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Gli effetti del lockdown sulle dipendenze

Lun 06 Dic 2021 | di Angela Iantosca | Attualità
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Secondo l’Istituto Superiore di Sanità gli acquisti su canali online di e-commerce per il settore delle bevande alcoliche si stima abbiano conosciuto un'impennata nel 2020 tra il 181 e il 250% nell'home delivery, con un aumento dei consumi domestici registrati. In Italia, nel periodo antecedente la pandemia di COVID-19, l'alcol era uno tra i più temibili fattori di rischio e di malattia per circa 8 milioni e mezzo di consumatori definiti a rischio, tra cui oltre 2 milioni e settecentomila anziani, oltre 4 milioni di binge drinker e circa 600.000 consumatori "dannosi", con diagnosi suggestiva di alcol dipendenza in necessità di trattamento. Una situazione che i dati preliminari sul 2020 suggeriscono essere peggiorata durante i mesi di lockdown e smart-working. Tra i 4 milioni di binge drinker (coloro che si abbuffano di alcolici e che bevono 5 o più bevande alcoliche, cocktail, birra, vino, liquori in un breve lasso di tempo, arrivando ad un'immediata ubriacatura con perdita di controllo) ci sono 830.000 giovanissimi di età compresa tra gli 11 e i 25 anni. Per approfondire siamo andati a sentire il dottor Fabrizio Fanella, direttore del Centro Riabilitativo per le Dipendenze “La Promessa” di Roma, psicologo-psicoterapeuta, che nel 2016 insieme ad altri studiosi ha introdotto in Italia l’uso terapeutico della stimolazione magnetica transcranica ripetitiva per la cura delle dipendenze da cocaina, gambling patologico e binge eating disorders. 

Cosa è cambiato con la fine del lockdown?
«Con il lockdown c’è stato un incremento fortissimo nell’uso di bevande alcoliche. Ma il dato più eclatante è stato quello relativo ai giovani, agli adolescenti. E lo stesso ha riguardato le droghe. Secondo alcune ricerche effettuate sul territorio, infatti, l’uso di “sostanze ricreative” è aumentato del 6-8%nell’uso della cannabis e del 3% per tutte le altre droghe. Come del resto c’è stato un aumento consistente dell’uso di cibo. Sono stati molti di più infatti i mangiatori compulsivi, spinti dalla cosiddetta fame nervosa. Senza dimenticare il gioco d’azzardo online che ha visto un incremento dei giocatori, anche a causa della permanenza forzata a casa. Nel 2021, ‘terminata’ la pandemia, tuttavia, questi dati sono rimasti invariati, non sono rientrati». 

La richiesta di aiuto da voi è aumentata?
«Da noi è aumentata di circa il 20-25% nei mesi del 2020: soprattutto c’è stato un aumento di richieste d’aiuto via telefono e via chat. Molta gente ha chiamato per alcol, cocaina e gioco. A chiamarci soprattutto familiari. Molto più raramente chiamavano e chiamano i diretti interessati». 

Cosa spinge il diretto interessato a chiamare? 
«Di solito chiamano quando si trovano con le spalle al muro o perché vengono obbligati da un familiare. Più raramente succede che ad un certo punto si rendono conto di non avere più il piacere della sostanza o della dipendenza in generale».

Proporzione maschi e femmine?
«Direi un 70% di maschi». 

A che età cominciate il trattamento?
«Prendiamo ragazzi dai 18 anni anche perché la stimolazione magnetica non si può fare sui minorenni. Ma abbiamo avuto richieste d’aiuto per persone più piccole. In questi casi ci mettiamo in contatto con le strutture territoriali della Asl, dell’area infantile».

Qual è il male di vivere alla base?
«Non c’è un motivo singolo. Oramai tutti gli studi concordano nel dire che c’è una multifattorialità: c’è una predisposizione genetica di base, poi ci sono fattori ambientali variabili, come famiglia, lavoro, stress quotidiano e poi il terzo elemento che è l’occasionalità. Se si combinano questi elementi scatta la dipendenza. Altrimenti saremmo tutti dipendenti, visto che tutti abbiamo dei problemi… Quindi la predisposizione genetica non è sufficiente alla manifestazione della dipendenza».

Nel periodo del lockdown qual è stata la motivazione preponderante nell’uso di sostanze o nelle dipendenze?
«L’elemento preponderante è stato l’aspetto depressivo, l’ansia di non poter uscire, il senso di frustrazione». 

I genitori quali segnali devono guardare?
«Maggiore nervosismo, maggiore depressione, cambio nel rendimento scolastico in modo significativo e poi pupilla dilatata, giramento di testa, trascuratezza nel vestirsi. Il consiglio è di affrontare il tema con calma e comprensione. Di solito il genitore è accusatorio e domanda “dove sei stato? “Cosa hai fatto?”. Questo non va bene: cerchiamo di aprire un dialogo con la calma e non siate troppo invasivi nello spazio dell’adolescente. Se percepisce un altro tipo di segnale, si sentirà libero di parlare». 

