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In arte Dario Ballantini

Tv, teatro, pittura e scultura: Dario Ballantini è l’artista dal multiforme ingegno

Gio 27 Gen 2022 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
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Parlando con Dario Ballantini ci si rende conto di come il trasformismo sia solo una parte della sua personalità, oltre che la ragione per cui tutti lo conosciamo attraverso le imitazioni di “Striscia la Notizia”. Attore di teatro, pittore, scultore, artista fino al midollo. Di quelli che preferiscono il contatto diretto, la condivisione e che sanno la differenza tra arte e artigianalità. Il suo eclettismo è la ragione per cui è stato scelto come ambasciatore di uno dei vitigni autoctoni piemontesi: il Cortese. Che con Dario condivide un’innata capacità di adattamento e una certa versatilità.
 
Chi è Dario Ballantini?
«Sono un artista, un osservatore, un replicante di essere umani, do forma all'espressione "mettersi nei panni di un altro", per quanto riguarda il mio lato da trasformista. Nella pittura invece cerco di leggere cosa contiene l'essere umano, di sondare la parte più inconscia».
 
È figlio e nipote d'arte. Cosa vuol dire, oggi, essere un artista?
«Vuol dire essere un esemplare raro per colpa delle etichettature che si tendono a dare in maniera automatica, per cui non si distingue più chi fa arte, da chi fa artigianato. L'artista è colui che si emoziona per primo, deve essere un insicuro emotivo e deve riuscire a dare vita ad un episodio irripetibile. Un quadro è unico, come una risata». 
 
Che personaggi ci riserva la nuova stagione di “Striscia la Notizia”?
«Ogni anno Antonio Ricci e gli autori cercano personaggi che io possa interpretare. Si sta molto dietro all'attualità, è lei che detta legge da questo punto di vista. Quest'anno è toccato al ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, una scelta non scontata. Lavoro sulla sua precisione e sul fatto che ragiona per statistiche portando all'estremo le conseguenze delle sue convinzioni».
 
Come ha vissuto la pandemia?
«L'artista ha vissuto bene la pandemia. Ho fatto una virata dal punto di vista della pittura. Sono tornato a figure più leggibili. E ho prodotto molto. L'uomo si è riavvicinato alla natura, al silenzio, agli animali, grazie al fatto che ho passato un lunghissimo periodo in una casa nella campagna romana. Ho cambiato ritmo di vita, ho letto molto, è stato un momento di crescita personale».
 
Cosa diciamo a chi fatica a vedere l’arte dietro un servizio di “Striscia la Notizia”?
«Cerco di metterci più artisticità possibile. Provo a restituire meglio che posso le caratteristiche dei personaggi che imito, di lavorare sulle loro debolezze, che sono poi le debolezze dell'essere umano. C'è la tecnica, c'è il testo, ci sono i tempi delle battute, ma io voglio dare un'anima al personaggio. Il lavoro attoriale sta nell'interpretare anche l'umore del personaggio, ragionare su cosa pensa e su cosa direbbe o non direbbe mai. Non mi limito a fare una battuta secca come fossi una marionetta. Detto ciò, è facile confondersi. Io so ad esempio che ho messo dei caratteri di Totò e di Montesano nell'imitazione di Conte. Ma non tutti lo colgono». 
 
Oggi tutto dura il battito di un click. Come ci si rapporta?
«Per me è incredibile. Ma bisogna adattarsi e prenderla sul ridere. Vedo questi giovani che sono rapidissimi nelle azioni e mi ritrovo ad avere tempi diversi. Penso però che ci si possa adattare in qualche modo, compensando. Su Instagram faccio delle storie più artistiche, a mio modo insomma, che sono certo non abbiano lo stesso ritorno di chi ha un approccio molto più chip, ma sono ugualmente convinto che non sarà un social a mettere in dubbio quarant'anni di carriera».
 
L’arte può essere fruita digitalmente? 
«Mi piace se il mondo virtuale riesce ad emozionare. Devo scoprire se è vero. Rimango dell'idea che un quadro vada visto dal vivo. E penso che il digitale parli ad un pubblico che non è quello che fruisce l'arte come andrebbe fatto. Non amo le video installazioni che hanno come tema un artista, che vengono proiettate all’interno di enormi spazi, che sono immersive ma che non ti mettono vis a vis davanti a una tela. E non sono un fan di chi produce opere in serie. O di pittori che mettono gli allievi a replicare i quadri, per poi firmarli. La mia formazione è un'altra. Sono sport diversi». 
 
