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#ILGIORNODOPO NON ABBIATE PAURA

Come aiutare le donne dietro le quinte, le donne senza voce?

Ven 22 Ott 2021 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 20

Nel 2014, secondo l’Istat, il 40% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha riportato ferite da parte del partner, il 34,5% ha temuto che la sua vita fosse in pericolo, il 42% ha subìto un episodio molto grave. Nel 2020 le chiamate al 1522, il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, sono aumentate del 79,5% rispetto al 2019, sia per telefono, sia via chat (+71%). Nel 2021, tra gennaio e settembre, una donna è stata uccisa ogni tre giorni. Dati, numeri che traducono solo in parte il reale fenomeno, che fanno luce parzialmente su ciò che vive per lo più nell’oscurità e che di oscurità si nutre. In questo speciale proviamo a dar voce a queste storie e a quelle donne di cui nessuno parla, neanche in occasione del 25 novembre o dell’8 marzo, come le vittime di caporalato o le donne che subiscono violenza da parte delle stesse donne. Perché la violenza non ha genere... 

 


Eva Dal Canto: e tu, cosa hai fatto #ILGIORNODOPO?


Siamo (quasi) tutte un #giornodopo. A volte inconsapevoli, a volte complici silenziose, ma troppo ferite per poter dar voce a ciò che è accaduto. Troppo ‘colpevoli’ ai nostri occhi per poter dire “no, non ci sto”. Perché non vogliamo vedere, sentire o perché va bene così. Perché non è possibile che le persone di cui ci fidiamo di più vogliano farci del male. 
Ma la violenza si insinua ovunque, in casa soprattutto, tra le pareti domestiche, che invece di proteggere spesso diventano sbarre di una prigione. 
Qualche mese fa Eva Dal Canto ha avuto la forza di raccontare il suo giorno dopo la violenza, di lanciare una campagna, di sensibilizzare, provando con la sua voce a far sentire quella di tutte le altre. E ciò che è accaduto è stata ricevere una valanga di messaggi, di “anche io”, di frasi che cominciavano come il suo: “Io #ilgiornodopo sono andata a scuola”. 
 
Perché hai deciso di parlare?
«In quel momento ho deciso di farlo perché avevo sentito le parole di Beppe Grillo (Eva Del Canto si riferisce al video postato dal comico a commento dei fatti riguardanti il figlio e la presunta violenza di gruppo alla quale avrebbe partecipato – ndr). Nei giorni precedenti, quando era uscito quell’intervento, tante amiche sopravvissute a violenza mi avevano chiamata per dirmi che stavano male a sentire questa violenza verbale che era simile alla violenza che avevano vissuto. Così ho trovato il coraggio di parlare: avevo raccontato solo ad un paio di amiche e a un paio di persone con cui ero stata insieme che avevo subìto violenza e mai avevo avuto il coraggio di farlo apertamente. Ricordo una volta in cui mi ero esposta: mi ero così tanto vergognata, da ritrattare, facendo finta di non aver detto niente. In quel momento, invece, ho trovato il coraggio, forse perché ora lavoro, sono indipendente e mi sono sentita protetta rispetto al passato, quando avevo paura che questa persona che mi aveva fatto del male potesse tornare alla carica».
 
Quanto è stato liberatorio dare voce?
«Molto liberatorio. Perché si verifica sempre una cosa che non dovrebbe verificarsi mai: ci sentiamo vittime e colpevoli. Vittime e complici di ciò che è successo. Non so perché noi vittime non parliamo, siamo traumatizzate, rimaniamo in silenzio, mentre gli altri vanno avanti con la loro vita senza rendersi conto di ciò che hanno fatto e senza subirne le conseguenze. Noi, quindi, subiamo una doppia colpevolizzazione: primaria, nell’immediato del fatto, e poi una secondaria che ci perseguiterà per tutta la vita. Perché è questo ciò che ci insegna la società: noi siamo colpevoli».
 
Quanto fa male tenere tutto dentro di sé?
«Il silenzio porta giovamento solo a chi ti ha fatto male. Gli dà potere. Il silenzio e l’omertà sono dei punti cardine per cui tanti crimini continuano ad essere perpetrati, non solo contro la persona, ma in generale, a livello legale, pratico e psicologico. Ci sono molte persone che non processano il trauma e un trauma di questa portata, soprattutto se ti è accaduto in tenera età, fa molto male». 

Dopo il tuo racconto ti sono arrivate frasi di sostegno, ma anche denigratorie? 
«Nel momento in cui ho voluto fare il post, avevo deciso che me ne sarei fregata dei commenti negativi e degli haters. Ho anche degli amici che lavorano in cyber security e che hanno monitorato l’andamento dell’hashtag… Questa rete di amici meravigliosa mi ha protetta, mi ha tutelata. Non sono stata lasciata sola e, ad un certo punto, non me ne sono neanche resa conto dei messaggi negativi». 

L’onda continua?
«Continuano ad arrivare messaggi, ma ora in modo meno frenetico e io stessa mi sono un po’ azzittita, perché non sono portata per avere troppo a lungo gli occhi addosso, soprattutto se si tratta di cose così intime. Così ho cominciato a parlare di altro. Ma ogni tanto mettendo post mirati. Voglio andare avanti con la mia vita, lontano da tutto». 

Andare fuori dall’Italia a vivere è stata una scelta dettata anche dal desiderio di creare una distanza fisica dal fatto?
«Sì, ho voluto prendere anche una distanza fisica, pochi anni dopo il fatto. Prima, quando avevo 22 anni, sono andata a Roma. E poi mi sono trasferita qui a Manchester». 

