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Non voglio cambiare pianeta

Mentre i grandi dicono solo “bla bla bla”, noi cosa facciamo per la terra?

Lun 06 Dic 2021 | di Angela Iantosca | Ambiente
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Non c’è più tempo. Lo stanno dicendo tutti. Soprattutto i giovanissimi guidati da Greta e dal coraggio di dire (in piena ragione) “bla bla bla” a chi comanda il mondo. Perché i ‘grandi’ della Terra non procedono ancora con decisioni drastiche. E neanche noi. Perché, ammettiamolo, chi di noi, quando apre il rubinetto in cucina, pensa a chi non ha acqua da bere, alle riserve idriche che stanno finendo? E quando accendiamo la luce? E quando ci colleghiamo a qualsiasi sito? Ci pensiamo a quanto inquina anche internet? Non c’è più tempo. Come ci dicono gli esperti che abbiamo intervistato e chi ha deciso di immergersi completamente nei ritmi della Natura, amandola e rispettandola. E se cominciassimo anche noi? Ma davvero questa volta... Perché l’orologio ha ancora pochi giri da compiere prima della fine! 

 


Non c’è più tempo


Emanuele Tirelli

Occorre cambiare la traiettoria e iniziare a farlo immediatamente. E, per quanto molte persone stiano ragionando sempre di più sull’importanza di una svolta per salvaguardare la Terra, si vede solo la punta dell’iceberg. «In realtà non c’è una completa percezione di quanto stia male il nostro pianeta», dice Simona Castaldi, docente di Ecologia all'Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli di Caserta e coordinatrice scientifica del progetto europeo “Desert Adapt”, del quale la sua università è project leader.

Cos’è che non vediamo?
«Il livello di alterazione di tutti gli ecosistemi è altissimo. Parliamo di perdita di naturalità e qualità, di frammentazione, di aumento delle aree con suoli degradati. In regioni come la Sicilia e la Puglia, ma anche in Paesi come Spagna e Portogallo, ci sono numerosi terreni prossimi alla desertificazione. Se ne accorge chi lavora sul campo, l’agricoltore, che in alcuni casi ne è il primo responsabile e in altri la subisce. Inoltre, i livelli di inquinamento sono altissimi ovunque e la quantità di plastica negli oceani arriva a formare isole grandi quanto la Francia. Pensiamo inoltre a gas come il protossido di azoto, di cui l’agricoltura è la fonte principale, che resta nell’atmosfera per oltre 100 anni. Insomma, il cambiamento climatico ha tempi di recupero lentissimi, ma bisogna pur iniziare per i nostri figli, per i nostri nipoti e per le generazioni che verranno».

Le temperature continuano ad aumentare.
«L’ultimo report dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) ha mostrato che nel 2030 raggiungeremo con alta probabilità la soglia di 1,5 gradi centigradi di riscaldamento medio atmosferico in più rispetto al periodo preindustriale, sia con un comportamento estremamente virtuoso sia con l’attuale stile di vita. La differenza sta nel fatto che nel primo caso ci assesteremo su quella soglia e potremo iniziare a scendere. Nel secondo caso continueremo a salire. Oramai sappiamo tutti che ci sono più giorni caldi; che le zone nevose e i ghiacciai si sciolgono; che gli estremi climatici aumentano. Un esempio sta in ciò che è accaduto a Catania alla fine di ottobre: sono difficilmente gestibili».

Come comportarsi in questo scenario?
«Di sicuro la prima cosa da fare è prepararsi, concentrandosi sulla mitigazione e sull’adattamento. La prima consiste nella nostra capacità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra. L’adattamento sta invece in una serie di nuovi modelli e nuove strategie, perché quelli precedenti non funzionano più. Se sappiamo che ci saranno estati caldissime, con picchi di richieste di energia elettrica perché le persone accenderanno di più i condizionatori, bisogna prevederlo. Se i campi rischiano di restare senza acqua per quattro mesi, occorre un piano adeguato. Adattamento vuol dire cambiare gli schemi a vari livelli, rendendo anche il cittadino più consapevole e proattivo. I giovani dimostrano sicuramente una maggiore sensibilità verso questi temi ed è su di loro che bisogna puntare di più, sperando che possano condizionare anche gli adulti dei propri nuclei familiari. In realtà molte persone sanno bene cosa potrebbero fare per dare il proprio contributo».

