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Paolo Calabresi: Quella volta in cui ho finto di essere Nicolas Cage

Chi dice che i comici sono nella realtà persone molto tristi, per non dire depressi, non ha conosciuto Paolo Calabresi, un concentrato di simpatia e sagacia

Lun 06 Dic 2021 | di Giulia Imperiale | Interviste Esclusive
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I tormentoni ci rendono la vita più leggera. Che siano canzoni, film o serie tv poco conta. Ce li ricordiamo per sempre e, se siamo così fortunati da incontrare chi li ha inventati o pronunciati, scatta immediatamente la gara alla citazione più precisa. O almeno questo si vorrebbe, perché spesso il cantante o l’attore non ha la più pallida idea della situazione, non ricorda minimamente il riferimento e anzi ad un certo punto si agita nervoso sulla sedia. 
Paolo Calabresi è l’eccezione che tutti sognano d’incontrare, perché non solo recita a memoria citazioni vecchie di quasi vent’anni, ma sta al gioco mostrando di divertirsi persino più del pubblico. Conserva, insomma, lo stupore e la magia del suo mestiere, come se in questo corpo gigante ci fosse sempre spazio per il bambino di un tempo. Lo dice lui stesso al giovane pubblico del Festival per ragazzi di Giffoni e lo dimostra con i fatti e non solo a parole. 
 
“Boris” ha avuto guest star del calibro di Paolo Sorrentino. Chi vorrebbe prendere in giro prossimamente?
«Toni Servillo, tanto per iniziare, ma anche Pierfrancesco Favino che abbiamo tirato dentro varie volte, anche se mai fisicamente. Il tormentone delle puntate era il fatto che dicevamo che in Italia i ruoli li fa tutti lui. Ecco, la serie, uno spaccato sul microcosmo del lavoro, racconta un paradosso, con la voglia di fare ironia non scontata, capace di stimolare l’intelligenza delle persone».
 
Ha partecipato ad un’altra saga che fa qualcosa di simile al cinema, “Smetto quando voglio”. Coincidenza?
«Anche stavolta si parla di cialtronaggine con un criterio insolito per l’Italia: si è partiti dalla sceneggiatura per poi scegliere regista e cast adatto al ruolo. Uno scandalo, in pratica, in un sistema in cui prima si sceglie prima l’attore e poi ci si domanda: “Cosa gli facciamo fare? Sant’Antonio da Padova? San Francesco lo ha già fatto». 
 
Di cos’altro è grato a “Boris”?
«Di aver dato dignità allo schiavo, questa figura svilita nei secoli come un paria, l’ultimo degli ultimi, e oggi rivalutato grazie alla serie. Quando ora viene a prendermi il runner del set in casa per portarmi sul luogo delle riprese, di solito un ragazzo giovanissimo alle prime armi, si presenta dicendomi con orgoglio: “Ciao, sono lo schiavo”». 
 
A chi si è ispirato per il ruolo di Biascica? È uno che dà al figlio come nome di battesimo “FrancescoTotti” (un’unica parola)…
«Mi sono ispirato a un vero elettricista sul set, uno di quelli che sembrava avesse sempre ricevuto un cazzotto, ma di una rara finezza intellettuale. E ho aggiunto le caratteristiche di un macchinista di “Distretto di polizia” che negli studi vendeva di tutto, compreso il pesce. L’ho raccontato agli sceneggiatori di “Boris” e così hanno inserito in una puntata la scena di Duccio che smercia i saraghi ai colleghi. La serie sembra estrema perché i personaggi sono delle maschere e invece è molto più vicina alla vita vera di quanto non si pensi».
 
Qual è la più grande lezione che ha imparato in questo mestiere?
«Tutte le cose della vita ti lasciano qualcosa. Il mio mestiere consiste nel far finta di essere un altro e questo alibi mi consente di fare tutto, mi mette al riparo da incursioni di vissuto e pensieri su me stesso, anche se poi qualcosa entra sempre nella parte. Funziona così: tu dai qualcosa al personaggio e lui ti dà qualcosa in cambio. Persino in Biascica c’è un pizzico di me, forse la sua tenerezza mista a timidezza rinchiusa in un corpo da Yeti».
 
Eppure lei ha studiato Giurisprudenza…
«Non mi interessava, ma faccio parte di una famiglia di avvocati e pensavo fosse la mia strada, ma dopo un provino al Piccolo Teatro di Milano ho colto con coraggio quella possibilità in un percorso anomalo…».
 
