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L’amore non č mai prematuro

Un bimbo su dieci nasce prima del termine. Questa č la storia di Sara, la mia bambina, venuta al mondo alla trentesima settimana

Ven 22 Ott 2021 | di Roberta Briguglia | Bambini
Foto di 5

Come tutte le mamme in attesa, anche io avevo immaginato la nascita di mia figlia come una commedia dai toni romantici. Aspettavo il momento di andare in maternità per comprare un elegante corredino, cercare non una tata qualsiasi, ma Mary Poppins in persona, creare uno spazio in casa, il cosiddetto nido, per accogliere la nascitura. 
Tutto molto poetico e invece qualcosa è andato storto. O forse no, perché l’esperienza che vi sto per raccontare è stata la più intensa ed emozionante di tutta la mia vita.

Intorno al quinto mese di gravidanza ho cominciato a dare di stomaco tutte le notti. Prima una volta per notte, poi due, poi quattro, fino ad arrivare a vomitare venti volte a notte. 
Sono entrata in ospedale alla 25esima settimana, il 19 dicembre 2016 e ne sono uscita con mia figlia il 18 maggio 2017. Ma quel 19 dicembre, quando mi hanno ricoverata, ero convinta che sarei stata un po’ in ospedale e poi sarei tornata a casa. E quella convinzione mi ha accompagnato anche durante le cinque settimane successive durante le quali, nonostante le varie trasfusioni e infusioni e il catetere, ero certa che sarei stata bene se fossi uscita da lì, arrivando all’ambìta quarantesima settimana. Ma il 23 gennaio alle 11.15, a 30 settimane più un giorno di gestazione, è venuta al mondo Sara: quel giorno è cominciata la nostra avventura, guardandoci finalmente, ma prematuramente, negli occhi.

POLMONE, CUORE, CERVELLO OK
Cosa vuol dire nascere prematuro? Non ho mai dato peso all’espressione “nato settimino”, ma effettivamente avrei dovuto immaginare che ci fosse un motivo se un bambino deve restare nel grembo materno per nove mesi... Il motivo, infatti, è più che valido: ci vengono concessi nove mesi in modo tale da uscire dalla mamma accessoriati di tutto. Polmoni ok, cervello ok, cuore ok. Quindi chi nasce prima della trentasettesima settimana deve ancora completare (in maniera più o meno importante) la formazione di questi organi vitali... E certamente mai avrei pensato che sarebbero toccate a mia figlia! 

L’ASTRONAVE
Comunque, al quinto piano dell’ospedale dei bambini “Vittore Buzzi” di Milano si trova la terapia intensiva e patologia neonatale.
Dopo qualche ora dal parto, decido che mi devo alzare e andare a conoscere di persona questa bambina di un chilo e 400 grammi che ha avuto tutta questa fretta di venire al mondo. 
L’aveva intravista mia mamma che aveva seguito il parto da dietro un vetro e anche i miei fratelli, appostati dietro la porta, mentre la trasferivano in reparto: “è bella grande!”, mi avevano detto. E sicuramente era molto più grande di bambini conosciuti lì, nati di neanche 700 grammi, alla 25esima settimana. 
E così, poche ore dopo, un mio caro amico (io sono una mamma single) mi aveva accompagnato in sedia a rotelle al temuto quinto piano. 
“Ma questo non è un reparto, è un’astronave!”,  ho pensato. Ricordo che suonava tutto. E io, non felice come dovrebbe forse sentirsi una primipara attempata, ma con una nuvola nera di preoccupazione, ho varcato la soglia e mi sono presentata col mio nome e cognome. Anche se, da quel momento però, per i quattro mesi successivi, sono stata per tutti la “mamma di Sara”.
 
SARA MI HA INSEGNATO A VOLARE
Entrata in terapia intensiva ho incontrato la mia bambina, un uccellino che però, con la sua forza e tenacia, mi ha insegnato a volare. A cominciare proprio da quel momento in cui ho capito che l’amore non è mai prematuro, non aspetta che tu sia pronto, t’investe e basta. Ecco, io sono stata investita completamente. Ero felice e triste. Felice perché c’era, bella come non mi ero immaginata, viva (!), e con una testa di capelli neri che in reparto l’ha portata a conquistarsi il titolo di Biancaneve; triste perché, nonostante non sembrava soffrire, era piena di tubicini che le uscivano dappertutto. Aveva la  Cpap, una mascherina che garantisce la ventilazione e quindi aiuta la respirazione, la manina illuminata da un saturimetro che controlla i parametri vitali, un catetere venoso centrale e non so cos’altro. 
In quel momento non ho saputo far altro che cantarle due canzoni, “dormi dormi angioletto” che mi cantava sempre la mia mamma e “Lovely Sara”, la sigla di un cartone animato che guardavo da piccola. 