Piccoli gesti quotidiani?
«Per produrre e trasportare una busta di plastica vengono emessi molti gas a effetto serra. Poi magari quella busta viene usata una volta sola e buttata via. Portarne una con sé di stoffa o di altri materiali avrebbe una ricaduta positiva enorme. Così come smettere di comprare l’acqua se quella che esce dai nostri rubinetti è potabile. O usare una borraccia, camminare di più, non abusare del condizionatore. In Scandinavia ci sono interi siti dove è possibile portare le proprie cose per riciclarle o rigenerarle. Potremmo farlo anche noi. In più abbiamo bisogno del sostegno della classe politica e del mondo produttivo con un cambiamento organizzativo, affinché i macchinari abbiano sempre pezzi di ricambio per preferire la riparazione allo smaltimento».

Sostenibilità.
«Purtroppo è una parola un po’ abusata, usata a sproposito in troppe circostanze. Bisognerebbe fare un po’ di attenzione a cosa vuol dire e in cosa consiste, magari anche grazie a delle informazioni a livello ministeriale, a pubblicità progresso e a informative per i cittadini». 

Oramai si parla sempre di più dell’obiettivo Europa carbon neutral entro il 2050.
«Per raggiungerlo occorre un cambiamento molto rapido. E questo cambiamento non può prescindere dalla condivisione con gli altri Paesi. È inutile raggiungere la carbon neutrality in Europa se poi altrove si va in una direzione opposta. I pesticidi usati nelle regioni tropicali arrivano fino al Polo Nord: li hanno trovati anche nel grasso degli orsi polari. E le bottiglie di plastica dei Paesi del Terzo Mondo finiscono negli oceani e fanno il giro del pianeta. India e Cina sono Paesi già in forte crescita da tempo. Adesso c’è la previsione che i prossimi saranno in Africa e nel Sud America. Occorre sviluppare tutte le tecnologie giuste, stimolare un cambiamento nelle persone ed esportare dei modelli altrove, a volte anche in maniera co-partecipativa, imparando dai Paesi che sono più legati di noi alla vita in natura. 
Il problema della sostenibilità su scala planetaria potrebbe essere uno degli argomenti capaci di generare collaborazione e non divisione».          

 


Il suolo, risorsa vitale e non rinnovabile

Italia: perdiamo 2 metri quadri al secondo


Il 5 dicembre è la giornata mondiale del suolo, fondamentale nella produzione di cibo e nella mitigazione dei cambiamenti climatici

Domenico Zaccaria

La produzione di oltre il 95% del cibo presente sulle nostre tavole dipende dal suolo. Che, per la sua capacità di immagazzinare il carbonio, gioca un ruolo decisivo nella mitigazione dei cambiamenti climatici. Parliamo di una risorsa essenziale, ma al contempo fragile e soprattutto non rinnovabile: per formare un solo centimetro di terreno fertile sono necessari dai cento ai mille anni; mentre per distruggerlo basta molto meno, il tempo di una colata di cemento. Per questo motivo, nel 2014 la Fao ha istituito la Giornata mondiale del suolo, che si celebra il 5 dicembre per ricordare l’importanza di una sua gestione sostenibile. A livello globale il quadro non è confortante, perché il 33% dei terreni mondiali è moderatamente o fortemente degradato; tra gli effetti più evidenti - oltre alla scomparsa di centinaia di varietà di frutta e verdura – c’è una perdita di carbonio compresa tra il 25 e il 75%, rilasciato nell’atmosfera sotto forma di CO2. 

