinnegano quello che sono stati; non vogliono dichiarare di essere stati obesi e di essersi sottoposti a un intervento. Ma in realtà hanno un grande coraggio. Quando arrivano alla scelta della chirurgia bariatrica in circostanze di qualità della vita ancora accettabili, devono vincere una grande paura, sanno dei rischi che corrono e di doversi adattare a uno stile di vita completamente diverso. Mediamente, invece, la società stigmatizza l’intervento, sostenendo che in questo modo si ottiene un risultato senza impegno. Ma non è così. Ci vuole una grande presa di coscienza e un coraggio che spesso, a queste persone, non viene riconosciuto».                           

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