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Dottore, ascoltami ed io ti ascolterò

La prima “cura” è il rapporto umano tra medico e paziente

Ven 15 Gen 2010 | di Sandra Romano | Salute
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Un  paziente ha bisogno del suo medico, dico suo perché ne ha fiducia, lo stima e ci si affida.
Ma cosa si aspetta una persona quando in uno stato di soggezione fisica e psicologica è costretta a recarsi dal dottore? Secondo studi recenti, i pazienti considerano la capacità di comunicare come una delle prime tre qualità che un medico dovrebbe possedere.
Perciò ci si aspetta attenzione, comprensione e ascolto, insomma la capacità di entrare in relazione senza distrazioni di sorta per trarre quante più utili informazioni al fine di inquadrare il problema e ingegnarsi per risolverlo.
Un anno e mezzo fa mi fu dato l’incarico di relatore ad un convegno medico scientifico e l’argomento di cui mi occupai fu appunto la comunicazione tra medico e paziente dal punto di vista però di chi è affetto da asma e si trova ad avere “fame d’aria”, e soprattutto dei bambini in tale condizione.
La sfida fu ardua ma avvincente: io, paziente, sola a “relazionare” davanti ad una platea di specialisti agguerriti. Ma io lo ero anche di più. Scelsi quindi di farmi accompagnare con la fantasia a colloquio con uno di loro tenendo ben presente il mio stato fisico e psicologico e riuscii a farli mettere nei panni di un paziente che aveva aspettative di ascolto e comprensione. La platea si risvegliò dal torpore e fu un successo.
Il paziente ci deve andare dal dottore, ma di certo non ne ha voglia, spera almeno che lo ascolti e lo capisca e che magari si spieghi con chiarezza. E se il medico non ascolta, spesso è nervoso perché ha poco tempo, il telefono gli squilla, il paziente parla e perde il filo, cosa succede?
Ma come può un medico svolgere la sua missione senza prima sapere qual è il problema? E cosa ottiene il paziente se il medico, suo punto di riferimento, non l’ascolta, non è presente, è distratto e pensa già di sapere tutto?
Dovrebbe risultare un meccanismo molto semplice ascoltare il proprio paziente, comprenderne i sintomi e poi definire la diagnosi stando bene attenti a dosare le informazioni e l’intensità delle stesse a seconda di chi si ha di fronte. Ma non è così, si tende a standardizzare i pazienti credendo erroneamente che i casi da considerare siano soltanto quelli da manuale e in tal modo vanno trattati, dimenticando l’elemento fondamentale “persona”.
È necessaria una comunicazione estremamente rispettosa della persona e  il coinvolgimento nella terapia del paziente a qualsiasi età. Va individuata la situazione familiare per capire come comunicare, nel caso di un minore è indispensabile coinvolgere i genitori per capire quanto la malattia incide sulla persona e sulla famiglia e modulare di conseguenza la comunicazione. Nei confronti del bambino piccolo l’atteggiamento da assumere non può essere di tipo razionalistico. Più cresce il piccolo, più aumenta la collaborazione con il medico. Anche nell’adolescenza è particolarmente importante ben comunicare perché subentra l’elemento “trasgressione” che va tenuto in considerazione.
La soluzione al mio problema di salute si allontana se le mie legittime aspettative vengono disattese e spesso non mi resta che cambiare medico. Sono più disorientata e preoccupata di prima.
Molti pazienti, infatti, anche in caso di patologie facilmente gestibili si spostano di città in città alla ricerca di un buon dottore, ma forse cercano soltanto di esser compresi e quindi a loro volta di comprendere, necessitano solo di giuste informazioni.
Il rapporto con il  paziente è bene che sia perciò di ascolto e non direttivo, cioè non si può obbligare a seguire un asettico protocollo di cura senza aver ascoltato e capito come il paziente è cresciuto. Ognuno vive il problema in modo diverso: c’è chi si sente giustamente preoccupato per qualcosa di grave e chi è ugualmente preoccupato ma per qualcosa di  non grave. 
Il medico deve mettersi in condizione di capire come viene vissuto il problema per ridurre lo stato d’ansia in alcuni casi e mettere in allerta un po’ di più in altri casi che vengono magari presi sotto gamba.
Capita sovente, ad esempio, di allarmare inutilmente il paziente come nel caso in cui si associa ad un’orticaria uno shock anafilattico, salvo invece scoprire una delusione familiare associata ad una sensibilità particolare della pelle quale causa dell’orticaria stessa. È indispensabile entrare nella vita del paziente.
Il medico cerca di avere nel minor tempo possibile tutti gli elementi per la diagnosi, ma vanno spiegate le motivazioni della terapia, la somministrazione e gli effetti degli eventuali farmaci e la tempistica della guarigione.
Va considerata la persona nel suo complesso perché è chiaro che una persona che ha una condizione psicologica particolarmente fragile condiziona anche il proprio sistema immunitario. E allora mi vien da dire forte e chiaro: viva l’amore, unica rivoluzione!
Viva l’amore per la missione di medico, viva l’amore per la medicina ma soprattutto viva l’amore per le persone che nelle mani del medico mettono la cosa più preziosa che hanno: la loro vita.
 



CARO DOTTORE, NON TI STRESSARE!
Per poter aiutare gli altri, occorre star bene in prima persona. Purtroppo spesso medici ed infermieri  lavorano troppo, di corsa, magari con la paura di commettere errori o non fare l'agognata carriera. Molti scivolano perciò in droga e alcol, si ammalano dentro. Nel mondo i dottori maschi si suicidano due volte più rispetto alla media, e le donne quattro volte più. Un recente studio evidenzia che in Spagna, dove c'è un sistema sanitario molto simile al nostro, 12 medici su 100 iniziano a bere, a drogarsi o a giocare d'azzardo. Si chiama “dipendenza patologica professionale”. E poi si separano tra il 10 ed il 20% in più rispetto al resto della gente. In Italia si stima che questi fenomeni riguaderebbero circa 40.000 operatori sanitari.  «A cadere nella trappola – spiega Paola Mora responsabile del Centro Studi Albert Schweitzer – sono proprio i più bravi e quelli che dedicano tutta la loro vita al lavoro. Ma nel nostro Paese non si è fatta alcuna indagine in questo senso e non ci si rivolge  a strutture assistenziali per paura di essere riconosciuti ed avere ripercussioni sulla carriera». Una mano ai camici bianchi la possono dare gli stessi pazienti, evitando di ricorrervi per ogni minima cosa ed evitando di dipendere da medici, ricette e medicine. Ma, il più delle volte, quello che si cerca è uno scambio tra persone, un minimo di relazione. Prima del corpo, occorre prendersi cura di sé da dentro. Da entrambe le parti.


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