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Ligabue…è andata così

Su Raiplay la docuserie su Luciano Ligabue: 7 capitoli per 30 anni di carriera

Ven 22 Ott 2021 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
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L’appuntamento è sulla piattaforma digitale Raiplay con la prima docuserie dedicata alla carriera artistica di Luciano Ligabue: sette capitoli, in onda dallo scorso 12 ottobre, nei quali si ripercorrono 30 anni di carriera, dal primo concerto alla consacrazione, passando dalla fine degli anni ’80 ai giorni nostri. A fare da sfondo la voce narrante dell’amico di sempre Stefano Accorsi, diretto dal regista Duccio Forzano. Tanti gli ospiti: Francesco De Gregori, Elisa, Eugenio Finardi, Linus, Camila Raznovich, Gerry Scotti, Walter Veltroni... Un po’ fiction, un po’ docuserie, un po’ spaccato di attualità, con chiari rimandi a fatti di cronaca e di costume che spesso hanno avuto una chiara influenza sulla vita del rocker emiliano.  Teatro di una simile rappresentazione il suo paese: Campovolo.
 
L’inizio.
«Ho cominciato a cantare in un gruppo a 26 anni: precocissimo, no!? Da lì è partito tutto. Ci facevamo chiamare Ligabue e Orazero, leggermente pretenziosi, ma ci andava bene così. Il primo disco non arrivava mai, succedeva sempre qualcosina, ma mai la cosa. Poi Angelo Carrara decise di pagare di tasca propria l’album e noi partimmo dalla campagna, immaginando degli studi enormi, pieni di luce bellissima con segretarie tiratissime e invece ci siamo ritrovati in una sorta di bunker sottoterra, luce naturale zero, amplificatori ciao. Eravamo venuti giù con la piena, eravamo a Milano, capimmo che c’era da pedalare e farlo in fretta».
 
Il rapporto con Reggio e la provincia è rimasto sempre molto forte. 
«Sì, e questa docuserie lo dimostra, anche perché il buon Duccio (Forzano - ndr) ha punteggiato tutte le puntate con riprese dai droni in cui si continua a vedere il Corso, ricordando alla gente dove siamo. Abbiamo girato tutto lì, da me. È una delle cose per cui sono facilmente identificabile, ho sempre vissuto lì, nonostante il lavoro mi spingesse a vivere a Milano».
 
Cosa è cambiato in questi 30 anni e che effetto le fa riviverli in una docuserie? 
«È cambiato tutto, magari anche io, complice un mestiere come il mio con tante sollecitazioni emotive. È stato appassionante girare ogni singola scena, se dai un’occhiata a quello che ho fatto nei 30 anni pre-Covid resti impressionato dalla quantità di cose fatte. Il numero di canzoni, di film, di libri, romanzi, racconti, poesie... vuol dire che sono andato avanti sempre a testa bassa, senza mai fermarmi troppo. Il Covid nella sua tragicità mi ha costretto, non potendo guardare avanti, a guardare indietro. È stato il primo momento in cui ho fatto i conti con ciò che avevo fatto». 
 
Poi è arrivata la pandemia e gli show a numeri chiuso.  
«L’immunologo Anthony Fauci ha dichiarato che l’Italia è stato uno dei Paesi più virtuosi nella gestione del virus. Se voglia dire che abbiamo azzeccato tutte le mosse non posso saperlo, che il nostro settore sia stato quello più colpito è così, perché, se non puoi fare degli show, un’intera categoria di lavoratori è messa in ginocchio e quindi è ovvio, sto friggendo anche io nella mia padella. La festa che dovevo fare nel 2020 forse la farò nel 2022 e non vedo l’ora che si possa ritornare a quel tipo di normalità, però capisco che ci debba essere la giusta cautela nella gestione di questi aspetti, fin quando non ci sentiremo un po’ di più al sicuro».  
 