20 CAMPI DI CALCIO AL GIORNO
La situazione non è più rosea in Italia, dove nemmeno l’emergenza pandemica è riuscita ad arrestare il fenomeno del consumo di suolo. Secondo i dati dell’Ispra, nel 2020 le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 56,7 chilometri quadrati: l’equivalente di circa 20 campi da calcio ogni giorno. Persino nell’anno caratterizzato dal Coronavirus si è mantenuta la velocità di trasformazione del territorio registrata nell’ultimo periodo, ovvero quasi due metri quadrati persi irreversibilmente ogni secondo. Nell’ambito del progetto europeo Soil4life (che vede coinvolti Legambiente come capofila, Cia, Ccivs, Crea, Ersaf, Politecnico di Milano, Roma Capitale e Zelena Istra), l’Ispra ha realizzato anche un’approfondita analisi della situazione nelle due più grandi realtà della Penisola, il Comune di Roma e l’Area Metropolitana di Milano: tra il 2006 e il 2020, nel primo sono stati consumati 2.023,66 ettari di territorio, mentre nella seconda il dato sale a 2.153,2 ettari.
Complessivamente la percentuale di terreni persi nella Capitale è pari al 24% del totale, con un consumo pro-capite di 108 metri quadrati per abitante; nella Città metropolitana lombarda, invece, il dato sale fino al 32%. Da anni l’Italia attende una legge contro il consumo di suolo che - dati alla mano - non è più rinviabile. La riforma, peraltro, è prevista nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Sarà la volta buona?         


 

Uomini e animali: quale legame? 


Con i cambiamenti climatici in aumento le malattie derivate dagli animali

Emanuele Tirelli

C’è un legame molto stretto tra lo stato di salute del nostro pianeta, i cambiamenti climatici, la vita dell’uomo e quella degli animali. «Possiamo affermare che le zoonosi (malattie che si trasmettono dagli animali all'uomo - ndr) originano nel 70% dei casi dal mondo animale». Sante Roperto è docente di malattie infettive nel Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università Federico II di Napoli. 

Da cosa dipende?
«Ci sono diversi motivi. Innanzitutto il cambiamento climatico fa sì che alcune popolazioni di insetti vettori, come le zanzare, raggiungano zone della Terra che prima erano precluse. Le cosiddette malattie tropicali oggi sono molto più frequenti: ci sono zanzare tipiche di certi climi che sono state trovate anche in Siberia. La “tigre” che è arrivata in Italia ha portato con sé anche le sue malattie. Lo stesso virus Dengue in passato riguardava esclusivamente la fascia tropicale, mentre adesso è diffuso in tutto il Sud e Nord America. Anche la deforestazione e la progressiva espansione dei centri abitati ha un ruolo determinante. In questo modo gli animali selvatici perdono il loro habitat naturale e si spingono nelle città a contatto con l’uomo».

La commercializzazione degli animali esotici ha contribuito?
«Prima anche il cane era tenuto per lo più in giardino, in campagna. Adesso è sul divano di casa nostra. Ma nelle abitazioni sono apparsi sempre di più soprattutto gli animali esotici, che creano una promiscuità spesso capace di diffondere maggiormente certe malattie. Senza dimenticare la promiscuità dei wet market (come quello da cui pare sia avvenuto il salto di specie del Sars cov2). A essere privilegiate sono determinate caratteristiche estetiche o alimentari e non la resistenza. Insomma, ci sono razze più belle, ma più deboli rispetto al passato. Su scala mondiale si registra infatti una diffusissima resistenza agli antibiotici e, molti di quelli che abbiamo scoperto nella metà del secolo scorso, adesso non sono più efficaci nei confronti di alcuni batteri, tanto per l’uomo quanto per gli animali».

Si pensa molto ai vaccini, ma meno a salvaguardare gli habitat?
«Troppo poco. Dal 1980 a oggi ci sono stati 30 patogeni come il SarsCov2 a rischio pandemico. La nostra fortuna è che nessuno di questi si è diffuso su scala mondiale. Alcuni, come il virus Zika, simile alla Dengue, dava febbre e dolori articolari, ma non portava alla morte. In alcuni casi non si è andato a indagare a fondo. Pensiamo che la prima epidemia del mondo globalizzato è stata quella dell’Hiv. Poi abbiamo avuto Sars, Viaria e in parte l’Ebola. La stessa Mers, molto simile al Covid19, ha coinvolto solo i Paesi del sud-est asiatico e l’Arabia. Non è ancora chiaro il motivo: forse perché il meccanismo d’azione del virus ha trovato un clima più favorevole o ha riconosciuto nei cammelli degli animali intermedi di preferenza».