Quanto è difficile tornare ad amarsi?
«Tornare ad amarsi richiede molto tempo e dipende dall’entità del danno. Io sono in terapia da tanto tempo ed è molto difficile non solo tornare a volersi bene, ma anche accettare il fatto che qualcuno possa amarci per come siamo e tornare a fidarsi di chi ci ama. Chi ha subìto un trauma, qualsiasi manifestazione amorosa la vede come una cosa pericolosa. Quando ho conosciuto mio marito, io dicevo alle mie amiche che lui voleva farmi del male e loro mi dicevano che io non riuscivo a vedere le cose per come stavano e che era evidente che lui fosse innamoratissimo, che non mi avrebbe mai fatto del male. Perché io non le vedevo queste cose? Perché mi avevano insegnato che l’amore è doloroso. Così, poi, quando ti arriva quello vero non lo riconosci… Alla fine ho ceduto e pochi mesi fa ci siamo sposati!». 

Ad una ragazza che si trova nel suo #ilgiornodopo cosa vorresti dire?
«Prima di tutto che il peggio è passato, che si può andare avanti, che il passato non ritorna, anche se è vero che una persona con stress post traumatico rivive continuamente ciò che è accaduto. Le direi di andare da un professionista della salute mentale, di rivolgersi ad una associazione di supporto, perché non c’è altro da fare. E le direi una cosa che mi è stata suggerita quando ho parlato per la prima volta con qualcuno di ciò che mi era accaduto: “Quando torni a casa, guardati allo specchio e dì a te stessa quanto sei forte!”. Vi assicuro che funziona!». 

Manca un’educazione all’affettività? 
«Manca un’educazione al consenso! Manca la possibilità di stabilire i propri limiti fisici e psicologici e si tende ancora a vedere la persona come qualcosa di pubblico. Se uno rifiuta un bacio, la colpa è ancora di chi si rifiuta e non di chi forza… Per questo nei prossimi mesi lanceremo una campagna io e una mia amica proprio su questo tema in Italia». 

Le leggi sono sufficienti? 
«No! Non tutelano le sopravvissute. E non c’è tutela soprattutto per coloro che hanno subìto abusi in età infantile. Ci possono volere anni ad ammettere di aver subìto una violenza, ma da un punto di vista legislativo si ha solo un anno di tempo per denunciare. Io non posso neanche dire il nome della persona che mi ha stuprato, cosa che vorrei tanto fare, perché rischierei di essere denunciata per calunnia».                                               

BAMBINE INDIFESE DURANTE LA PANDEMIA
I dati elaborati per il Dossier indifesa di Terre des Hommes dal Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale evidenziano le conseguenze drammatiche dei lunghi periodi in casa vissuti nell’anno del Covid. Rispetto al 2019 nel nostro Paese si registra un aumento del 13% delle vittime minorenni del reato di Maltrattamenti contro famigliari e conviventi. Ben 1.260 bambine e 1.117 bambini hanno subìto violenze in famiglia che hanno richiesto l’intervento delle Forze dell’ordine. Le vittime per tale reato nel decennio 2010-2020 sono aumentate del 137%. La detenzione di materiale pornografico realizzato utilizzando minorenni ha registrato un balzo del 14% delle vittime minorenni nel 2020 e del 525% su 10 anni (2010-2020). 

Centro studi sulla donna
Il 16 ottobre, giorno del compleanno di Maria Goretti, tra le prime vittime di femminicidio del ’900, a Corinaldo (Ancona), è stato aperto il Centro studi internazionale sulla donna: una nuova meta che inaugura un turismo "al femminile" che vuole essere occasione per scoprire e riflettere sull'attualità e sull'educazione di future donne e futuri uomini, un nuovo luogo, con una speciale biblioteca, dove si alterneranno eventi, suggestioni, incontri, proposte e riflessioni per innescare un cambiamento culturale nel segno delle donne, per contrastare la violenza di genere attraverso iniziative di studio, approfondimento e sensibilizzazione.

 


CAPORALATO: SE LA VITTIMA è DONNA


MArco Omizzolo presenta un nuovo studio internazionale che accende un faro sulle donne sfruttate nelle campagne dell’agro pontino

di Angela Iantosca

Grazie a lui sono state scritte delle nuove leggi e la questione caporalato è venuta alla ribalta. Grazie a lui migliaia di persone sono scese in piazza e noi siamo riusciti a dare un volto a chi da anni vive nel nostro Paese senza diritti. Grazie a lui siamo arrivati a comprendere cosa accade nelle campagne di molte regioni italiane, a cominciare da quella pontina, dove in troppi ogni giorno vengono sfruttati, mal pagati, umiliati e messi a tacere. 
Oggi, grazie ad uno studio internazionale al quale ha partecipato e che ha presentato ad ottobre, Marco Omizzolo, presidente di Tempi Moderni e sociologo Eurispes, illumina un’altra zona d’ombra: quella delle donne vittime di caporalato.
«La situazione l’ho cominciata ad indagare da diversi anni sulla base delle mie ricerche, ma non l’avevo mai approfondita nel merito, anche perché io sono maschio e loro sono donne, cosa che crea un distanziamento e una difficoltà ad entrare in relazione. Inoltre, le indiane migranti presenti nella provincia di Latina sono aumentate negli ultimi tempi e sono entrate nel mercato del lavoro sia come badanti che come braccianti agricole. L’occasione vera per studiare il fenomeno me l’ha data WeWorld Onlus, che mi ha permesso di realizzare una indagine approfondita e che sto per presentare: ciò che emerge è che la situazione è molto grave».
 
Come avviene il reclutamento e lo sfruttamento delle donne? 
«Prima di tutto vengono reclutati gli uomini. Poi le donne. Quando vengono reclutate attraverso il furgoncino, entrano per ultime così da andare ad occupare i posti più pericolosi, le ultime file. In alcune aziende, poi, vivono situazioni di ricatto, di pressione e violenza sessuale». 
 
