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Musica, calcio e cinema: cosa vogliamo di più?

Questo è forse il primo mese in cui hanno riaperto tutte le sale ancora in attività. Tutto dipenderà da questo fine 2021

Ven 22 Ott 2021 | di Boris Sollazzo | TV/Cinema
Foto di 5

È stata la mano di Dio
Regia: Paolo Sorrentino
Genere: Dramma
Voto: 5/5
Abbiamo ancora tutti negli occhi e nelle orecchie lo splendido discorso di Paolo Sorrentino a Venezia, in cui ringrazia per il premio della giuria e probabilmente meritava il Leone d’Oro. Il senso di liberazione, rinascita umana e creativa, catarsi che abbiamo scorso in quelle parole è lo stesso che senti e trovi nel suo film più bello e personale, che nasce dalla sua biografia di adolescente nella Napoli degli anni ’80, corteggiato dalla vita, ma che si affaccia e dalla morte che gli ha portato via quasi tutto, di sicuro troppo. Sorrentino, con la sensibile e sfrontata arte che ha dentro, affronta entrambe le cose. La napoletanità gaudente, borghese, colorata in cui è cresciuto, una normalità gioiosa (e a tratti spudorata e onirica, ma che meraviglia la zia Patrizia), ma al contempo quell’assenza bruciante e improvvisa che ne ha condizionato la vita e la carriera. Del suo passato di adolescente improvvisamente orfano – il titolo è un omaggio a cosa, oltre il destino, l’ha salvato – il cineasta premio Oscar parlò in maturità solo in una bellissima intervista di Aldo Cazzullo. Nel suo cinema, se si esclude l’esordio ‘L’uomo in più’, Napoli è stato l’amore da cui è fuggito per diventare grande, in tutti i sensi. Il suo capolavoro che lo ha portato nell’Olimpo del cinema è dedicato a Roma, ma come dice il mentore Antonio Capuano al suo alter ego Fabio “Alla fine torni sempre a questa città”. E finalmente il nostro regista migliore la affronta di petto e questo cambierà la sua carriera, gli consegna un ulteriore salto di qualità, fatto di meno acrobazie visive e di scrittura e di una misura struggente. Un film incredibile, di cui capiremo la potenza e l’importanza col tempo. Non solo nella cinematografia di Paolo Sorrentino.

Il bambino nascosto
Regia: Roberto Andò
Genere: Dramma
Voto: 4/5
Roberto Andò è un narratore sopraffino e curioso, uno che ama danzare tra le immagini in movimento, la regia di opere liriche e la scrittura di best seller che hanno la capacità di costruire universi paralleli e alternativi e metafore rivoluzionarie. Al cinema ha sempre messo sopra a tutto la voglia di sperimentare, a partire dalla struttura della storia, su schemi più o meno classici. Ne esce una carriera volutamente discontinua in cui hai una certezza: anche nel film meno riusciti hai un quarto d’ora che ti porti nel cuore e nel novero delle sequenze più amate e ben fatte. Ha anche un altro pregio, saper scegliere attori adatti alle sue storie e in generale di enorme talento. In questo caso c’è quel campione di Silvio Orlando che incarna uno dei personaggi letterali più riusciti di Andò, quel Gabriele che a Napoli (ancora lei) vive al centro di tutto, nel bene e nel male (i Quartieri spagnoli), ma è come se si fosse voluto ritirare dalla vita rifugiandosi nella musica. Finché un bambino (nascosto, che fugge dalla camorra), gli impone la sua presenza, la necessità di un aiuto, un viaggio verso la propria Itaca, citando la poesia che più ama il protagonista. Un romanzo di formazione e trasformazione, un misurato racconto di chi si dimostra più coerente di chi apparentemente non ha contraddizioni, di nuovo il ritratto inaspettato di una Napoli che va ben oltre gli archetipi e gli stereotipi, anche se qui all’inizio ne vediamo diversi, utili a essere destrutturati.

Zlatan
Regia: Jens Sjögren 
Genere: biopic
Voto: 3,5/5
Ibrahimovic è un campione del passato e del futuro. Non perché abbia 40 anni e neanche perché a un talento smisurato unisca una capacità modernissima di modellare il proprio fisico, ma perché come solo i fuoriclasse del passato ha carisma e capacità di raccontarsi e rappresentarsi (non è il primo film su di lui, ricordiamolo) e come solo quelli del futuro una gestione quasi manageriale della sua carriera e della sua macchina perfetta che è un corpo sovrumano. Qui però andiamo dentro l’uomo, quello che non si è mai tolto il ghetto da dentro, il figlio ferito, il ragazzo d’oro e umile – difficile immaginarlo dopo averlo visto a Sanremo o aver letto le sue interviste, lo so – che in altri “duri” come Stankovic e Mihajilovic suscita tenerezza e solidarietà. Tratto dall’autobiografia ‘Io, Ibra’, uno dei lavori sulle vite di sportivi migliori degli ultimi anni, ci si concentra su quando Zlatan, appunto, è diventato Ibra. Su come è riuscito quel figlio di immigrati jugoslavi in Svezia, bullizzato, oggetto di razzismo e reso fragile e rabbioso (le sue espulsioni non sono poche e quasi sempre leggendarie) da una separazione dei genitori che lo ha segnato. Ne esce un documentario completo, quasi mai agiografico (e con Zlatan è un miracolo che non lo sia) e coinvolgente.