I viaggi intercontinentali sono all’ordine del giorno.
«E favoriscono la diffusione dei virus molto più di prima. Basta anche un solo volo. Pensiamo al virus Nipah che ha nei pipistrelli i suoi vettori e che infetta anche l’uomo. Se costruisco dove abita questo animale, è naturale che me lo ritrovo in città. Oppure, se vado a fare un’escursione in una grotta dell’Africa e vengo morso, poi mi infetto e rischio di portarlo a casa. Il Nipah, inoltre, dà manifestazioni respiratorie negli uomini e neurologiche negli animali. Non c’è una regola valida per tutti. Quello che è chiaro sempre di più è che i vaccini sono determinanti, ma la diffusione delle malattie infettive si contrasta rispettando il nostro pianeta».                                                 

 


Quel parco è una banca


Banca del germoplasma: 12 ettari di alberi e arbusti nel cuore di Pistoia. Noi siamo entrati per voi con il presidente di Gea, la società che cura il parco

Susanna Bagnoli 

Un parco verde in città può anche essere una banca. Sì, un luogo che raccoglie e conserva, per vivere meglio il presente e costruire il futuro. Un futuro che vogliamo sempre più green. Accade a Pistoia, città leader nel campo del vivaismo, che ospita la ‘banca del germoplasma’, curata dalla società Gea. Si tratta di un parco 25 ettari, di cui la metà occupati da 1500 esemplari di alberi e arbusti di 400 specie diverse. 
Fu il CNR di Firenze negli anni ‘80 a iniziare la prima raccolta di piante ornamentali, per verificarne la rispondenza della nomenclatura botanica e farla diventare una sorgente primaria di materiale di moltiplicazione certificato. Poi negli anni ’90, con le  direttive comunitarie, che prevedevano il controllo delle caratteristiche genetiche e fitosanitarie del materiale immesso sul mercato europeo e nazionale, la struttura potenziò le attività scientifiche. Nel tempo, le collezioni sono state completate con le specie mancanti. Il Presidente di Gea, Giovanni Palchetti, ci ha portato ‘dentro’ il parco.  
Cos’è la banca del germoplasma?
«È una struttura che raccoglie e conserva individui di specie o varietà. Molto nota è lo Svalbard Global Seed Vault, che è una banca dei semi, voluta dall’ONU nelle isole norvegesi Svalbard. Anche in Italia ce ne sono una ventina. Si conservano i semi, in particolare per le piante erbacee, che hanno un ciclo di vita annuale o di pochi anni. Ma per le specie legnose si possono prevedere anche piante vive in campo, e questo è il caso della ‘nostra’ banca a Pistoia». 
Qual è lo scopo?
«Sono molteplici. Oltre alla principale funzione conservativa delle specie raccolte, svolge anche funzioni scientifiche per i ricercatori e professionisti del settore. Inoltre, ha un impiego didattico per gli studenti, dalle scuole elementari fino ai corsi universitari specifici. Infine, ora che le piante sono cresciute ed assestate, costituisce anche una delle più estese zone a verde della nostra città». 
Da dove arrivano le piante?
«Principalmente dai vivai e talvolta dagli importatori da altri paesi. Le piante vengono messe a dimora nei nostri campi-catalogo e poi seguite nel loro sviluppo, prima di tutto per controllare la loro rispondenza varietale. Inoltre, vengono rilevati pregi e difetti di ciascuna, al fine di valutare la loro adattabilità al nostro clima ed alle diverse situazioni di stress naturale».
Quali tipi e come sono state scelte le piante che ospita? 
«Il nucleo di partenza è una vecchia raccolta di conifere e latifoglie che erano le più richieste nei vivai alla fine degli anni ‘80. Poi alla metà degli anni ’90, con lo sviluppo del verde urbano, sono state realizzate le collezioni delle alberature, piante più adatte negli impianti cittadini di parchi e viali. Alla fine degli anni ’90 sono arrivate le collezioni di arbusti ornamentali, più adatti alla coltivazione in serra. Le collezioni vengono costantemente ampliate con nuove piante, da quelle a portamento compatto, per gli spazi sempre più angusti nel verde urbano, alle collezioni monotematiche di Wisteria o Liquidambar. Più di recente si stanno aggiungendo le piante in grado di abbattere l’inquinamento ambientale, oppure quelle più adatte ad affrontare il cambiamento climatico».
A questo proposito, ci sono piante più resistenti all’attacco del cambiamento climatico? Più capaci di altre, per contrastarne gli effetti?
«Una volta si consigliava l’impianto di piante autoctone perché sicuramente più adatte al clima di una certa zona, adesso, con il cambiamento climatico, si cerca di andare incontro alle mutate condizioni, adottando ad esempio piante esotiche di aree più calde e siccitose. Ma anche tra le piante nostrane ce ne sono di più resistenti all’estremizzazione del clima ed alla riduzione delle precipitazioni. Abbiamo ad esempio delle varietà particolari di frassino, di platano, di tiglio o di pioppo, ma anche alcune querce, che nella banca del germoplasma hanno mostrato di tollerare meglio di altre questi cambiamenti climatici». 
Che caratteristiche devono avere per essere adatte allo scopo?
«La capacità di adattarsi alle nuove condizioni climatiche, di resistere a vari altri stress che subiscono nell’ambiente urbano. Devono tollerare il compattamento e l’impermeabilizzazione del terreno e la presenza di inquinanti di ogni genere sia nell’aria che nel suolo, per avere un ruolo nell’abbattimento degli inquinanti e delle polveri sottili. Nella ‘nostra’ banca ci sono ad esempio molte varietà di acero, tiglio, carpino, ma anche platano o bagolaro che hanno mostrato una notevole efficacia nello svolgimento di questa funzione».
Si tratta di un progetto aperto alla comunità? 
«Sì, certamente. Oltre al parco scientifico e biotecnologico, GEA promuove l'educazione ambientale, attraverso le scuole, e la formazione qualificata nei settori dell'economia sostenibile. Abbiamo sale convegni, un laboratorio in serra e un’aula “en plein air”, all’aperto, una struttura in legno e materiali riciclati dove è possibile venire a fare lezione. Inoltre periodicamente facciamo degli open day, con visite guidate, a piccoli gruppi, accompagnati da nostre guide ambientali».                                                                                                                                   