Quali sono le forme di violenza?
«Le forme sono diverse. Alcune si vedono pagata la giornata o il mese se entrano nella macchina del padrone italiano o del caporale indiano per soddisfare le loro perversioni sessuali, altre se restano qualche ora in più a lavorare dopo che se ne sono andate tutte via, così da potersi appartare con il padrone. Le storie raccolte devo dire che sono devastanti. Dentro una importante azienda agricola abbiamo scoperto che le donne immigrate, durante la pausa di lavoro - che è un diritto -, se vengono sorprese a parlare nella loro lingua d’origine dal padrone, vengono multate, anche di 20 euro. Questo significa che lavorano gratis. Perché non vuole il padrone che parlino la loro lingua? Perché l’imprenditore deve ascoltare la conversazione, perché non vuole che si scambiano informazioni critiche, perché teme che possano organizzarsi per riferire al sindacato o alla polizia: ma questo dover parlare in italiano per essere capite rappresenta un’altra violazione delle libertà fondamentali».
 
Altre forme di controllo? 
«Attraverso i social. Se una di loro prende un giorno di risposo o di ferie per andare dal medico, passa sul lungomare, si fa una foto e la posta, il caporale o il padrone italiano richiama la donna subito al lavoro, perché ritiene che non sia andata a fare quello che aveva detto. Non solo: il linguaggio usato spesso è duro, con utilizzo di espressioni razziste, altre volte maciste o maschiliste».
 
Ma ci sono anche altri episodi gravi. 
«Purtroppo sì. Tra questi abbiamo raccolto la storia di una donna dei Paesi dell’Est che parla correttamente l’italiano: era impiegata in condizioni estreme, lavorava 14 ore al giorno, insultata dal suo caporale magari perché aveva un odore forte dopo tutte quelle ore. A causa di tutto questo, era entrata in uno stato di depressione molto grave, tanto da rischiare il suicidio. Si è salvata grazie al sostegno della famiglia e perché si è rivolta ad un medico che l’ha messa in guardia. Per fortuna ce l’ha fatta». 
 
Denunciano le donne?
«La cosa straordinaria è che hanno cominciato a denunciare! Stanno prendendo forza anche grazie al progetto Dignità Job Singh di Tempi Moderni con Progetto Diritti, con il quale sono stati aperti degli sportelli itineranti, come quello che gestisco io. E le prime persone che sono venute da noi sono state cinque donne che ci hanno raccontato la loro storie. A volte raccontano e non denunciano. In questo caso hanno raccontato e hanno deciso di fare vertenza. Loro avevano lavorato nel nord della provincia di Latina, per sei mesi tutti i giorni, occupandosi della raccolta della frutta, e anche di incassettamento e lavaggio, senza prendere un euro. Nonostante il contratto. Solo una, incinta, ha avuto un acconto di 150 euro. Queste hanno denunciato e noi come Tempi Moderni stiamo seguendo la vicenda». 
 
Come riuscite ad informarle che possono chiedere aiuto?
«Prima di tutto attraverso i social che, però, non gestiamo noi, ma facciamo gestire dai braccianti stessi. Poi, sempre attraverso gli indiani, nei templi. È fondamentale che la comunicazione sia interna alla comunità. Sicuramente c’è ancora un dato quantitativo basso, ma rispetto a cinque anni fa va meglio».
 
Le loro denunce hanno portato a procedimenti? 
«Ci sono indagini in corso: alcune donne sono state ascoltate, ma i tempi del giudizio sono lunghi. Noi, quando cominceranno i processi, in quelli più gravi ci costituiremo parte civile». 
 
In altri territori com’è la situazione delle donne?
«Antonello Mangano anni fa denunciò a Vittoria, in Sicilia, la presenza di donne rumene vittime di tratte internazionali utilizzate per prestazioni sessuali e sfruttamento di lavoro. Dimostrò che venivano organizzati dei festini da parte del padrone durante i quali erano obbligate a ballare nude e spesso venivano anche violentate. A dare avvio all’inchiesta fu il sospetto numero di aborti delle donne rumene che era cresciuto enormemente e questo indicava qualcosa di strano. Gli stessi fenomeni sono stati rilevati anche in Calabria, Puglia, Campania… Il punto è che, se non ci saranno controlli puntuali delle aziende da parte di tutti gli organi competenti, questo fenomeno non sarà mai fermato». 
 
La legge 199 sta funzionando?
«L’aspetto repressivo sta funzionando. Grazie a questa legge sono stati aperti processi e inchieste ovunque al Nord e al Sud. La 199, dunque, è ottima da questo punto di vista. E prevede anche la creazione di una rete. Ma in provincia di Latina, per fare un esempio, esistono novemila aziende agricole. Alla rete del lavoro agricolo di qualità ti devi iscrivere per partecipare al progetto di riforma. Sino ad ora se ne sono iscritte solo 117. Quindi, se non c’è volontà da parte del mondo dell’impresa di cambiare le cose, questa riforma non va bene e non è sufficiente l’uso delle manette». 
 
Nel caporalato maschile, dopo il vostro lavoro di informazione, si è verificato un fenomeno: i caporali hanno smesso di assumere persone che già lavoravano nei campi, che avevano imparato l’italiano e che conoscevano i propri diritti e hanno cominciato ad assumere persone appena arrivate in Italia, proprio per poter avere a disposizione nuove vittime meno ‘problematiche’. Lo stesso si verificherà con le donne?
«È molto probabile: tutte le donne che abbiamo accolto sono state iper tutelate e non si fa mai il nome dell’azienda. Ma il rischio c’è. Diciamo che i caporali tendono a tutelarsi e a risolvere a monte il problema. In alcune aziende criminali, per esempio, la selezione della donna bracciante migrante che può essere oggetto di ricatto e violenza viene fatta sulla base di certe caratteristiche, come essere madre. Chi è madre è più ricattabile. E il caporale sa di potersi rifare sui figli o sa che può anche solo mettere in giro brutte voci su quelle donne. Una operazione piuttosto frequente che serve a imporre uno stigma tale che quella donna non lavorerà più». 
 
