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Una Ca.Za. per invecchiare attivamente

Grazie a un bando della regione Puglia e del Comune di Brindisi, tre donne hanno dato vita al loro progetto di cohousing per over 65 contro la solitudine. E in futuro spazio alla coabitazione giovani e anziani

Lun 06 Dic 2021 | di Nadia Afragola | Attualità
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E se invecchiare diventasse tutto a un tratto qualcosa da cui non dover fuggire? Qualcosa di bello, da condividere: qualcosa che ci rendesse più attivi e meno soli? È questa la domanda a cui le tre fondatrici di Casa Zamalek hanno dato una risposta attraverso un progetto di Co-housing aperto a tutti gli over 65, grazie al quale anche la terza età trova un posto in cui combattere la solitudine, fare attività, conoscere nuove persone e incontrare i più giovani. In una parola, una casa in cui continuare a vivere in modo pieno e dignitoso.

Dietro il progetto tre donne, due laureate in economia aziendale (con specializzazione in management delle organizzazioni marittime e della logistica), Marianna Ungaro ed Eleonora Quacquarelli, e una psicologa, Giada Caricato. Noi abbiamo incontrato Eleonora.

Cominciamo dal raccontare chi siete.
«Ci conosciamo dai tempi dell'università, poi, come spesso accade, ci siamo perse di vista dopo la laurea. Fino a quando un giorno io e Marianna ci siamo riviste. Le raccontai di alcuni Co-housing di cui avevo sentito parlare all’estero. Questo nuovo modello dell’abitare ci colpì in egual maniera. Iniziammo a domandarci se a Brindisi avesse mai potuto funzionare. Così abbiamo analizzato il tessuto sociale locale, ci siamo informate e abbiamo constatato quanto il nostro paese stia invecchiando e quanto poco ricambio generazionale ci sia. L'età media aumenta e a causa dei ritmi frenetici a cui ci stiamo abituando, molti anziani si ritrovano a vivere una situazione di solitudine. In questo momento subentra anche Giada, perché abbiamo capito che per sviluppare al meglio la nostra idea c'era bisogno di una psicologa e psicoterapeuta. Io e Marianna invece abbiamo una formazione puramente economica. Il passo successivo è stato creare una società, che si chiama Zamalek. Il nome è preso in prestito da un quartiere del Cairo che ha unito me e Marianna durante gli studi. Ci ha portato molta fortuna allora e lo sta facendo ancora adesso». 

Questa esperienza nasce per combattere la solitudine e vede la luce in un momento di pandemia, in cui il senso di isolamento ha allontanato tutti. Come avete vissuto il lockdown?
«Nel 2019 abbiamo vinto un bando della regione Puglia e un bando del Comune di Brindisi che ci ha sostenuto nel progetto. Durante la pandemia, le RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) sono state particolarmente colpite dal Covid, quindi il tema era molto attuale. Da un lato ci siamo sentite scoraggiate, perché il momento storico era dei peggiori, dall’altro abbiamo visto l'opportunità di cambiare il modello di accoglienza, perché spostare le persone dalle grandi strutture a delle vere e proprie case, permette di dare un servizio migliore». 

Questo progetto ha rivoluzionato le vostre vite in termini lavorativi?
«Sia io che Giada continuiamo a praticare la nostra professione, anche perché Casa Zamalek sarà una cooperativa senza scopo di lucro. Abbiamo semplicemente creduto nell'innovazione sociale e abbiamo dato il nostro apporto. Quello che succederà domani non lo sappiamo ancora».

La notizia è stata accolta bene a giudicare dall'interesse nazionale che il progetto ha avuto. 
«Direi più che bene. Da settimane non facciamo altro che rispondere a tv e radio. Non ci aspettavamo così tanto interesse».

E come se lo spiega?
«Forse non siamo abituati a riservare tanta attenzione a quella fascia di età. Spesso gli anziani vengono destinati a strutture dove viene erogata assistenza sanitaria di cui magari non hanno bisogno. La nostra è un'alternativa, una via di mezzo tra una classica RSA e la casa privata».

Come si arriva ai finanziamenti? 
«Per noi la burocrazia non ha rappresentato un ostacolo. Non è un processo di certo snello. Abbiamo inviato la nostra candidatura per un bando dedicato alla giovane imprenditoria e l'abbiamo vinto».

Siete tre donne. Questo ha complicato le cose?
«È una domanda che mi fa un po' rabbia. Bisogna uscire dalla logica che per le donne sia più difficile fare ogni cosa. Nella realtà non abbiamo avuto nessun tipo di ostracizzazione: basta credere nelle proprie idee».

Questa abitazione di proprietà della Curia è allestita per accogliere sei persone. E se non bastassero?
«Noi ci auguriamo che sia solo la prima Co-housing. Quando non basteranno più i posti, ne allestiremo un'altra e un'altra ancora».

Come scegliete gli ospiti della Casa?
«Una condizione necessaria è l'autosufficienza, perché non offriamo assistenza sanitaria. Siamo più una struttura ricettiva. Si fa un colloquio conoscitivo con Giada, la psicologa, e si fa un percorso di accompagnamento psicologico, perché gli ospiti condivideranno la vita e gli spazi con degli estranei».

Ca.Za. è anche una community di enti, imprese e associazioni che vi ha permesso di scrivere la guida Vivere Brindisi in età matura.
«Ci siamo arrivate grazie al percorso di innovazione urbana che abbiamo fatto con il Comune, in cui la nostra idea si è perfezionata. È stato un bel percorso di accompagnamento. Con loro abbiamo immaginato di fornire un servizio ludico ricreativo non solo agli abitanti della Ca.Za, ma a tutti gli over 65 della città».

Una casa per invecchiare attivamente. È questo il vostro slogan.
«È quello che noi aspiriamo a fare. Gli anziani non sono un peso per la società. Nella nostra Ca.Za si rendono utili e partecipano alle attività. E promuoviamo uno scambio generazionale con i bambini. Vogliamo invertire un trend secondo cui la terza età sia socialmente inutile».

Qual è il costo della Ca.Za.?
«Il costo è di 1.300 € al mese. Il servizio comprende ogni cosa, vitto, alloggio, utenze, pulizie e tutte le attività che organizziamo per gli ospiti».

Cos'è la solitudine?
«Purtroppo ho avuto modo di sperimentarla quotidianamente con mia madre, che è rimasta sola qualche anno fa. La solitudine è un nemico pericoloso che va combattuto».

Vista la sua giovane età, da dove viene questa sensibilità?
«Ho vissuto varie circostanze. Chiunque ha avuto dei nonni, quindi il tema lo dovremmo conoscere tutti molto bene. Poi ci sono persone particolarmente sensibili al tema. Il processo progettuale è stato molto naturale».

Quindi non pensiamo ai giovani per il momento?
«Perché no? Ci pensiamo invece. Nel nord Europa esistono già Co-housing misti, quindi magari ci arriveremo anche noi».

Cosa volete fare da grandi?
«Una risposta corale di tutte e tre sarebbe sicuramente: le cohousers. Personalmente aggiungerei: crescere bene i miei figli ed essere una buona madre».                                                  

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