innovazione nella natura
GEA è una società strumentale della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia che ha il compito di contribuire allo sviluppo della ricerca scientifica e dell’imprenditoria innovativa sul territorio, nel campo dello sviluppo sostenibile. Il parco scientifico e biotecnologico, con la ‘banca del germoplasma’, è uno dei progetti. Ma c’è anche la startup innovativa GEA.LAB per lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti e servizi innovativi e ad alto valore tecnologico rivolti in particolare, ma non esclusivamente, ai settori della farmaceutica, dell’agricoltura, del tessile, della pelletteria e, più in generale, della salute e del benessere di persone, animali e piante. Inoltre, è stato presentato il Progetto Parco GEA 2030, per l’ampliamento della fruibilità della vasta area. Tra le altre cose, il progetto prevede anche la realizzazione di  un'area umida semi-allagabile con flora e fauna palustre, destinata a ospitare volatili migratori in transito. Con possibilità di attivare percorsi didattici con birdwatching (www.gea.green/).

 


I droni? Servono a raccogliere plastica


Una startup con sede a Portici per salvare l’ambiente

Fabrizio Morelli

Un drone sorvola lo specchio d’acqua. Un catamarano lo naviga. Nessuno dei due è telecomandato. Sono entrambi autonomi, capaci di prendere decisioni su dove spostarsi e come comportarsi, con l’obiettivo di identificare e raccogliere la plastica. Il progetto si chiama “Litter Hunter”. Lo ha creato la startup innovativa Green Tech Solution con sede a Portici, in provincia di Napoli, incubata nell’innovation hub casertano 012factory. «Lavoriamo a tecnologie innovative per la salvaguardia ambientale e le applicazioni industriali», spiega l’ingegnere aeronautico Emanuele Della Volpe, ceo dell’azienda.