Come formate queste donne?
«La denuncia è l’ultimo passo. Prima di tutto viene la formazione e l’informazione. Per fare questo contiamo sulla collaborazione di mediatori di alto profilo. Senza coscientizzazione non si può arrivare ad un cambiamento. La cosa importante è che loro, quando vengono da noi, si sentano al sicuro. È importante che conoscano i loro diritti per poi decidere liberamente. Inoltre fanno corsi di italiano e di diritto alla salute. Spieghiamo loro che possono rivolgersi alla Asl e in alcuni casi siamo noi a portarle dal medico. Parliamo di donne che o sono nate in italia o sono arrivate da noi tramite il ricongiungimento familiare, quindi sono tutte con il permesso di soggiorno». 
 
L’età delle donne che vi chiedono aiuto?
«L’età più bassa intorno ai 24-25 anni. Quella più alta sui 50». 
 
Arrivano anche donne italiane?
«Abbiamo avuto informazioni di una ex bracciante italiana di Sabaudia che non solo racconta ciò che accade alle donne straniere, ma anche a lei. Ma nel caso delle italiane si tratta di forme più sofisticate di ricatto. Mentre con le indiane i caporali o i padroni si esprimono in modo più volgare, con le italiane sono più cauti, ma non cambia la sostanza delle cose. In questo ambito, tuttavia, registriamo una cosa ‘anomala’: è più facile parlare con la donna migrante che con la donna italiana. Perché la donna italiana abbiamo notato che o si rivolge al sindacato o tace, quella indiana, invece, è più consapevole delle italiane che siamo affidabili!».                                                             

LA QUINTA MAFIA
Nuova edizione de “La Quinta Mafia” di Marco Omizzolo, arricchita anche dalla prefazione del Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho e dalla postfazione di Gian Maria Fara, presidente di Eurispes. Già edito nel 2016, il testo, stampato da RadiciFuture, si presenta con nuove indagini e riflessioni rinnovate su aspetti sino ad oggi trascurati delle mafie e dei loro affari compiuti in provincia di Latina. Marco Omizzolo è presidente di Tempi Moderni, sociologo Eurispes, consulente Amnesty International, docente a La Sapienza e autore di molte pubblicazioni. 

 


Maria Antonietta RositanI: mio marito mi ha dato fuoco, ma l’amore per i miei figli mi ha salvata 


Le sue denunce sono cadute nel vuoto, finché l’ex marito, evaso, l’ha raggiunta per ‘punirla’. Ma lei è sopravvissuta ed ora spera in un futuro sereno
di Angela Iantosca

Chi denuncia è solo: con la propria vergogna, il senso di colpa, le lacrime, la disperazione. È solo di fronte ai figli e di fronte alla reazione di chi vede l’altro come una proprietà. 
Anche Maria Antonietta Rositani è rimasta sola per anni, ha sopportato in silenzio schiaffi e botte, ha nascosto ciò che accadeva tra le mura di casa, per paura del giudizio, per paura di capire davvero il proprio sentimento, nella convinzione di essere innamorata. Ha taciuto per anni, finché la violenza non ha più riguardato solo lei. 
«È il 19 dicembre del 2018 quando mio marito (Ciro - ndr) alza le mani anche su mia figlia. In quel momento qualcosa scatta dentro di me e io trovo la forza di chiamare i Carabinieri. Il maresciallo che si presenta dice a mia figlia che uno schiaffo un padre lo può dare e che quindi si può perdonare. Al medico di guardia, venuto per refertare e che voleva assegnarci 20 punti a testa, viene chiesto di diminuire i punti segnati sia a me che a mia figlia, riducendoli a 10, per evitare che mio marito sia portato in caserma. Ma io non mi arrendo e il giorno dopo torno da loro: spiego la situazione e chiedo di nuovo aiuto al maresciallo che mi promette protezione e di starmi vicino. Non l’ho mai visto alla mia porta...».
 
Passano pochi giorni e il 5 gennaio la figlia, mentre il marito la picchia, va a chiedere aiuto ai suoi familiari. 
«Loro erano all’oscuro di tutto: li avevo sempre voluti proteggere da ciò che mi accadeva o forse non volevo mostrare la mia fragilità. Appena lo vengono a sapere, intervengono: mio padre, senza perdere tempo, va dai carabinieri dicendo che ci dovrebbe essere una mia denuncia del mese di dicembre. C’è una donna quel giorno che sostituisce il maresciallo: guarda ovunque, ma non trova il foglio, finché apre un cassetto e trova la pratica con sopra un appunto: “Da elaborare dopo le feste natalizie”… Mentre sono lì che recuperano quanto già scritto, mio padre riceve la telefonata di mio fratello: “Ciro sta ammazzando Maria”. A quel punto mio padre esce subito dalla stazione insieme alle forze di polizia e arriva da me, dove trovano mio marito in flagranza di reato».
 
Ciro viene arrestato e condannato a più di tre anni di carcere, lontano da Reggio Calabria, la città in cui vivono. 
«Ma purtroppo ottiene troppo presto la libertà vigilata e, appena uscito, comincia ad usare tutti i mezzi di comunicazione per arrivare a me. Da parte mia ricomincio con le denunce, ma nessuno le prende in considerazione, finché a fine marzo 2019 si fa 500 km di strada e mi raggiunge».
 