Come l’ha cambiata il Covid? è stata la causa scatenante della genesi del progetto? 
«I cambiamenti che ognuno di noi subisce sono quelli di cui siamo meno giudici affidabili nel rilevarli. Ritrovarsi ad avere persone che confidano in te, sapere di avere delle responsabilità, scrivere per loro qualcosa che possa dare energia, farli riflettere ed emozionare, diventa ad un certo punto una responsabilità con cui fai i conti tutti i giorni. Vengo da 30 anni in cui sono andato a manetta, in cui ho fatto ciò che più mi piaceva fare al mondo: salire su un palco, cantare e godere di quella esperienza. Ho sviluppato una sorta di dipendenza dal palco e ora sono in astinenza da due anni. Cerco di resistere e guardo a giugno dell’anno prossimo come ad un obiettivo che merito io, come chi ha conservato il biglietto per due anni».
 
Nella serie parla di tre momenti di crisi. 
«La prima crisi risale al terzo album, che sembrava aver fatto sparire il pubblico accumulato nei due anni precedenti; la seconda crisi era personale, non riuscivo a gestire quel tipo di popolarità che mi era capitata, risale alla fine degli anni ’90 e per uscirne ho dovuto fare un album come “Miss Mondo”, in cui ho raccontato come il successo possa avere delle parti oscure che possano far sentire a disagio. L’ultima crisi risale a “Made in Italy”: mi sono ritrovato in un concept album, nel 2016, che è diventato un film, che ha tirato dentro l’album. Ho dato la voce ad un’altra persona, al protagonista, cosa che non avevo mai fatto e ho perso la mia voce. Durante il tour ho avuto un polipo alle corde vocali, mi sono sottoposto ad un intervento, ho dovuto spostare di sei mesi i concerti che stavo facendo con tutti i disagi e con la sensazione che la mia voce non sarebbe più stata quella di prima. Cose che dovevo superare, ma mentre le stavo vivendo mi è mancata la necessaria leggerezza».

Perché tanta sincerità? 
«Dentro questo progetto è finita tanta roba, tanti ospiti che hanno commentato i processi psicologici che portano a scrivere certe cose. C’è tanta ciccia, ma ero a mio agio a farlo. Ero davanti ad una troupe, con il mio copione e una parte improvvisata, ma soprattutto ero con un amico. Chiaro che le telecamere le sentivamo».
Ha mai pensato di dirigere lei questa serie tv, vestendo i panni del regista? 
«No, non lo avrei accettato. Sarebbe diventato un impegno troppo grande e forse troppo a senso unico. Serviva l’esperienza e il punto di vista estetico di Duccio. Serviva un’altra mano. Dentro non c’è tutto, i miei singoli sono 77 e non ci sono stati dentro tutti, ma è così la vita, se qualcuno cerca di metterla in libro, qualcosa resterà sempre fuori».
 
Qual è stata la sua buona stella da giovane? 
«Non potevo rinunciare a fare concerti. Come detto gli aspetti del successo positivi sono tanti, mai lamentarsi del brodo grasso, ma quella parte li può essere vissuta in maniera paranoica e disturbante. Quello che ha fatto sì che il piatto della bilancia pendesse dalla parte buona è che io non avrei mai potuto rinunciare all’esperienza di vedere la gente che avevo di fronte. Il mio spettacolo personale: molto meglio di quello che io offrivo a loro». 
 
Che rapporto ha con la tv? 
«Con la tv ho un rapporto stretto, ne guardo tanta e guardo tante serie tv. Corro tutti i giorni sul tapis roulant e in quel momento ne mangio a quintali». 
 
Progetti futuri?
«Non posso spoilerare la chiusura della serie, ma c’è una promessa che ci facciamo io e Stefano, su quello che faremo in futuro. Andate a vederla... Adesso ho bisogno di pensare che davanti a noi ci sia una ripartenza. Nel mio quotidiano voglio rimettere il palco e le sue esperienze collaterali. Il resto sarà improvvisazione».                                           

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