Quando è nato Litter Hunter?
«Nel 2019. Abbiamo iniziato a impiegarlo grazie a un protocollo tra Distretto Turistico della Costiera Amalfitana, Area Marina Protetta “Punta Campanella” e Parco dei Monti Lattari. Non solo per ripulire dai rifiuti, ma anche per far capire alle persone quanto le tecnologie innovative possano essere utili in questo settore. In quella circostanza ci siamo mossi su tutti i comuni della costiera».

Qual è la capacità di carico?
«La rete che abbiamo utilizzato nel primo prototipo era di circa 3 metri e scendeva a una profondità di 1,5. Se passata in una scia densa di rifiuti, ne prende 150 chili in 5 minuti. Un’altra prova fatta in uno specchio d’acqua quadrato di 100 metri per 100 ci ha mostrato che potevamo raggiungere una quarantina di singole bottiglie separate in un’ora di operazione. Ma non è possibile fornire dati univoci perché dipende da molti fattori, come dalla rete e dalle caratteristiche del luogo. Ogni sito ha una fenomenologia diversa che va valutata di volta in volta».

Adesso si sta rinnovando?
«Abbiamo vinto un finanziamento europeo che per quindici mesi sosterrà l’attività predittiva. Quindi non solo per identificare e raccogliere i rifiuti, ma anche per capire dove si sposteranno in base a tutta una serie di elementi. Uno dei partner del progetto è l’Università Parthenope di Napoli che ci ha messo a disposizione i suoi modelli oceanografici».

Non si tratta del vostro unico progetto.
«Svolgiamo numerose attività. E adesso abbiamo due nuove soluzioni in lavorazione. La prima serve a contrastare le navigazioni illecite e la pesca abusiva, generando degli allarmi che fanno scattare alcuni automatismi come un drone che si alza sull’area interessata e fa da deterrente. Un’altra, invece, si concentra sulla lotta agli incendi boschivi. In questa fase non ci è possibile svelare come agiranno precisamente le due soluzioni».

Ma li rileverà sul nascere?
«Si chiama “Fire Fighter”. Si occupa di individuarli rapidamente e di comunicarli alle autorità competenti. Degli appositi sensori acquisiscono nel tempo diverse informazioni su una determinata area, e questo contribuisce a determinare pure quale potrebbe essere l’evoluzione di un eventuale incendio. Si può risalire al punto di innesco e supportare le squadre di terra per capire dove si sta dirigendo il fuoco».                                                              

 


L’industria della moda: la seconda più inquinante dopo quella petrolifera


Matteo Ward: una linea di abbigliamento sostenibile e una startup innovativa per spiegare come comprare abiti in modo responsabile