L’alcol spesso è sottovalutato.
«In certi casi fa più danni delle droghe, perché ha un effetto di danno patologico sul fisico molto più forte della cocaina che non ce l’ha in modo così dirompente… Purtroppo è sottovalutato perché ancora è dominante la cultura del “bevi vino che ti tira su”, “ti dà tono”. Ora, al di là della degustazione, bisogna stare attenti alle persone che tendono a usare l’alcol come un farmaco».

Anche l’abuso di alcol è trasversale socialmente ed economicamente, così come per la droga? 
«Esattamente come ogni altra dipendenza. Basti pensare alla vecchietta pensionata che gioca i soldi e magari non riesce a mangiare a fine mese». 

Cibo e droga: quale legame? 
«Prevalentemente viaggiano separati. Sono più legati alcol e gioco, alcol e cocaina. La dipendenza da cibo è un cosa a sé. Il legame ci può essere tra cocaina e anoressia: chi vuole dimagrire in modo drastico fa uso di cocaina per perdere più facilmente l’appetito».          


 

“Quando fai quella vita, è come essere Morto: non senti nulla”

Davide: dalla droga alla comunità di San Patrignano per tornare a splendere

Gli anni dell’adolescenza gli sono fuggiti via come il fumo della sua prima canna, con quel sapore amaro che è annuncio di quel che sarà. E oggi è un bambino di 19 anni che deve vivere ancora tutto, le emozioni, la spensieratezza, l’innocenza, la famiglia con le sue increspature, il suono prodotto da tanti fratelli, il gusto della musica assaggiata fino in fondo. Pura, potente, diretta, senza filtri. Ma ora lo sa che “c’è una sola scelta possibile”. Oggi lo sa Davide, dopo una comunità fallita, un Tso, una condanna e la comunità di San Patrignano conclusa a novembre. Lo dice con un sorriso pieno. Quello che la madre temeva di non vedere più. “Pensavo di averti perso”, gli ha detto la mamma la prima volta che lo ha visto dopo sei mesi in comunità. E invece ora è qui, sorridente, mentre l’energia la vedi che gli esce da quelle braccia, dagli occhi, dalla gioia delle sue parole e anche da quel rossore che gli colora il viso quando parla della famiglia e delle emozioni. Sì, le emozioni, quelle dimenticate per anni, quelle che avrebbe voluto cancellare. Oggi le sente tutte: “Sia quelle positive che quelle negative”. Se ne è accorto lungo il percorso in comunità a San Patrignano, giorno dopo giorno, in mezzo alla fatica di chi, come lui, tenta di riprendersi quella vita tanto odiata. Le ha sentite sempre di più e continua a sentirle e allora ha deciso di lasciarle scorrere dentro di sé, di farsi attraversare senza paura. Perché quelle emozioni sono la vita. Gli dicono in ogni istante che sì la paura esiste e anche i dolori e i dispiaceri. Ma è tutto lì. In quella paura, in quei dolori, in quei dispiaceri e anche (anzi soprattutto) nel loro contrario: nella pienezza della gioia, nella felicità di una corsa, nel sentire il sangue che scorre nelle vene, nella soddisfazione di studiare e capire e avere voglia di studiare ancora e capire ancora. Proprio lui che di studiare aveva perso la voglia. 
«È partito tutto quando ho smesso di andare a scuola. Ci andavo poco già quando avevo 14-15 anni e, se andavo, stavo fuori dalla classe. Frequentavo l’Alberghiero. I professori hanno provato a dire qualcosa, ma io me ne fregavo e comunque non ci andavo. Anche i miei genitori sono sempre stati molto preoccupati, mia mamma soprattutto, ma non si rendeva conto degli errori più grandi che facevo». 
Le cattive compagnie, il fumo, i primi reati. 
«Preferivo frequentare cattive persone: si drogavano e diciamo che, con loro, non costruivo niente per il futuro. Avevo 13-14 anni quando ho fumato la prima canna. Non lo so perché l’ho fatto: credo per curiosità. Mi è piaciuto quasi subito: mi accorgevo che mi faceva staccare la testa da quel momento, dai problemi, dalla famiglia. Poi ho usato più sostanze: tutti i giorni fumavo le canne, bevevo a qualsiasi ora e prendevo farmaci. Mi piaceva quella vita. E allora rubavo…».
Finché la situazione è diventata ingestibile: «Era il 2017 e avevo 15 anni quando sono entrato nella prima comunità. Era una comunità a Sasso Marconi. Scappavo sempre. Ci sono stato sei mesi circa. Ma scappavo, rimanevo fuori casa, andavo a vivere dalla mia ragazza. Quando sono andato via definitivamente dopo sette mesi, c’è stato per me il periodo peggiore. Era il 2017-2018 quando sono entrato in un’altra comunità al Pilastro a Bologna, ma io stesso mi rendevo conto che non ero gestibile: ho commesso reati più gravi, sono finito in psichiatria, ho subìto un Tso. Non potevo andare avanti così». 