Ciro è evaso dagli arresti domiciliari che sta scontando in Campania con un solo obiettivo: raggiungere Maria Antonietta e punirla.  
«Comincio a ricevere telefonate e messaggi, ma non immagino che sia evaso. Sono preoccupata, ma non penso al peggio. Poi accompagno i miei figli a scuola, torno a casa e ricevo la telefonata di mio padre: “Ciro è evaso dagli arresti domiciliari”. Prendo le chiavi, salgo in macchina e corro dai Carabinieri. Ma mentre sono per strada, la mia auto viene speronata. Non c’è bisogno di vedere chi sia stato: lo so che è lui. Il lato della guida è bloccato, allora prendo il cellulare e chiamo la polizia per comunicare cosa sta accadendo e dove sono. Poi lo vedo: ha una tanica in mano, mi guarda negli occhi, getta la benzina e appicca il fuoco. Sul lato passeggero si trova il cagnolino che avevo regalato a mio figlio dopo l’arresto del padre. Muore due giorni dopo. Ma non ho tempo per disperarmi, devo scappare. La mia portiera è bloccata e sono costretta ad uscire proprio dal lato passeggero, andando incontro al mio aguzzino. Lui mi guarda, mi getta benzina addosso e mi dice “muori”. Mi allontano di corsa in fiamme. La sera prima è piovuto, in strada ci sono delle pozzanghere, mi getto nella prima provando a spegnere le fiamme e a bere un po’… Lui scappa. Vengo recuperata lì e portata in ospedale. Poi con un jet militare mi trasferiscono al Centro grandi ustioni di Bari. Lui viene arrestato il giorno dopo in pieno centro a Reggio Calabria». 
 
Maria Antonietta rimane 12 mesi in ospedale, finisce 200 volte in sala operatoria, resta in coma per una settimana a causa di varie complicanze, rischia di morire, e, per il lockdown, lascia Bari per tornare a Reggio Calabria dove viene trasferita nel reparto di chirurgia. Torna a casa il 25 novembre del 2020. 
«Ho scelto apposta questa data per lanciare un messaggio. Volevo dire a tutte: affidatevi a Dio, denunciate, perché ce la possiamo fare nonostante il calvario. In questo periodo ho conosciuto delle persone straordinarie, a cominciare da Donatella Gimigliano e al suo “Women for Women against violence”, l’evento annuale da lei curato durante il quale mi ha voluto consegnare un assegno tramite lo sponsor Acaia Medical Center per sostenere il lungo percorso riabilitativo. Il giorno della premiazione mi sono state dette delle parole stupende che mi hanno dato tantissima forza e mi hanno fatto capire, ancora una volta, di non essere sola: “Potrai ricominciare a sorridere diventando ancora più bella”. È stato un momento molto importante, al di là della gioia di poter veder curato il corpo bruciato (le fiamme hanno colpito il 75% del corpo di Maria Antonietta - ndr), perché una donna vittima di violenza di solito è una donna abbandonata a se stessa e loro, invece, mi hanno dato la prospettiva di una rinascita. Mi hanno dato speranza».
 
Oltre al sostegno e l’appoggio che Maria Antonietta ha ricevuto da tutta la famiglia.
 «A cominciare da mio padre che, per starmi accanto, si è riempito di debiti, ha anche dormito su una panchina pur di non lasciarmi mai sola a Bari, si è accollato tutte le spese, è andato contro ogni muro e non mi ha mai lasciato la mano. Non oso pensare quanto sia stato male: io sicuramente ho sofferto, ma la mia famiglia, nel vedermi fasciata così come una mummia, credo sia stata malissimo. Sono stata molto fortunata ad avere tutta la famiglia accanto…». 
 
Sono passati due anni e mezzo: quale messaggio si sente di lanciare? 
«Una donna che subisce violenza tende a nascondere, ha paura del giudizio, ha paura di capire quello che prova, pensa di essere innamorata, pensa sia giusto essere trattata così. Il messaggio che cerco di lanciare, allora, è alle persone che stanno vicino alle vittime, a quel sorriso amaro, a quel volto sofferente: se è possibile, togliete quel velo di omertà, intromettetevi nella vita di queste donne. Una donna che subisce violenza cerca qualcosa o qualcuno a cui aggrapparsi: non lasciatele sole, neanche nel momento in cui vanno a denunciare». 
 
Qual è la situazione in questo momento?
«Mia figlia oggi ha 22 anni e mio figlio 12. Ciro è stato condannato a 18 anni. Ma ho paura: a giugno, è stata concessa la perizia psichiatrica. Il 22 ottobre c’è il secondo grado: vediamo cosa accade (la rivista è andata in stampa il 15 ottobre – ndr). Penso che per questi uomini ci vogliono pene sicure, sono uomini che ci vogliono togliere la vita. Ma quando ce la tolgono, anche la loro deve essere segnata. Basta con queste pene leggere! Non si può far vivere una donna in queste condizioni. Non si può vivere con il pensiero che un giono possa uscire e completare ciò che ha cominciato». 
 
Chi accoglie la denuncia è preparato?
«L’uomo che accoglie la denuncia deve essere pronto a 360 gradi ad avere quella donna davanti. Deve essere una persona formata. Deve sapere come incoraggiarla, deve sapere dove portarla per farle cominciare il dopo denuncia. E non dovremmo essere noi ad andare via di casa, in località protette o in centri antiviolenza. Loro dovrebbero essere allontanati. Un uomo se vuole ammazzare la moglie deve stare in galera. Non ci possono essere alternative. Sono persone malvagie».
 