Marzia Pomponio

È il volto del futuro dell’Italia. Matteo Ward, mamma vicentina e papà americano, una laurea in Economia internazionale all’Università Bocconi e in Business Sustainability Management alla University of Cambridge, con il suo brand ecosostenibile, Wråd, fondato nel 2015 insieme agli amici Victor Santiago e Silvia Giovanardi, sta rivoluzionando il mondo della moda. 
Il ruolo di senior manager e coamministratore di un colosso americano di abbigliamento in Germania, ricoperto per sei anni, gli consentono di conoscere il reale impatto sull’ambiente dell’industria della moda, la seconda più inquinante al mondo dopo quella petrolifera. Lascia l’azienda e insieme ai due futuri soci apre la pagina Instagram Wrad_living, in cui racconta il vero costo della moda con l’obiettivo di avviare un processo di sensibilizzazione sociale e produrre un cambiamento nel rispetto del pianeta. Nasce così Wråd, che debutta nella moda con la linea di t-shirts “Graphi–tee endorsed by Perpetua”, prodotta dagli scarti di grafite ottenuti con un’antica tecnica di tintura di epoca romana tramandata nei secoli dagli abitanti di Monterosso Calabro. Il progetto ha vinto il RedHot Design Award “Best of the Best 2017”, uno dei più importanti riconoscimenti del design mondiale.
Nel 2020 avete lanciato Sow (School of WRAD), la prima piattaforma digitale dedicata alla cultura della sostenibilità.   
«Noi siamo nati come progetto educativo prima ancora che come start up innovativa del dipartimento Ricerca e Sviluppo e del brand. Dopo sei anni in cui portiamo workshop educativi nei licei e nelle università ci siamo resi conto che il progetto dipendeva troppo dalla nostra presenza fisica. Il lockdown è stato l’occasione per fermarci e capire come ristrutturare la parte educativa per raggiungere milioni di studenti in tutto il mondo. Abbiamo creato una piattaforma digitale con pacchetti di corsi preregistrati in vendita per le aziende. La vendita di ognuno dà accesso gratuito a un ragazzo/ragazza di aziende, organizzazioni o scuole con le quale abbiamo creato negli anni delle partnership nel mondo».
Quale evento in particolare ha determinato la sua scelta di lasciare il colosso americano per lanciarsi nell’ecosostenibilità?
«Nel 2013 ho iniziato a ricevere una serie di certificati medici da parte di dipendenti che chiedevano di non indossare o limitare l’uso dei jeans, la nostra divisa. Molti avevano un’irritazione della pelle causata dall’inchiostro lasciato dal jeans, cosa che accadeva anche a me, ma prima di allora non mi sono mai chiesto cosa stesse assorbendo la mia pelle. Tutto quello con cui la pelle viene a contatto entra nel nostro organismo, è importante quindi che i nostri vestiti non contengano tinture tossiche». 
Quando acquistiamo i nostri capi a cosa bisogna prestare attenzione?  
«La prima domanda che dobbiamo porci è: “Sto comprando qualcosa che andrà a contatto diretto con la mia pelle?”. Se sì, è meglio evitare qualsiasi forma di fibra sintetica e tinture non certificate o poco chiare. Poi dobbiamo chiederci se quel capo andrà lavato spesso e come si può fare nel modo più corretto. Per gli indumenti che non vanno a contatto diretto con la pelle si può scegliere anche la fibra sintetica riciclata. Consiglio di non fissarci su un singolo materiale, se migliore o peggiore di un altro, perché è vero che ci sono materiali più responsabili di altri ma vanno sempre messi in relazione alla destinazione d’uso. Il poliestere riciclato, ad esempio, compare in molte classifiche come una delle fibre più responsabili, consuma poca acqua, ma una volta lavato in lavatrice rilascia microplastica. Nelle etichette sono indicate informazioni come la certificazione sull’utilizzo di sostanze chimiche non dannose per la nostra salute, la normativa europea,  il protocollo ZDHC (acronimo che sta per “zero scarico di sostanze chimiche pericolose, ndr). Queste tuttavia non danno al consumatore la certezza al 100% che il materiale sia responsabile, ma sono sicuramente di aiuto nel guidare le nostre scelte».
Quanto è cresciuta Wråd? 
«Dopo l’anno difficile per la pandemia il team è in crescita così come le nostre aree di interesse. Ci stiamo spostando infatti anche nel campo degli arredi di interni. Quello che dà più soddisfazione è essere riusciti a costruire una modalità di business innovativo, che non si limita alla vendita di prodotti sostenibili. Solo il 9% del nostro fatturato deriva dalla vendita di t-shirt, il resto sono servizi».                                                          

 


Sonia e il calore della semplicità


Sonia con la sua famiglia e quella scelta di vivere in un rifugio aperto dai suoceri quasi cinquant'anni fa

