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Francesco Renga: L'uomo dei sogni

Il cantautore bresciano si presenta all'Europa

Lun 01 Feb 2010 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Ascoltarlo dal vivo è un piacere per le orecchie e per l’anima. La sua voce calda e profonda, le sue parole pesate, pensate, cariche di significato fanno di Francesco Renga uno dei cantautori migliori ed una delle voci più belle del panorama musicale italiano. Sempre in cerca di stimoli e motivazioni, il cantautore bresciano ha deciso di superare i confini del nostro Paese e di provare a conquistare il mondo con “Orchestraevoce”, un cd uscito a novembre e già disco di platino, in cui per la prima volta interpreta alcuni successi della fine degli anni Sessanta, accompagnato da un’Orchestra sinfonica di 60 elementi.

Cominciamo dall’ultima fatica discografica: perché hai voluto reinterpretare successi del passato?
«Era un’idea che mi frullava nella testa da un po’ di tempo, da almeno 5 anni. Avevo in mente questo progetto così come è stato realizzato e volevo fare questo percorso nella mia memoria a ritroso negli anni, fino ad arrivare alle prime cose che hanno caratterizzato la mia fanciullezza. Le canzoni sono quelle che cantava mia mamma, le prime che mi hanno avvicinato al mondo incantevole della musica. Da un punto di vista pratico, ho pensato a questo progetto, immaginandolo come un biglietto da visita per l’Europa, un modo per testare un mercato che non mi conosce. E tutto questo è stato possibile grazie alla Universal, la mia casa discografica che ha creduto in questo mio progetto. La sorpresa è che il disco sta dando dei risultati eccezionali. Sono felice perché è un disco ben fatto, molto bello… E questa cosa ha ancora più valore visto che la dico riferendomi a canzoni che non ho scritto io! Sono canzoni bellissime che rischiavano di essere dimenticate».

Il tuo disco racconta un’altra Italia, un tempo diverso, migliore. Perché era migliore?
«Era migliore perché eravamo migliori noi italiani. Il nostro Paese riusciva ad esprimere eccellenze in vari campi. I nostri genitori si sono dovuti rimboccare le maniche per cause di forza maggiore, il Paese era unito, andavamo tutti nella stessa direzione… Erano gli anni del boom, in cui si cominciava a beneficiare di tutti quei sacrifici e della sofferenza degli anni precedenti. Avevamo una marcia in più. Dovevamo far tornare l’Italia agli antichi fasti, all’antica bellezza che era esportabile e presa a modello nel mondo. Basta pensare che queste canzoni hanno fatto spesso il giro del mondo: “Io che non vivo” fu tradotta e cantata anche da Elvis! Cose che difficilmente capiteranno ancora».

Parli con entusiasmo del passato: a che tempo senti di appartenere?
«A questo tempo, perché soprattutto negli ultimi 5-6 anni, da quando ho una famiglia, mi sento molto responsabilizzato. Anche se il lavoro mi proietta nel futuro, mi sento legato al presente, alla vita reale, concreta che esula molto dal lavoro che faccio… In realtà, per natura, ho questa attitudine al guardare indietro, ho questo spleen, questa malinconia che mi caratterizza, questa tendenza a guardarmi indietro. Il futuro non esiste, esiste solo il passato per costruire il futuro. E questo è un disco che omaggia il passato».

Il disco contiene le canzoni che cantava tua madre, una figura molto presente nella tua discografia. Che legame hai con lei?
«Per ogni maschietto, soprattutto italiano,  (confessa ridendo ad ‘Acqua&Sapone’) la mamma è una figura di riferimento importante che influenza la visione della donna in senso totale. La madre, quindi, è una figura che ha influenzato, non dico corrotto, la dimensione della donna nelle mie canzoni… La sua perdita, avvenuta quando avevo 17 anni, e il dolore che ha provocato in me è un qualcosa con cui continuo a fare i conti quotidianamente. Sicuramente, attraverso le canzoni, sono riuscito a focalizzare il problema e ad esorcizzarlo».

Pur essendo di altri, le canzoni parlano comunque di te: in che modo?
«Lavorando a questo progetto, mi sono accorto che è entrato moltissimo della mia vita in queste tracce. All’inizio pensavo che sarei stato più deresponsabilizzato a cantare canzoni di altri… Invece sono state capaci di tirare fuori sensazioni che erano rimaste lì a sedimentare. Per chi ha un dono come il mio, una vocalità di un certo tipo che prescinde dall’attività di autore, la canzone di altri riesce a coronare questa attitudine. Sembra paradossale, ma sono molto più autobiografico mentre canto “L’immensità” del mio amico Don Backy che una canzone da me scritta e questo perché, scrivendo, entrano in gioco altre cose come la nazionalità, il mestiere e viene meno l’illuminazione. Questo capita per chi è prima di tutto un interprete e poi un autore: sono cantautore per necessità, non per virtù!».

