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L置ltimo zampognaro

A Scapoli, in Molise, a casa del maestro Franco Izzi che ha scelto di vivere costruendo zampogne

Lun 06 Dic 2021 | di Testo e foto di Roberto Gabriele | Bella Italia
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Dicembre è il mese di Natale e, mentre la tradizione anglosassone porta l’immaginario collettivo tra renne e abeti innevati accompagnati dal suono di jingle e campanelle, le atmosfere italiane sono caratterizzate da presepi, paesini illuminati e dal caratteristico e inimitabile suono delle zampogne.
Il cui regno è in Molise: qui, infatti, si trova Scapoli, il paese delle zampogne dove persino la musica di attesa del centralino del Comune è suonata con la zampogna.

Scapoli è il tipico paesino appenninico adagiato sul costone della montagna. 
Ci troviamo in provincia di Isernia, ai piedi del Monte Marrone, della catena delle Mainarde, teatro dell’omonima battaglia del 31 marzo 1944 che servì a far indietreggiare la linea Gustav dell’esercito tedesco arroccatosi sulla cima. Oggi solo 600 anime popolano questa piccola località che in 20 anni si è quasi dimezzata per numero di abitanti.

Scapoli è un luogo fuori dal tempo che cerca di resistere alla fuga dei giovani verso le città: il centro storico ha solo una strada che è il corso del paese, l’ufficio postale, il Comune e due bar che sono il vero centro di aggregazione sociale degli Scapolesi. Ovviamente c’è la chiesa, un minimarket e un camioncino che porta la frutta fresca in piazza ogni giorno.
Alla sommità del paese ci sono i bastioni fortificati della città vecchia e il Cammino di Ronda che ancora oggi costituiscono le passeggiate da fare nelle sere d’estate.
A metà aprile a Scapoli può anche nevicare: siamo alti in quota e siamo lontani dal mare, le stradine sono deserte, silenziose e tra i suoi vicoli si sentono solo i garriti delle rondini che riempiono il cielo, nessuna voce, nessuna auto, nessuna musica: a Scapoli si può perdere l’equilibrio.

DUE EVENTI L’ANNO
Due volte l’anno ci sono eventi speciali e il paese acquista un nuovo ritmo e suono: il primo è a Carnevale, quando cade la festa del Raviolo Scapolese, e d’improvviso il paese si riempie di migliaia di persone che vengono a mangiare questa specialità che non ha uguali nella cucina italiana: si tratta di un raviolone enorme, tanto che la porzione normale ne prevede solo 3 in un piatto. Il secondo è a fine luglio quando c’è il Festival Internazionale della Zampogna (da due anni sospeso a causa del Covid), il quale raccoglie ancora più persone che arrivano per partecipare a questo evento unico al mondo. 
Poi di nuovo il silenzio e la vita tranquilla con i ritmi di una volta.

LA ZAMPOGNA SUL FRANCOBOLLO 
Nel 2014 alla zampogna di Scapoli è stato persino dedicato un francobollo di Poste Italiane proprio per celebrare il valore culturale di questo strumento musicale. Da segnalare il Museo Internazionale della Zampogna, purtroppo anche questo al momento è chiuso a causa della pandemia e per successivi lavori di ristrutturazione che promettono saranno finiti nella primavera 2022.

TRA UOMO E GREGGI
Ma la zampogna non va vista in una bacheca, va ascoltata, va vissuta come i pastori, insieme ai pastori: è uno strumento che non può prescindere dalle sue origini. Strumento usato già dagli antichi romani (che all’epoca lo chiamavano utriculus ossia “otre”), la zampogna è parte integrante del rapporto tra l’uomo e le sue greggi. L’esperienza più straordinaria alla quale si possa assistere è, infatti, ascoltare il suono della zampogna in montagna, con i musicisti vestiti da pastori con i loro gilet di pelliccia, i camicioni bianchi o a quadri, i pantaloni di velluto alla zuava infilati nei calzettoni di lana e con le tipiche “ciocie” ai piedi e annodate sui polpacci: una scarpa che qui un tempo era così diffusa da dare il nome di ciociari a tutti quelli che le indossavano e anche alla Ciociaria, un’area che comprende la provincia di  Frosinone.

