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Sergio Bonelli: dura Lex sed Tex

Il leader italiano nel mercato del fumetto

Lun 01 Feb 2010 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
Foto di 3

“Dimenticatevi di Tex, lo dico sempre ai miei: la sua forza, il suo successo sfugge a tutti i metri di giudizio, ha regole misteriose e incomprensibili anche per noi”. Sergio Bonelli ce lo dice con quel suo tono paterno, gentile e un po' severo, saggio e allo stesso tempo sobriamente entusiasta. Un uomo serio che non si prende troppo sul serio, uno che ha saputo compiere miracoli, dal suo Mister No (Guido Nolitta è il suo pseudonimo da autore) al fenomeno Dylan Dog, a Nathan Never, da Napoleone a Julia, da Dampyr a Demian, molti sono gli eroi bonelliani (aggettivo che va oltre la casa editrice, divenuto un concentrato di valori e qualità) che amiamo da anni. Per intervistare quest'uomo eccezionale abbiamo affrontato in macchina un epico viaggio Roma- Milano. Giusto, visto che lui, il padre e i suoi disegnatori e sceneggiatori hanno alimentato e continuano a nutrire i nostri sogni. Alla fine ci mostrerà il “muro delle meraviglie”, la parete del corridoio della sede Bonelli in cui sono incorniciate le tavole dei maestri: da Corto Maltese a Andy Capp, non manca nessuno. Da togliere il fiato, come i suoi racconti. Volevamo partire dagli ultimi figli di casa Bonelli, le miniserie Caravan e Greystorm, finiamo a parlare di tutto. Per un pomeriggio intero.

Iniziamo con una provocazione. è passato dai personaggi eterni alle miniserie. Il mercato ha piegato persino Bonelli?
«Ti stupirò, ma non è così: sono gli autori a frenare, non io. La miniserie è meno rischiosa per me, certo, ma spesso la trovo un alibi: se hai tra le mani un personaggio “a tempo indeterminato”, che fai, ti risparmi? Io lavoro qui dal 1957, accetto le scommesse. Dicono che non sbaglio mai, la verità è che quando lo faccio nessuno dice niente: il mio mestiere è prendere dei rischi, e non addossarli a chi lavora per me. Però sono anche un pigro: quando azzecco il personaggio giusto, mi piacerebbe adagiarmi. Così invece lo stress è continuo, ma se l’autore non è convinto, posso mai spingere io sull’acceleratore? Questa prudenza, però, la capisco: in questo paese ci sono pochi editori e disegnatori e autori sono sempre più bravi, la società dell’immagine li cresce in fretta e sono molto capaci anche quelli che escono dalle scuole di fumetto. Non dobbiamo più girare il mondo per cercare artisti, li troviamo sulla nostra scrivania. E purtroppo spesso non possiamo prenderli».

Da Demian a Volto nascosto, questo modello ha rinvigorito il fumetto.
«Volto nascosto lo amo molto: parla di guerre dimenticate e di serie B, di vicende coloniali ignorate dagli italiani, perché confuse e non belle da ricordare. Qui la Storia, con le sue date, impedisce di andare avanti all’infinito. Ma, per esempio, i francesi non sono andati avanti con Jean Gabin per anni? Forse anche il nostro marsigliese Demian poteva farlo. Lo speciale non è lo stesso, noi lettori di fumetti amiamo la delizia-stillicidio della periodicità precisa: persino la bimestralità ci fa soffrire. Io sono il primo lettore, non mi sento mai l’editore onnisciente. E tanti risultati felici, per fortuna, ci permettono di sopportare qualche bel flop. Odiamo l’ “usa e getta”, preferiamo accettare i fallimenti».
 
Spesso gli albi Bonelli sono stati molto politici. E molto strumentalizzati. Tex icona della destra, Nathan Never e Dylan Dog della sinistra.
«Una cosa inevitabile: se ora ci chiudiamo nel mio ufficio e sfogliamo tutti i Tex, a ogni pagina tu dirai destra e io sinistra, o viceversa. E un altro centro. È così da almeno 30 anni, noi facciamo storie, non politica: papà se faceva un banchiere ladro, era perché gli serviva. Ricordo una storia di Tex in Canada in cui alcuni vedevano nei ribelli le Brigate Rosse, altri i poliziotti, spesso dipende da chi legge e non da scrivere. E dalla ripetitività della Storia. Le guerre hanno la pessima abitudine di somigliarsi tutte, così come le dinamiche sociali e politiche. Ma, detto fra noi, leggendo Nathan Never o le nostre altre serie, non ho mai scoperto per chi votano i nostri autori. Vero è che in tutti c’è un sentire comune pacifista».
 