VITA DA PENDOLARE
Io sono uscita due giorni dopo e da quel momento è cominciata la mia vita da pendolare al quinto piano del Buzzi. 
Il reparto era aperto dalle 9.00 alle 21.00. Quattro mesi così, spesso telefonando la notte dopo aver lasciato Sara con la febbre, a combattere con qualche infezione, molto frequente in queste degenze.
I primi tempi sono stati spaventosi: in reparto ho scoperto che i bambini prematuri spesso dimenticano di respirare (avete capito bene!), perché può succedere che abbiano delle apnee brevi o  lunghe, che possono comportare dei gravi danni che compaiono a distanza, protraendo l’ansia anche mesi dopo le dimissioni. 
Per questo, quando il saturimetro segnala l’apnea, è necessario che la mamma allunghi la mano nell’incubatrice e scuota il bambino per farlo “svegliare”. 
È qualcosa di “normale” in quel reparto, ma di terribile da vivere, soprattutto i primi tempi. Naturalmente medici e infermieri sono sempre lì pronti a intervenire qualora la situazione sia più grave del dovuto. Per questo e per tutto a loro andrà sempre il mio grazie.

LA NOSTRA INCUBATRICE
Per giorni ho visto solo la “mia incubatrice”, il mio sguardo angosciato era rivolto solo a Sara, al suo saturimetro che spesso suonava. Poi, un giorno, ho alzato lo sguardo e mi sono resa conto che nella stessa stanza c’erano altre mamme che, come me, guardavano solo la “propria incubatrice”. Improvvisamente il mio sguardo è cambiato e mi è parso che tutti fossimo in una gioielleria, ciascuno a osservare il proprio tesoro nella sua teca. 
Ho compreso come fosse importante avere uno sguardo positivo e non di preoccupazione su quei piccoli combattenti, che ce la stavano mettendo tutta per completare la crescita e restare con noi. 
È in quel momento che le cose sono cambiate. Ho scoperto “gli altri”, mi sono accorta che noi mamme eravamo tutte uguali in quella “bolla”. Non c’è lavoro o titolo di studio o estrazione sociale. E stare strette ci ha dato un grande coraggio. Anche nei momenti più duri, quando due bambine sono volate in cielo: ho visto un intero reparto e noi tutte stringerci in questo dolore grande come l’universo e che ancora mi porto dentro. 

LA STANZA DEL TIRALATTE
La stanza del tiralatte è stata un’altra scoperta.
Un piccolo spazio in cui in 5 o 6 mamme alla volta (non c’era il Covid) tiravano il latte. Da principio c’era un certo imbarazzo, ma in seguito è diventata la stanza dei segreti, delle confessioni e soprattutto delle risate. Tutti pensano (lo pensavo anche io) che in un posto così ‘drammatico’ come una patologia neonatale non ci sia spazio per le risate, ma vi garantisco che in un luogo così pieno d’amore e di forza anche la risata di un momento gioca un ruolo fondamentale.

LA PAURA DELLA NORMALITà 
Per mesi non vedi l’ora di andartene a casa e metterti alla prova nella “normalità”, ma poi quando si avvicina il momento cerchi mille scuse per non farlo. Si racconta in reparto di alcuni genitori che dopo una degenza di 5 mesi hanno chiesto una proroga per poter ritinteggiare tutta casa. 
Ma poi quel momento è arrivato anche per Sara e per me e sono diventata mamma per la seconda volta. La nostra vita insieme è cominciata quando ci siamo lasciate alle spalle le porte dell’ospedale. Ma questa è un’altra storia… ancora più bella.                                      

 


IN BARBA ALLA NOIA
Roberta Briguglia, autrice dell’articolo e mamma di Sara, durante il primo lockdown ha creato il gruppo sui social “In barba alla noia” ideato per intrattenere i bambini chiusi in casa e nato dalla semplice domanda "cosa gli faccio fare?".

 


17 novembre: GIORNATA MONDIALE BAMBINI PREMATURI
Il 17 novembre è la giornata mondiale dei bambini nati prematuri, manifestazione globale, celebrata in più di 60 paesi, che dal 2011 ha come obiettivo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della prematurità e della malattia nei neonati, per dare voce alle famiglie dei piccoli pazienti. In Italia nascono ogni anno oltre 30.000 prematuri (il 7% del totale), cioè bambini che vengono al mondo prima della 37a settimana di età gestazionale (Fonte CeDAP 2017), dato che non sembra essersi modificato significativamente ad eccezione delle donne in gravidanza, che hanno contratto il Sars-Cov-2, in cui la prematurità ha avuto un’impennata, con il 19.7% di nascite pretermine, come è emerso dal Registro nazionale Covid-19 istituito dalla Società Italiana di Neonatologia (dati al 27 luglio 2020).

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