Davanti a lei cosa c’è?
«Spero nella pace. Spero di vivere senza angoscia, di vedere i miei figli crescere, spero di vedere mio padre tranquillo, di vedere anche diventare grandi i miei nipotini (Maria Antonietta è diventata da poco nonna – ndr), di non dare preoccupazioni ai miei famigliari».                                                                    

Women For Women Against Violence
Si è svolto eccezionalmente nella primavera del 2021 “Women for Women against Violence”, evento organizzato dall’Associazione Consorzio Umanitas per promuovere il contrasto alla violenza di genere e il benessere delle donne che lottano contro il tumore al seno. L’evento ha la triplice finalità di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle criticità, valorizzare le iniziative sui due temi e raccogliere fondi per le associazioni impegnate nelle attività di sostegno. Nell’edizione 2021 tra le premiate anche Maria Antonietta Rositani, la donna che l’ex marito ha tentato di uccidere, lanciandole addosso della benzina. A lei è stato consegnato un assegno, grazie allo sponsor Acaia Medical Center, per sostenre le spese mediche necessarie per la sua riabilitazione (Nella foto sopra con la Ciampoli e la dottoressa Carmen Pisano dell’Acaia Medical Center durante la serata).

 


EVA CONTRO EVA 


Cosa accade quando la violenza viene agita tra donne? Ce lo raccontano le autrici di “Donne impreviste” che, per la prima volta, rendono visibili queste donne dietro le quinte 

di Angela Iantosca

Sono “Donne impreviste” quelle che non ti aspetti, quelle a cui non si guarda normalmente, quelle che camminano nell’ombra, quelle che agiscono nel silenzio o che subiscono senza poter dar voce a ciò che accade. Sono le donne dietro le quinte che Angela Infante, Alessandra Rossi e Lucia Caponera hanno deciso di far venire allo scoperto, facendo luce, attraverso un libro, su un tema di cui non si è mai sentito parlare: la violenza delle donne sulle donne in una relazione lesbica. Perché questa, purtroppo, non è una questione di genere. 
Come e quando nasce l’idea di “Donne impreviste. Storie di donne dietro le quinte” pubblicato ad ottobre da Rapsodia edizioni?
«Nasce nel 2010 quando per caso entrai in contatto con la storia di due donne che esercitavano violenza l’una sull’altra – spiega Angela Infante counselor in malattie infettive presso un policlinico cittadino, consulente familiare, formatrice -. Parlai dunque con l’allora presidente dell’associazione ArciLesbica, proponendole di provare ad indagare meglio, ponendo delle domande attraverso un questionario.  Così mi misi con una collega esperta a preparare questo materiale. Da lì ha preso il via l’indagine “Eva contro Eva” con l’obiettivo di rilevare se e come alcune forme di violenza riguardino i legami intimi tra donne, con l’obiettivo di creare consapevolezza e prevenzione». 
Consapevolezza e prevenzione: due aspetti troppo spesso trascurati, soprattutto in questo ambito, perché nell’immaginario collettivo quando si parla di violenza si pensa a quella esercitata solo da un uomo su una donna. 
«Il punto è che sono le donne stesse ad avere una percezione dell’abuso legata al maschio – continua la Infante -. Quando si tratta di una questione tra donne viene percepito in altro modo. Se un compagno controlla il cellulare o ti controlla la vita, reagisci in un certo modo. Se lo fa la compagna, questa cosa non viene contestata. È come se si diventasse più morbidi». 
 
Eppure si tratta di violenza. 
«Uno sguardo ai dati dei centri antiviolenza – spiega Alessandra Rossi, docente e coordinatrice di Gay Help Line - serve solo ad avere la conferma che per la maggior parte sono gli uomini ad assoggettare, abusare, uccidere le donne. La violenza maschile sulle donne è il portato tragico dell’impostazione patriarcale della nostra società e della disuguaglianza sociale dei generi su cui si struttura. Inquadrare le dinamiche di violenza tra partner esclusivamente all’interno della coppia eterosessuale rischia, però, di ostacolare il riconoscimento della violenza quando si manifesta nelle relazioni tra individui dello stesso sesso. Per questo, alla base dell’indagine “Eva contro Eva” è stata posta l’ipotesi che il genere, inteso come costruzione sociale del femminile e del maschile, rimane una componente essenziale nelle dinamiche di dominio e controllo di una partner sull’altra, ogni volta che nella relazione si crea un dislivello di forze. Mi spiego: io gestisco un contact center contro l’omotransfobia e mi trovo spesso a riflettere sul ruolo di genere, cioè mi rendo conto che c’è bisogno di focalizzarsi sulla costruzione del femminile e del maschile anche quando questo lo caliamo in corpi biologicamente femminili. Di frequente le donne che agiscono violenza sulle compagne si ritrovano oggi a cercare il proprio percorso di emancipazione e ad appropriarsi di un maschile che spesso è violento e prevaricatore e lo utilizzano come grimaldello di forza per poter scovare il proprio posto all’interno della società e delle relazioni. Quindi direi che le donne non è che devono fare un passo indietro, ma sicuramente devono avere il coraggio di esercitare un femminile più sano e forte». 
 
Quali sono le caratteristiche dell’abusante?
«Si evidenzia un maggiore potere economico – spiega Lucia Caponera, dottore di ricerca in Filosofia e presidente Differenza Lesbica Roma -, una più solida posizione lavorativa e sociale. Le azioni compiute sono maltrattamenti emotivi, psicologici e fisici che lasciano la donna che ne è vittima in condizioni di isolamento, paura e senso di colpa».
 