Voleva solo rubare e avere soldi in tasca. Nonostante quel suo passato con gli Scout e quella passione per il calcio così lontana ormai. 
«Gli Scout li ho lasciati da piccolo, ma tanto qualsiasi cosa mi avessero detto non avrei ascoltato nessuno. E in comunità a San Patrignano ci sono finito perché i Servizi con il Giudice del Tribunale per i Minorenni mi dissero che dovevo andare in comunità. Perché altrimenti sarebbero arrivate delle condanne. Per questo ho accettato ed è stata mia mamma a volere San Patrignano. Ora dico che è stata la mia fortuna». 
Nonostante la fatica dell’inizio. 
«I primi tempi sono stati un po’ complicati, ma avevo le idee chiare. Non potevo andare avanti così. Certo è stata dura non vedere la famiglia. Ma qui ho capito che gli amici dovevo lasciarli stare. Ognuno di loro è finito male:  c’è chi è morto per quella vita là, chi non c’è più di testa, chi è finito in galera… ringrazierò sempre questo posto. È stata dura, ma mi sono affezionato e mi sono legato a questo luogo».
Dove ha anche festeggiato i 18 anni.  
«Ne ho fatti quattro di compleanni qua. E il mio 18esimo è stato il compleanno più bello della mia vita. Perché è stato il primo in cui sentivo accanto a me davvero delle persone. Fuori negli anni precedenti c’erano state solo droghe e alcol».
Ed è così che, passo dopo passo, è cambiato. «Me ne sono accorto pian piano, strada facendo che stavo cambiando. L’ho capito da come ragionavo, da come prendevo le decisioni. Da come mi comportavo anche rispetto ai miei lati del carattere da cambiare. L’ho visto anche quando mi sono venuti a trovare i miei genitori, la prima volta, dopo qualche mese. Ero emozionatissimo. Loro lo stesso: non mi riconoscevano neanche, non solo per lo sguardo, ma anche fisicamente, perché ho cominciato a fare sport, a prendermi cura di me. Qui sono cambiato anche fisicamente e ho sentito per la prima volta certe emozioni: non le sentivo da anni. È stato come rinascere. E mi ha aiutato a rinascere anche occuparmi degli altri. Perché qui quando arrivi ti assegnano qualcuno che ti sta sempre accanto, si occupa di te, ti dice cosa devi fare. Lì per lì non comprendi, ma dopo capisci il perché, il valore, l’attenzione che ha nei tuoi confronti. Dopo un po’, cominci tu ad occuparti di altri. Ed è bellissimo restituire. Adesso c’è un ragazzo che ho seguito. Tra poco va a casa per la prima volta. Ed è una gioia. Perché ricordo i giorni in cui è entrato e stava male. Vedere adesso che va a casa, che ha fatto degli inviti è bellissimo... Quando fai quella vita lì, quando usi le droghe, è come essere morto. Non senti niente. Ora non ho paura di quello che sento, so come gestire le emozioni. Sapevo fuori che stavo sbagliando, ma era normale per me quello che stavo facendo. Solo quando sono entrato qui ho scoperto chi sono davvero: i miei difetti, i miei pregi. Mi piace sentirmi dire che sono un ragazzo semplice, positivo, che sorrido… E ora di fronte a me ho la vita. A giugno mi sono diplomato in Socio Sanitario, anche se non è il mio lavoro del futuro: per tanto tempo sono andato nel settore apicultura, ma ho capito che vorrei fare il panettiere. Sto scoprendo gli impasti, il pane e mi piace moltissimo. A luglio ho fatto un corso per il pane e poi farò uno stage al forno. Ho finito di scontare a novembre 2021, poi vediamo. Certo non ti nascondo che ho un po’ paura. Ho parlato con Peppone, il responsabile: io non voglio tornare nella mia città, ma voglio andare a vivere da solo. Da una parte ho paura, dall’altra ho un forte desiderio di riscatto. Ma la cosa che sono davvero felice di recuperare sempre di più è il rapporto con la mia famiglia. Ho una gran voglia di passare del tempo con loro. Con i miei fratelli ho recuperato. Sono stato con la mia sorellina che ha 4 anni e poi con mio fratello grande, con cui abbiamo passato tutto insieme, ho recuperato un rapporto stupendo: niente ci può dividere, mi è stato sempre vicino, anche quando in Tso mi portavano via in ambulanza. Non so cosa abbia potuto vedere di me… Ma ora è tutto diverso. E ad un ragazzo che si trova di fronte ad un bivio gli voglio dire che la scelta è una sola. Il resto ti distrugge e basta».            
 

 

Il mondo che vorrei dipende da noi

San Patrignano da tempo realizza il We Free, progetto di prevenzione alle tossicodipendenze che fa incontrare ogni anno alla comunità 50mila ragazzi delle scuole italiane. Dal 2020, con la pandemia, il progetto è stato strutturato anche online, in modo da non fermare la prevenzione facendo comprendere attraverso le testimonianze dirette che “il mondo che vorrei dipende da noi”. 
Info: www.wefree.it 

 


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