Francesca Favotto

«Non potrei vivere da nessun'altra parte, questa è la mia vita e io sono felice». La sento, la respiro questa felicità mentre Sonia mi parla in una calda mattinata di ottobre: lei immersa tra le sue montagne in Trentino, io alla scrivania a Milano. 
Da oltre trent'anni manda avanti insieme al marito Umberto l'“azienda” di famiglia: il Rifugio La Montanara, costruito dai suoceri Ettore e Ines nel 1973 sull'Altopiano del Pradel, un paradiso che si affaccia direttamente sulle Dolomiti della Paganella, in Trentino. 
Qui, insieme ai tre figli – Nabin e Sangita, adottati dal Nepal nel 2002, e poi Consuelo, nata nel 2004 – Umberto e Sonia gestiscono in tutto e per tutto il rifugio, occupandosi della ricezione degli ospiti e della ristorazione. «Umberto e Nabin sono ai fornelli, io e Sangita accogliamo le persone, Consuelo dà una mano in cucina». Ma è Sonia il cuore pulsante di tutto: si sente il suo batterle nella voce emozionata e innamorata di questo posto. 
«Viviamo qui la maggior parte dell'anno: dall'Immacolata a metà marzo per l'inverno, da metà maggio a metà ottobre per la stagione estiva, siamo chiusi praticamente solo a novembre». 
Ma dimmi, come si svolge una vostra giornata qui? 
«La mattina alle 6 ci alziamo, facciamo colazione, accendiamo i fuochi e prepariamo la colazione per gli ospiti che hanno dormito da noi. Poi Umberto va nel paese sotto a fare la spesa per il pranzo o la cena. Io mi occupo delle necessità degli ospiti. Tutto sommato il nostro lavoro non è molto diverso da quello di coloro che hanno un’attività di ristorazione in paese: accogliamo i nostri ospiti in qualsiasi momento della giornata per il pranzo, per la cena, per la pausa caffè. La differenza sta nel lavorare in un posto dove, aprendo le finestre, lo sguardo non si posa su una giungla di cemento, ma sulle cime più maestose delle Dolomiti di Brenta, patrimonio dell’Umanità. E il bosco è a soli dieci passi di distanza». 
Il bosco, luogo di ricarica, posto magico dove respirare...
«Se c'è tranquillità in rifugio e nessuna incombenza, nel pomeriggio vado a fare una passeggiata nel bosco, giusto mezz'oretta... Vedo se c'è qualcosa da raccogliere: frutti di bosco, erbe selvatiche, funghi... Insomma, materie prime a km zero, che poi in cucina mio marito utilizza nei suoi piatti. Quali? Dipende dagli ingredienti del giorno, ma i cavalli di battaglia di Umberto, assolutamente da provare, sono gli spaghetti di patata, conditi con funghi porcini e mortandela (da non confondersi con la mortadella: la mortandela è un presidio slow food della Val di Non, un salume a base di carne macinata di maiale - ndr) o i tagliolini freschi con le ortiche».
Quali sono i paesi più vicini? Come fate a raggiungerli? 
«Andalo e Molveno sono proprio qui sotto, c'è una strada forestale che ci collega ai primi centri abitati e siamo fortunati, perché fino a 15 anni fa non esisteva e dovevamo spostarci con il trattore. In inverno, utilizziamo il gatto delle nevi, anche per il trasporto degli ospiti, o la motoslitta. Alla fine, sono dieci minuti di strada, non molto, ma quanto basta per isolarci dal caos». 
Ami il tuo lavoro? Non ti manca nulla della vita in paese?
«Ho proprio una passione per quello che faccio: anche se ci sono certi giorni in cui arrivo a sera sfatta, quando vedo i clienti felici, mi passa tutto. E poi lavorare da qui è più bello che lavorare in città: quando porto i piatti ai tavoli e guardo dalla finestra, vedo i massicci alpini e ringrazio Dio per questa fortuna. Questo silenzio, questa tranquillità, questa pace... sono impagabili! In ufficio non resisterei un minuto. E poi se mi mancano le vetrine o il movimento di città, in pochi minuti sono in paese». 
Che rapporto hai con i vostri clienti?
«Con alcuni si instaura proprio un rapporto di amicizia, familiare. Il nostro obiettivo era creare un ambiente confortevole, accogliente, un nido sicuro. E così è: alcune famiglie tornano ogni anno a soggiornare da noi. E alcuni bambini sento che al momento della partenza chiedono alla mamma: “Ma quando torniamo dalla Sonia?”. Mi riempie il cuore e mi ripaga di ogni fatica». 
Ma dimmi, hai un momento solo tuo, un tuo rito, che ti dà pace ed energia?
«Ma certo, al mattino, quando mi sveglio, e prima di andare a letto, non importa quanto sia presto o tardi, o quanto faccia freddo, mi prendo cinque minuti per uscire sul terrazzo, respirare a pieni polmoni e ammirare la natura che mi circonda. Il caffè sul balcone appena sveglia, in particolare, è un rito indispensabile per iniziare al meglio la mia giornata».                                           

 


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