C'è un momento in cui si è reso conto di essere diventato un maestro?
«Non me ne voglio render conto. Anche perché non mi hanno mai preso troppo in considerazione come insegnate. Sto portando in teatro uno spettacolo dedicato a Ettore Petrolini, grande ispiratore della comicità italiana. In passato ad uno spettacolo, vennero degli allievi di una scuola di teatro che mi hanno colpito quando mi hanno detto di aver assistito ad una vera lezione di teatro». 
 
Come si comporta quando incontra un leone da tastiera?
«Se mi capita di essere contestato, rispondo subito esponendo la mia ragione, senza usare la stessa invettiva, e devo dire che la cosa funziona e la polemica si smorza. Con alcuni contestatori sono persino diventato amico. Dopo di che, il fenomeno haters non mi spaventa perché è solo una questione di numeri. Se cinquanta persone hanno da dire sul tuo operato, non c'è da preoccuparsi. Dal momento che ci si mette in gioco su una rete mondiale, va calcolato questo rischio. Ci sarà sempre qualcuno che ti attacca o non ti apprezza. Piccole quantità nel mare infinito della rete». 
 
Pittore, ma anche scultore. La rivedremo in questi panni?
«L'esperienza con la scultura al momento è limitata a due sole opere. Ho dato forma ad un mio quadro realizzando una fusione in bronzo. Un lavoro lungo, meticoloso. Una bella esperienza che però ha avuto un livello esagerato di artigianalità. Al momento non ho lo stimolo a ripetermi in quest'arte, anche perché ho sempre trovato la scultura più debole della pittura». 
 
In quale forma d'arte oggi si sente più rappresentato?
«Lo spettacolo artistico mi riempie. Mi sento rappresentato da ciò che disegno. Non c'è progettualità dietro un quadro e serve come terapia. È un indicatore di quello che ho dentro, uno sfogo. Quasi una sofferenza, uno stress. Perché ti tocca fare i conti con la tua parte più inconscia. L'interpretazione di un personaggio è una dote. Mi diverte e mi stressa meno della pittura».
 
Come sta il mondo della Tv?
«La Tv sta molto bene di notte, a mio parere. Mi piace quasi sempre e solo guardare approfondimenti che durante il giorno non trovano spazio. Ci sono film più interessanti non destinati al grande pubblico e approfondimenti. Il resto del palinsesto è asservito troppo al mercato. Anche se capisco che un programma di intrattenimento serva per chi magari è solo a casa. Ci sono poi buone eccezioni che mi sento di fare, tipo Striscia la Notizia, Report o Le Iene».

E il mondo dell'arte? 
«Con l'arte sono polemica. Sono di Livorno, una delle città d'arte più importanti. Ho avuto insegnanti e galleristi spietati. So riconoscere la bontà di un quadro. Tutto questo, quello che hai studiato, che sai o che hai appreso con fatica, perde di senso in un panorama in cui si tende a spingere dei nomi per interessi economici. O, peggio ancora, quando l'arte viene spiegata, quando richiede un'interpretazione. L'arte è arte. Deve emozionare senza parole. Altrimenti si perde il senso del saper dipingere e del trasmettere qualcosa attraverso una pennellata. L'arte di oggi risente troppo del periodo storico in cui è immersa. L'arte dovrebbe trascendere dalla moda e dall'economia».
 
Netflix. Pro o contro?
«Durante il lockdown è stato un bel passatempo. Ora però mi ha già stufato. Preferisco ancora fare zapping su ogni canale cercando qualcosa che nemmeno so, finché non l'avrò trovato. Compreso i canali con le vendite. Sulle piattaforme on demand mi manca l'idea di essere tutti insieme di fronte allo schermo a guardare qualcosa. Che è quella sensazione che si ha quando gioca la nazionale italiana. Sai che l'intera popolazione sta condividendo con te un'emozione».
 
Perché l’hanno scelta come ambasciatore del Cortese?
«Mi piace il vino e ho disegnato delle etichette in passato. Poi mi hanno parlato dell'ecletticità di questo vino, il Cortese. E siccome l'eclettismo, oltre a connotarmi, è una lotta che combatto quotidianamente, ho accettato di buon grado. Essere eclettici non è facile. Se fai tv, il teatro ti guarda storto. Se fai teatro, penseranno che tu non possa essere anche pittore. E questa diffidenza mi dà ancora più forza per andare avanti».                                               

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