Nel 2010 uscirà un altro cd, vuoi dare qualche anticipazione ad Acqua & Sapone?
«Ho concluso la scrittura, ma ora sto facendo i conti con “Orchestraevoce” che ha un po’ spostato tutti i progetti. Il successo che sta avendo cambierà alcune cose: non posso più prescindere da esso! Pensa che anche in fase di scrittura si è insinuato: ora le canzoni riecheggiano una classicità tenuta nascosta in tutti questi anni per paura o, forse, per insicurezza. Questo disco mi ha dato delle risposte inaspettate. Ora il cruccio è capire la direzione del nuovo disco».

Ci sarà un “Orchestraevoce” 2?
«Non amo i sequel, però la verità è che è stato così bello, divertente, impegnativo, ma in senso piacevole, cantare con l’Orchestra che non ti nascondo che inciderò ancora qualcosa del genere».

Perché avete scelto la Spagna per il lancio del disco?
«Per una questione di comodo. La Spagna è la porta per le Americhe, è di buon auspicio per un mercato molto più grande. Contemporaneamente, il disco è stato pubblicato in Spagna, Italia e Francia. Sicuramente la promozione mi porterà in giro per il mondo per due anni».

Come nascono le tue canzoni? C’è una condizione particolare che devi vivere?
«Non faccio il geometra e non mi siedo a tavolino per comporre! Succede che ho dei momenti in cui certe cose vengono fuori in modo irrazionale, inconsapevole, non voluto. Mi trovo a cantare qualcosa con 5-6 parole dentro che mi appunto o registro con l’I-phone e poi le lascio lì. Quando poi mi trovo a dover cominciare un nuovo lavoro, tiro fuori questo materiale e cerco di capire cosa è buono e cosa no e lo faccio con amici e musicisti che da anni mi accompagnano. Alcune cose, invece, le cerco o mi arrivano improvvisamente e, quando sono belle, le faccio mie. Il processo creativo è irrazionale, non te lo so neanche spiegare. Pensa che mi capita di sentire cose che ho scritto e mi sembra assurdo che sia stato io a comporle. E la stessa cosa mi capita anche quando ascolto canzoni che sono successi di anni fa…».

Nella scrittura come ti ha condizionato la paternità?
«Come tutti gli eventi epocali, la paternità è importante per un uomo di coscienza, come credo di essere, ed inevitabilmente mi condiziona! Devo dire che sono cresciuto anche attraverso i dischi che ho fatto e la cosa meravigliosa della musica è il suo potere rievocativo!».

Perché hai deciso di riarrangiare “Angelo“?
«La volontà era quella di proporre nel disco anche un paio di cose che fossero le più significative e che raccontassero meglio anche all’estero chi sono come autore. Ho scelto la canzone più popolare. Ed ho scelto anche “Un uomo senza età”, che portai a Sanremo».
Che rapporto hai con la Terra, da te e dai Tazenda celebrata in una canzone nel 2008?
«La Terra è per me una canzone molto bella perché vera e sincera. Ho un legame molto forte con la terra, anche se sono nato ad Udine e vivo da 40 anni a Brescia. Le mie radici, però, sono sarde e l’unico legame che sento con la terra è proprio con la Sardegna. Quando voglio sentire questo legame, vado lì».

In questi giorni torna Sanremo: cosa pensi della kermesse canora più famosa d’Italia?
«Sanremo mi sembra sempre più televisivo che altro! Ovviamente faccio i miei migliori auguri alla amica Clerici, che sarà simpatica come sempre. Io con Sanremo ho un legame molto particolare: non lo amo e non lo odio. Mi piace e penso sia un’occasione essere invitato in trasmissione. Sicuramente non è mai stato un appuntamento in grado di distruggere miti o crearne…»

“Quello che non sei non diventerai” dici in una canzone: cosa non vuoi diventare?
«Non voglio diventare un leggero ipocrita superficiale troppo sul pezzo. Vorrei riuscire a proteggere e a mantenere le cose importanti, i valori che mio padre e mia madre hanno cercato di raccontarmi attraverso il loro esempio di vita. Non vorrei perdere questo obiettivo di poter sempre, attraverso il talento, inseguire i miei sogni e soprattutto non vorrei mai diventare un uomo che si sveglia  una mattina senza avere dei sogni!».

 



LA SUA VOCE SI FA ORCHESTRA
Appena 15enne Francesco Renga fonda con alcuni compagni di liceo i ‘Modus Vivendi’. Successivamente entra nei ‘Precious Time’, a breve ribattezzati ‘Timoria’.
La band tiene centinaia di concerti in tutta Europa e registra 7 album. Il sodalizio con la band si interrompe alla fine del 1998. All’inizio del 2000 Renga debutta con un album omonimo. Ma è con la partecipazione al Festival di Sanremo con ‘Raccontami’ che viene alla ribalta, lo stesso anno. Vince il Premio della Critica. Nel 2002 esce ‘Tracce’. Partecipa al Festival di Sanremo. Nel 2004 esce ‘Camere con vista’. Nel 2005 vince il Festival di Sanremo con ‘Angelo’. Nel 2007 pubblica ‘Ferro e cartone’. Nel 2009 partecipa a Sanremo con ‘L’Uomo senza età’. A novembre 2009 esce ‘Orchestraevoce’: per la prima volta Renga canta accompagnato da un’Orchestra di 60 elementi.


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