Vedo albi di tutti i tipi in ufficio. Leggete tutto, anche il fumetto indipendente?
«Certo, noi andavamo alle fiere - senza comprare nulla perché producevamo tutto qua - per curiosità, per fiutare l’aria. E ora compriamo tutto quello che esce, ci piace vedere cosa fanno gli altri anche per imparare eventualmente. Enoch, che ora scrive per noi, l’ho scoperto su Sprayliz, splendido. (interviene il braccio destro - e sinistro - Marcheselli "Guardiamo soprattutto quelli che vengono definiti i “bonellidi”. Bravi sono anche Bartoli, Recchioni e Carnevale con John Doe. Diverso da noi e forse inompatibile, ma si impara e si migliora guardando gli altri")».

Il segreto del vostro successo?
«Io sono riconoscente al destino che mi ha aiutato anche nei momenti difficili e a quel pubblico che ci ha voluto bene. Anche ora che sono un terzo o un quarto rispetto a prima, rimangono una buona trincea che non ci ha fatto subire il tracollo francese o spagnolo. Non è solo merito nostro, quindi, ma anche dei nostri lettori. E della nostra bottega che sa essere industria».

E ora cosa ci aspetta?
«Cosa farò da grande? (ride, è un coriaceo e vivace classe 1932 - ndr). Io sono un editore che scommette come al casinò, senza però mai mettere in pericolo l’esistenza della casa editrice o la mia. Punto sui giovani e su chi lavora con me da tanto e proficuamente, magari gli do una seconda possibilità: e così dopo Caravan, arriverà Greystorm di Antonio Serra, tra i papà di Nathan Never ma anche del fiasco Gregory Hunter, così come Ambrosini l’ha avuta con Jan Dix. Se avessi dovuto fare i conti bene, il suo Napoleone… Ma mi piaceva e facevo finta di niente. Poi ci sarà la seconda stagione di Volto nascosto, ai tempi della Rivolta dei Boxer in Cina, nel 1900. E Ruju farà 18 numeri di un’altra miniserie ambientata nell’America degli anni ’60 e ’70».
 
Ha ragione chi dice che il fumetto non è più cultura di serie B?
«Era meglio prima, quando nessuno parlava di noi, quando mia mamma un po’ si vergognava del nostro lavoro, si vendeva molto di più. Ora mi venite a intervistare, tutti parlano di noi, ma va peggio. Nessuno ci recensisce seriamente, al 90% veniamo considerati ancora... folkloristici. Lo sdoganamento, la rivalutazione è avvenuta con poca convinzione, e così lo snobismo è rimasto. Ma almeno ora non ci accusano di istigare all’omicidio o di essere degli ignoranti!».

 



70 ANNI DI FUMETTI
Sergio Bonelli nasce a Milano, 2 dicembre 1932. Conosciuto anche come Guido Nolitta (suo pseudonimo da sceneggiatore di fumetti), è un autore di fumetti ed editore italiano, figlio del mitico Gian Luigi Bonelli (creatore di Tex e fondatore della casa editrice Audace), e di Tea Bonelli, che dal 1946 ha preso le redini della casa editrice dell'ex marito. Sergio entra giovanissimo nel mondo del fumetto e dell'editoria facendo il tuttofare nell'impresa di famiglia. Nel 1957 prende in mano la casa editrice Cepim, la futura Sergio Bonelli Editore, una delle case editrici di fumetti più importanti (come numero di copie stampate) nel panorama italiano, subentrando nella direzione alla madre Tea. Nel 1961 crea una dei più grandi successi della casa editrice: Zagor. Quattordici anni dopo, nel 1975, darà vita a Mister No, uno scanzonato ex soldato statunitense che vive nella Manaus degli anni 50. È anche il primo sceneggiatore a sostituire suo padre sulla pagine di Tex. Imprenditore che ha reso grande la sua casa editrice, ha sempre rispettato i suoi artisti.


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