Ha mai pensato di mollare tutto?
«Ho vissuto un periodo di grossa crisi. Mamma aveva un tumore da tempo, papà stava bene, ma quando ha capito che lei era alla fine del suo percorso l’ha anticipata con un infarto dieci giorni prima. Due mesi dopo è morto Giorgio Strehler, che mi ha portato all’arte, una figura che considero al pari di Mozart. Questa serie di lutti era un trauma che all’inizio ho rifiutato e, in confronto ai miei quattro fratelli che si disperavano, mi sembrava di non soffrire abbastanza, il che faceva scaturire rimorsi. Da lì ho avuto una crisi lavorativa».
 
Quando è arrivata la svolta?
«Proprio allora: avevo 32 anni ed ero uno sconosciuto senza una lira. Allo stadio San Siro c’era la partita Milan-Roma, ma i biglietti erano finiti. In quel periodo l’unica cosa che mi stimolava era il calcio. Così per trovare posto ho telefonato al Milano a nome di Nicolas Cage. Non solo la dirigenza mi ha creduto, ma ha pubblicizzato la presenza dell’attore». 
 
Ha continuato con il bluff?
«Non avevo niente da perdere, visto il mio stato emotivo, così mi sono travestito e ho chiesto ai miei amici di fingersi guardie del corpo. Ma all’epoca avevo una Punto, così ho chiesto in prestito l’auto di rappresentanza del teatro. Intanto anche il telecronista di Sky ha annunciato la presenza di Cage e mi ha fatto inquadrare. Ho firmato autografi, mi sembrava un sogno davanti a 90mila persone».
 
E poi?
«Galliani dopo la partita mi ha portato negli spogliatoi, tra i giocatori seminudi. Ho conosciuto tutti, da Maldini a Costacurta, insomma gente importante. Per fortuna io parlavo malissimo l’inglese, ma Galliani lo sapeva peggio di me. Ho fatto la stessa trafila alla Roma, con Totti che usciva dalla doccia e io che dall’emozione continuavo a ripetergli “You are number one” e lui continuava a rispondermi “grazie”. Ci guardavamo in una specie di stallo e la conversazione non andava avanti». 
 
Neppure allora l’hanno scoperta?
«Non solo non mi hanno scoperto, ma dieci giorni dopo mi hanno invitato a Trigoria per omaggiarmi e sentivo Totti che diceva: “Ma perché Nicolas Cage ripete sempre che sono number one?”. Dopo tre giorni hanno scoperto che era tutto finto e io ho realizzato cosa avevo fatto, ossia il lavoro per cui avevo perso l’amore». 
 
Come se l’è spiegato?
«Qualcuno dal cielo mi ha mandato un dono, mi ha permesso di vivere profondamente questo gioco serio che consiste nel fingersi qualcun altro. Io l’avevo fatto nella vita reale, ho preso il coraggio e ho colto l’occasione». 
 
E comunque non è stata l’unica volta…
«Ho continuato, sempre per vedere le partite allo stadio. A Madrid per i quarti di finale di Champions League ho finto di essere un capo africano, ai David mi sono trasformato in John Turturro, un’altra volta mi sono travestito da cardinale sudafricano ad un concerto di Gigi D’Alessio al Teatro Brancaccio di Roma e lui ha interrotto lo spettacolo per salutarmi e ricevere una benedizione, ma poi gli ho detto di avere una novena e sono scappato. Prima però mi ha chiesto un commento sulla sua musica. Ho risposto: “Celestiale”».                                                                      

 


SMARMELLIAMO
Paolo Calabresi, classe ’64, è regista, attore e conduttore italiano. Artista dai molteplici talenti, alterna la prolifera carriera con una vita privata discreta, ma ricchissima (ha quattro figli ed è sposato da 27 anni con Fiamma Consorti). Dopo il debutto teatrale – ha messo in scena negli anni i drammi di Shakespeare, Pirandello, Euripide e Goldoni tra gli altri - per cui ha interrotto gli studi in giurisprudenza, si è subito cimentato tra cinema e teatro. Da oltre dieci anni è uno dei volti de “Le Iene” in tv, oltre ad aver ricoperto un ruolo iconico, il capoelettricista Biascica nella serie cult “Boris”, che sta per tornare con una quarta stagione su Disney+. Ha lavorato con i più grandi, da Giuseppe Tornatore ad Anthony Minghella (per “Il talento di Mr. Ripley”), ma i personaggi più nazionalpopolari sono quelli di commedie di successo come “Smetto quando voglio” e “L’agenzia dei bugiardi”. 
 

 


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