America Latina
Regia: Fabio e Damiano D’Innocenzo
Genere: Dramma
Voto: 3,5/5
Possono piacere o meno, ma i fratelli D’Innocenzo sono arrivati nel cinema italiano e europeo a gamba tesa, sparigliando carte e schemi. ‘America latina’ che a suo modo è il loro film più difficile – diceva Troisi di voler ricominciare da tre, ma qui non è così facile, dopo un esordio folgorante e un secondo film acclamatissimo – e più atteso al varco. Si riaffidano a Elio Germano, consegnandogli un protagonista opposto a quello di Favolacce, quello maschio alfa (cor)rotto dentro, questo apparentemente uomo realizzato, senza spigoli e angoli bui, finché non scende nello scantinato. Il suo, reale, ma anche quello della sua anima. Non si può né deve fare spoiler di questo racconto che come al solito indaga il lato oscuro di una società spezzata, dai valori disastrati e con due registi che pur avendone un’idea chiara e sapendola analizzare e mostrare meglio di ogni altro da più lati, si fermano sempre un attimo prima di dare facili e rassicuranti risposte preferendo domande senza rete. Germano si dimostra il più adatto alla loro poetica, così capace di apparire “normale” e di affrontare gli inferni dell’esistenza con naturalezza e angoscia, loro di non aver paura di mostrare una grammatica cinematografica personalissima e allo stesso tempo di andare sempre altrove. E se forse ‘America latina’ è più forzato in alcuni punti e discontinuo in altri dei due lavori precedenti è vero che si mostra come una tappa fondamentale di una crescita esponenziale di due autori di razza.

ZAPPA
Regia: Alex Winter
Genere: documentario
Voto: 3,5/5
Ci sono occasioni uniche che sono impossibili da non cogliere. Quella di Alex Winter è stata la possibilità di accedere illimitatamente all’archivio mostruoso, in tutti i sensi, di Frank Zappa, al caveau in cui ci sono tutti i suoi lavori editi e quelli inediti o incompleti, i film sognati e i pezzi suonati ma mai pubblicati, gli appunti, le idee, le riflessioni del genio della musica più scorretto e vitale del suo tempo. Uno che in qualsiasi altro secolo sarebbe stato Mozart. Tra materiale di repertorio e interviste a chi gli è stato più vicino umanamente e artisticamente arriviamo, in due ore e dieci arriviamo a uno dei ritratti musicali, intellettuali, umani più interessanti del cinema biografico documentario. E a un lavoro fondamentale per capire il più grande di tutti.

 


I MAGNIFICI 6 (in sala)

È stata la mano di Dio: il racconto dell'adolescenza del regista attraverso una poetica più misurata, ma che non perde il genio nella scrittura e nella visione di Sorrentino. Il film più bello e personale di un Maestro.

Il bambino nascosto: Roberto Andò attraversa tutte le branche della cultura con leggerezza e sensibilità, regalando sempre storie di trasformazione, di crescita, di cambiamento. Con attori eccezionali.

America latina: i fratelli D'Innocenzo sono entrati a gamba tesa nel nostro immaginario e non hanno paura di demolirlo e ricostruirlo pieno di dubbi, un pizzico di follia e una grammatica cinematografica unica.

Zlatan: Ibra è il re dei campioni moderni, ma anche l'ultimo dei vecchi fuoriclasse, è arrogante e tenero, sa urlare e piangere, è partito dal basso per arrivare al tetto del mondo. E questo film ce lo racconta benissimo.

Marilyn ha gli occhi neri: Simone Godano si candida a essere un esponente di quel cinema commerciale che sa avere zampate d'autore, nella commedia come nel dramma. E con lui Miriam Leone e Stefano Accorsi.

Eternals: la vincitrice più bella, sporca e cattiva degli ultimi Oscar si cimenta con l'universo Marvel e dei supereroi in generale. Cosa ne uscirà fuori? O un capolavoro o un flop clamoroso. Comunque, evviva.

Zappa: il migliore, il più scorretto, il più eclettico. Un documentario di 130 minuti che scandaglia il caveau-archivio della famiglia Zappa con gusto, devozione e attenzione. Il biopic definitivo sul vecchio Frank.

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