La vostra indagine ha interessato 100 persone: qual è l’entità del fenomeno?
«Sia in ambito eterosessuale che tra le lesbiche la violenza è un fenomeno nascosto. Anzi forse nel secondo caso ancora di più. Nel primo caso il fenomeno emerge quando la donna va a denunciare. Nel secondo caso non ci sono luoghi in cui andare a denunciare, perché non ci sono persone pronte ad accogliere questo tipo di denunce. Per questo la nostra idea è di formare i centri antiviolenza e le operatrici. Perché quando arriva una coppia, maschio e femmina, prendi in carico la donna, se l’uomo si vuole curare sono problemi suoi. Quando arriva una coppia di donne, le stesse operatrici fanno fatica a vedere il fenomeno. Il punto è sempre lo stesso: se mai si comincia ad affrontare la questione, se mai si studia come affrontarla, mai si risolverà il problema. Hai mai sentito parlare di questo tema ai vari movimenti contro la violenza sulle donne nati negli ultimi anni? E ancora peggio se ad avere bisogno di aiuto sono le donne trans...». 
 
Voi fino ad ora siete riusciti a formare qualcuno?
«Noi abbiamo formato un centro antiviolenza a Latina e un centro di accoglienza a Roma».
 
Chi agisce violenza in una coppia lesbica è più sicura del silenzio della vittima, visto che molto spesso le coppie non sono mai venute allo scoperto?
«La violenza – spiega la Rossi - si avvale anche del silenzio e dell’invisibilità che esiste ancora oggi nelle coppie lesbiche. C’è una lesbofobia interiorizzata che produce un senso di insicurezza. La violenza viene agita a più livelli perché si soffre la visibilità e la si usa per proteggere se stessi anche attraverso l’uso di forme di controllo. Inoltre, c’è molto isolamento rispetto alla possibilità di fare coming out; le donne tendono ad essere assolutizzanti nel rapporto, spesso creando un meccanismo tossico che si priva di quella socialità che sarebbe importante anche per ricevere aiuto dagli altri, quell’aiuto che non si trova dentro se stessi. Si rischia, dunque, di essere vittime di se stesse e dei propri pregiudizi. Non fare coiming out, non dirlo ai parenti, determina quella bolla, quell’isolamento da cui è difficile uscire per paura di non essere capite, sia rispetto alla condizione di donna abusata sia di donna che agisce la violenza, anche a dispetto di se stessa». 
«Ma la verità è che, se in una relazione non ho chiarito prima con me stessa chi sono, «ci sarà sicuramente un senso di costrizione che mi attraverserà e che trasferirò all’altra e che diventerà una spirale – continua la Infante -. Già dirsi lesbica per alcune è una fatica, in più bisogna riconoscere di essere soggette a forme di controllo e trovare qualcuno pronto ad accogliere le nostre parole e a crederci. Quando abbiamo realizzato le interviste, la sorpresa delle intervistate era proprio questa: trovare qualcuno capace di accogliere quello che stavano dicendo. Io stessa, quando ho compilato quel questionario, ho capito di essere stata la vittima in una relazione, l’ho capito leggendo quelle domande… Noi speriamo che questo discorso alimenti una formazione seria». 
 
Dal momento che i centri antiviolenza già esistono. 
«Ci sono molti centri antiviolenza gestiti dal Comune – aggiunge la Infante -. Cosa ci vorrebbe a far fare un corso di formazione alle operatrici? Noi la formazione la facciamo in un paio di ore. Ovviamente non ci sono molte denunce di questo tipo, perché se vai in un centro antiviolenza e non sanno ascoltarti, vai da un poliziotto e ti rimanda a casa, che senso ha denunciare?». 
 
A proposito degli abusanti, nel libro colpisce la quantità di persone che agiscono violenza e che si raccontano…
«Quando abbiamo fatto la call per raccogliere le storie, sono arrivate tutte storie di donne abusate. A quel punto le ho messe alle strette, facendole riflettere e domandando se davvero fossero sicure di non aver mai abusato di qualcuno in qualche modo...». 
 
Quanto è terapeutico il raccontarsi, anche per l’abusante? 
«È stato molto utile – spiega Lucia -, costringerle a fermarsi e ad analizzare il proprio comportamento, perché le ha spinte a raccontarsi. La domanda ha avuto quasi una funzione terapeutica, ma è stata anche in grado di farle riflettere su determinati meccanismi che altrimenti non sarebbero venuti fuori. Ecco i centri di ascolto dovrebbero assumere questa pratica come strumento per intercettare questa richiesta. Spesso le donne non vanno perché sanno che le porte sono chiuse, perché non c’è vero ascolto che significa liberarsi dei preconcetti e sentire cosa ci viene detto». 
 
Chi abusa è l’elemento forte della coppia? 
«In una relazione tra donne quella che esercita un ruolo di dominio è la più debole, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Questa cosa va detta. Muoversi in una relazione ricalcando ruoli di genere stereotipati significa aver interiorizzato qualcosa di insano che non può essere lasciato lì così…». 
 
Da dove nasce il titolo del libro?
«Trent’anni fa – conclude Lucia Caponera - questa storia è stata portata in superficie in America. E il titolo del libro, “Storie dietro le quinte”, era il titolo di una pièce teatrale messa in scena proprio negli Usa una sola volta. Il sottotitolo era: “La storia di una lesbica che ha trovato il coraggio di creare un’alternativa ad una relazione abusante”».                                           

DONNE IMPREVISTE
È stato pubblicato ad ottobre il libro “Donne impreviste. Storie dietro le quinte” (Rapsodia Edizioni) a cura di Angela Infante, counselor in malattie infettive presso un policlinico cittadino, consulente familiare e formatrice, Alessandra Rossi, docente e coordinatrice Gay Help Line, Lucia Caponera, dottore di ricerca in Filosofia e presidente Differenza Lesbica Roma. Una raccolta di storie per parlare di violenza nelle relazioni tra donne e indagare in che forme si manifesta: qual è il peso dei ruoli di genere al suo interno, quanto è condizionata dai pregiudizi, dall’isolamento, dalla lesbobitransfobia? La spinta verso un approfondimento è venuta dalla lettura di un dato di realtà, dall’osservazione di un modello di abuso fatto di maltrattamenti emotivi, psicologici e fisici che coinvolgono tanto chi lo subisce, quanto chi lo esercita.