Ma, al di là dei ricordi di un passato lontano, c’è chi questi ricordi continua a renderli vivi: è il Maestro Franco Izzi, l’ultimo zampognaro rimasto che ha deciso di vivere costruendo zampogne, non come fosse un hobby, ma come scelta radicale di vita.
Con lui ho trascorso qualche giorno e ho potuto conoscere questo uomo forte e deciso, di solidi principi e dal carattere apparentemente introverso, scoprendo presto, dietro la sua coriacea  scorza da pastore e montanaro, una grandissima voglia di socializzare e di condividere il suo sapere, la cultura popolare nella quale è cresciuto e della quale è un vero ambasciatore.
L’ho compresa subito la sua natura quando, al mio arrivo, mi ha accolto come un vecchio amico invitandomi a pranzo: un indimenticabile pranzo frugale e straordinario di quelli che si organizzano solo con i famigliari più stretti!
Ho capito subito che c’era molto da imparare da quest’uomo. L’ho capito dalle grandi mani, dal modo in cui tagliava il pane. 
La sua casa un fortino senza tempo, con un calendario in cucina fermo al dicembre 1956: pietre a vista sui muri, un tavolo, le sedie, una poltroncina e il caminetto che, oltre a riscaldare l’ambiente, ci è servito per cucinare la bistecca. Davanti a noi i suoi quattro cani, ordinatamente seduti sul divano.
Per un po’ abbiamo parlato di tanti argomenti, mi ha mostrato casa, abbiamo pasteggiato raccontandoci episodi del passato, come due vecchi amici. Poi si è allontanato e, quando è tornato, era vestito da zampognaro. Ha cominciato così a parlare di toni, semitoni, ottave e chiavi, mi ha spiegato come funziona la zampogna, la sua storia, le dimensioni, le difficoltà per suonarla e gli accorgimenti per costruirla. Mi ha parlato di bordone e di canto, di otre e di campana… L’ho ascoltato a lungo, ho compreso poco, ma mi è arrivata tutta la sua esperienza e passione. Anche quando mi ha parlato con comprensibile orgoglio del suo "Bordone Modulabile" da lui inventato e poi brevettato a Campobasso: un’innovazione che ha portato la zampogna a diventare uno strumento completo, cioè con la possibilità di avere tutto il giro armonico della propria tonalità. Una lezione di musica, di scale, di tonalità e armonie…

NELLA BOTTEGA 
Nel corso del pomeriggio, poi, mi ha portato nella bottega alla quale si accede direttamente dalla scala interna di casa.
E mentre io impazzivo in quella bottega profumata di essenze di legno stagionato e per quella luce con intensità variabile “a zone” diversa in ogni  angolo della stanza… Franco mi ha mostrato con le sue mani forti tutti i procedimenti costruttivi delle sue zampogne: dalla realizzazione dell’ancia alla tornitura delle canne, i suoi legnami invecchiati per otto lunghi anni prima di poterli lavorare per farli diventare canne o bordoni di una zampogna.
Poi mi ha portato fuori, nel vicoletto, si è messo nascosto dietro una delle finestre del Cammino di Ronda che fa da cassa armonica e, abbracciando la sua zampogna da 32, ha iniziato a suonare riempiendo delle sue note tutta la valle.
Il giorno dopo quella magia si è riaccesa ancora un volta. è accaduto al Monumento ai Caduti di Monte Marrone dove l’ultimo zampognaro ha voluto suonare solo per me. Così si è arrampicato a diversi metri di altezza su una serie di blocchi di cemento sovrapposti (uno per ciascuna Regione Italiana) e da lì ha iniziato a suonare per me e quel pubblico in alto tra le nuvole.                                                  

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