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Paolo Sorrentino: sognando l’Oscar

A 50 anni, Paolo Sorrentino apre lo scrigno dei ricordi più dolorosi e li trasforma nel film “È stata la mano di Dio”, in sala e su Netflix

Lun 06 Dic 2021 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Per tanto, troppo tempo, Paolo Sorrentino si è portato questo peso nel cuore, cercando di declinare i ricordi in arte, ma senza mai toccare l’argomento più doloroso della sua storia personale. Ora lo ha fatto e ha raccontato di quando, da ragazzo, ha perso entrambi i genitori in una tragedia. Quel momento si è trasformato nel film “È stata la mano di Dio”, dal 24 novembre in sala e dal 15 dicembre su Netflix dopo l’anteprima mondiale alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove gli è valso il Gran Premio della giuria. Non ha messo opulenza, scenografie barocche e musica ridondante: a parlare sono i sentimenti della sua Napoli, con l’idolo della sua adolescenza spezzata, Diego Armando Maradona. Il progetto, con cui punta nuovamente agli Oscar (marzo 2022) oltre che agli EFA (European Film Awards) in programma l’11 dicembre,  è attualmente in giro per tutte le maggiori manifestazioni del mondo, incluso il Festival di Zurigo, dove ha ricevuto il Tribute to… Award e si è messo a nudo in questa indimenticabile masterclass.
 
Questo progetto racconta tanto di Paolo Sorrentino come uomo, persino in dettagli che sembrano casuali, come la videocassetta di “C’era una volta in America”…
«Mio fratello aveva dimenticato di restituirla in videoteca ed è stata lì per anni: papà scherzava dicendo che, per colpa della penale, saremmo diventati poveri».
 
Quanto c’è di vero e quanto di finzione nel film?
«La realtà in sé esiste, ma non è raccontabile perché ognuno vede le cose e le riporta in un certo modo. Io, poi, mi sento come quelli che a cena raccontano una storia. Se vedono che i commensali non ridono allora arricchisce il racconto di esagerazioni. D’altronde i miei colleghi registi e io non facciamo proprio questo?».
 
Nel film si vede il trauma e soprattutto si capisce lo stordimento che ne deriva…
«Quella tragedia mi ha trasformato in un’ameba, ero così come nel film, buttato sul divano di casa. Sono stati i film a darmi una via di fuga».
 
Perché non ha studiato cinema?
«L’ho imparato da autodidatta, comprando dei manuali per capire la tecnica e intanto sbagliando tante volte. Inizialmente infatti mi sono messo a studiare economia e commercio, ma non mi sono mai laureato. Dopo varie sceneggiature sbagliate ho trovato la mia voce, il mio tono».
 
Cosa ricorda della notte degli Oscar?
«Ricordo molto più nitidamente tutti quei cocktail e quelle cene durante la campagna per la candidatura, che precedevano le proiezioni. Non era la parte più divertente del lavoro. Per natura non sono tipo da svegliarsi e dire con entusiasmo: “Adesso andiamo ad un happy hour”».
 
Quindi è un po’ orso?
«Fosse per me starei sempre a casa da solo a scrivere, mi considero un buon casalingo. Durante le riprese dei film, con tutte quelle persone attorno, metto su un’altra recita, fingo di divertirmi. Il segreto è trovare attori bravi che non abbiano bisogno di me. Non credo alla sceneggiata per cui sia il regista a trasformare in un grande il suo interprete».
 
Cos’ha visto di se stesso in Filippo Scotti, che ha scelto per il ruolo del giovane Sorrentino e che poi ha vinto il Premio Mastroianni per l’interpretazione?
«Mi ricordava il mio atteggiamento a quell’età. Quando mi chiedono cosa abbia visto in lui rispondo “Niente”, perché quello avevo io dentro all’epoca. A parte questo, è bravo».
 
Tra i ritratti più iconici della sua carriera spicca Giulio Andreotti ne “Il divo”. Cosa l’affascinava di questo politico?
«Era un uomo fermo, immobile, che non prendeva mai decisioni, nemmeno politicamente. E la mia sfida era quella di raccontarlo in un’opera rock e dinamica. Era anche un uomo discutibile, ma chi di noi non lo è? Siamo tutti umani, quindi fallaci. Comunque io l’ho sempre ammirato e mi ha divertito il fatto che, quando ha visto il film per la prima volta, si è irritato, ma so che poi ha rivisto il suo giudizio. Il mio voleva essere un progetto critico, ma sempre con grande rispetto».
 
Maradona è mancato prima di vedere il suo film. Cosa ha rappresentato per lei?
«Dopo un periodo cupo per la mia Napoli, Maradona ha portato una grande occasione di libertà e gioia, ci ha ridato speranza. E la sua spregiudicatezza su un giovane come me era una spinta ad osare. Ci ho provato, ma nei limiti, non nella sua foga autodistruttiva. Quando l’ho incrociato ad una partita ero così nervoso da non riuscire a parlarci, ma dopo l’Oscar mi ha mandato una maglietta con la sua dedica e per me questo vale più di tutto il resto».
 
Scrivere e dirigere un lungometraggio sulla tragedia più grande della sua vita pensa l’aiuterà ad esorcizzare quel dolore?
«Un film non è sufficiente a liberarti da eventi simili che ti segnano a vita, ma onestamente ero stanco che quella vicenda rivivesse solo in un mio continuo monologo interiore. Se la racconti solo a te stesso finisci per bloccarti, invece questo è un modo per lasciarla andare. Inizialmente l’idea non era di farci un film, ma di farne un manoscritto da far leggere un giorno ai miei figli in modo che potessero giustificare i miei difetti».                           
 
 

 

DAL 15 DICEMBRE SU NETFLIX
Paolo Sorrentino, classe ’51, è uno dei registi italiani più famosi al mondo, soprattutto dopo il Premio Oscar per il film “La grande bellezza”. Il suo ultimo film, l’autobiografico “È stata la mano di Dio” (dal 15 dicembre su Netflix) potrebbe bissarne il successo, soprattutto dopo il Gran Premio della giuria alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (dove ha debuttato 15 anni fa) e dopo il Tribute to… Award al Festival di Zurigo. Ha creato la miniserie Sky “The young Pope” con Jude Law e il sequel “The new Pope” con John Malkovich. Ha collezionato successi con film iconici, compresi “This must be the place” con Sean Penn e “Youth” con Michael Cane. La più longeva e proficua collaborazione resta con Toni Servillo. A 16 anni rimane orfano dei genitori, per una fuga di gas causata da una stufa durante la notte in una casetta di montagna. Il regista avrebbe dovuto raggiungere mamma e papà, ma proprio per seguire una partita del Napoli con Maradona ha saltato il weekend. è sposato con la giornalista Daniela D’Antonio e ha due figli, Anna e Carlo.

 


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