 


Sara, fuggita dall’Afghanistan ora spera in un futuro in Italia


A Herat lavorava come medico per aiutare le donne nella cura del tumore al seno. la violenza talebana L'ha costretta ad andare via e a trovare rifugio in Italia

di Susanna Bagnoli

Durante l’intervista Sara, nome di fantasia di una giovane dottoressa fuggita dall’Afghanistan a metà agosto e ora in Italia con l’aiuto di Fondazione Umberto Veronesi, dice molte volte ‘grazie’. A chi l’ha portata in Italia, al governo italiano, a chi l’ha formata per diventare un buon medico in grado di fare diagnosi di tumore al seno, a chi la aiuterà a ricostruirsi una vita e un futuro professionale. Sara ha 34 anni, ha studiato medicina a Herat, specializzandosi in ginecologia e lavorava all’ambulatorio di Herat aperto da Fondazione Umberto Veronesi per prevenire e curare i tumori al seno. Adesso chiuso. In poco meno di mezz’ora al telefono, con l’aiuto del traduttore dal persiano Ayoub Naseri, mi catapulta nella sua vita: gli studi, i viaggi in Italia per specializzarsi, l’impegno per le donne in ospedale, e poi il precipitare della situazione, la paura e la fuga. E ora la speranza di una nuova vita. 
 
Con chi è venuta in Italia?
«Con mia mamma e una delle mie sorelle, anche lei medico. Mio padre è morto due anni fa. Un’altra mia sorella e due fratelli sono rimasti con le loro famiglie in Afghanistan. Uno dei miei fratelli probabilmente riuscirà a venire via. Sta aspettando aiuto dal momento che ha collaborato con le forze internazionali».
 
Come sta? 
«Sono grata per l’aiuto e il supporto del governo italiano e soprattutto di Fondazione Umberto Veronesi che ci ha aiutate ad arrivare qui per ricominciare una vita nuova, in pace e in sicurezza. D’altra parte sono anche triste e ho paura per la mia famiglia che sta ancora in Afghanistan. Soffro per la distanza da loro, per non averli vicini qui con me». 

Era già stata prima in Italia? 
«A gennaio 2018 per partecipare a un corso di specializzazione in citologia, sul cancro al seno a Perugia. Un corso molto istruttivo con il Dott. Paolo Giovenali e la Dott.ssa Daniela Fenocchio dell’Associazione Patologi Oltre Frontiera, utile perché fossimo in grado di dare un servizio nel nostro paese ai nostri pazienti. Durante quel periodo ho avuto anche l’opportunità di partecipare alla conferenza internazionale “Science for Peace and Health” di Fondazione che si teneva a Milano e lì ho conosciuto direttamente anche il Prof. Paolo Veronesi». 
 
Di cosa si occupava nel centro di Fondazione a Herat?
«Facevamo radiografie, mammografie e esami citologici. Io mi occupavo del controllo delle immagini in laboratorio per fare la diagnosi, inviando i risultati a Perugia per capire meglio la situazione delle pazienti. Dopo un po’ di tempo dalla nascita dell’ospedale, dal momento che i nostri risultati erano affidabili, il numero delle donne che venivano a farsi controllare è iniziato a crescere. Era nato un rapporto di fiducia. Prima dell’ambulatorio, che forniva un servizio gratuito, le donne dovevano andare negli altri paesi, in India e in Pakistan per farsi visitare».
 
Cosa vorrebbe dire alle sue pazienti rimaste in Afghanistan?  
«Penso al fatto che non hanno più i servizi di prevenzione e cura. Mi dispiace tantissimo. Conosco la loro povertà e la loro condizione di vita. Però voglio dire loro di non perdere la speranza. Speriamo di poter  riaprire l’ambulatorio. Io prego per loro». 
 
Come sono stati gli ultimi giorni a Herat?
«Abbiamo vissuto l’orrore, la città era circondata dai talebani. Noi continuavamo a lavorare. La sensazione generale era di disperazione pensando che in pochi giorni i talebani avrebbero preso la città e il centro sarebbe stato chiuso».
 
Che cosa accadrà ora in Afghanistan? 
«Il paese sta andando indietro e mi dispiace molto. Purtroppo tutti i passi avanti nell’istruzione, nell’economia, nelle libertà, nel ruolo delle donne, si sono fermati. Nell’ospedale abbiamo lavorato tanto e speso tanta energia per aiutare le donne, occupandoci della loro salute. Ma oggi tutto si è fermato».
 
Cosa si augura per il suo futuro? 
«Per prima cosa voglio imparare l’italiano. Il mio sogno è di poter continuare la mia attività professionale, mi dispiacerebbe dover rinunciare all’esperienza che ho maturato. Spero di avere una mano per ricominciare il mio lavoro e per aiutare qui in Italia le persone che hanno bisogno».                        
 
10.000 DONNE VISITATE GRATUITAMENTE
Fondazione Umberto Veronesi ha aperto nel 2013 a Herat, in Afghanistan il centro di prevenzione e cura del tumore al seno dove Sara lavorava e che adesso è stato chiuso. Sara è una delle otto dottoresse afgane portate in Italia da Fondazione Umberto Veronesi, insieme alle loro famiglie, in seguito a una loro prima email di pericolo il 31 luglio scorso. Nato per volere di Umberto Veronesi, il centro ha permesso negli anni di visitare gratuitamente quasi 10.000 donne adesso rimaste senza cure. La Fondazione ha portato in salvo in tutto 34 persone e adesso è impegnata a fare il necessario per il proseguimento della formazione e aggiornamento in campo oncologico delle dottoresse afgane.

 


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