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Solo l'amore rispetta la sacralità del bambino

Giovanni Bollea, il padre della Neuropsichiatria Infantile. «Ad otto anni scoppiò la mia incrollabile vocazione per aiutare i bimbi sofferenti... Un paese è civile solo se riconosce la sacralità dei p

Mer 08 Apr 2009 | di Giuseppe Stabile | Gli occhi grandi dei bimbi

Questa intervista è un piccolo omaggio ad un grande uomo che si è messo al servizio della vita che nasce diventando padre di migliaia di bimbi in tutto il mondo.
«Il bambino è sacro ed avere un figlio è un’esperienza immensa, un atto d’amore, completamento naturale di un rapporto tra un uomo ed una donna. Oggi purtroppo c’è molta confusione anche su questo, ma un maschio ed una femmina che si amano, procreando, danno e ricevono amore. Ovviamente una persona matura cerca l’amore non dai propri figli, ma nell’espressione di se stessa per il bene dell’umanità. Alla base ci deve essere, tuttavia, la libertà e la maturità dei componenti della coppia per potersi rispettare ed amare concretamente». 
Com’è diventato il padre della Neuropsichiatria Infantile?
«I miei umili e dolcissimi genitori mi hanno insegnato che bisogna prepararsi bene per poter aiutare al meglio chi soffre. A ventidue anni, da poco rimasto solo, iniziai a lavorare all’ospedale di Torino, dove imparai moltissimo dai malati. Poi feci la tragica esperienza della seconda guerra mondiale come medico sul fronte russo, teatro di morte e disperazione. Al ritorno in Italia rimasi colpito dalla terribile situazione di tanti minori devastati, anche psicologicamente, dal conflitto e decisi di occuparmene in prima persona. Ma la mia vocazione per la Neuropsichiatria Infantile nasce molto tempo prima».
Cosa vuol dire?
«La decisione di dedicare tutta la mia esistenza ai bambini malati ha radici talmente inconsce che me ne resi conto solo a 68 anni, mentre visitavo un centro di cura per piccoli disabili. All’improvviso, l’inconfondibile odore di quei luoghi, misto di sudore, medicinali ed urina, mi colpì come un fulmine, riportandomi alla mente un episodio vissuto all’età di otto anni. A quell’epoca la nostra scuola organizzò una discutibilissima gita al Cottolengo e, quando ci trovammo di fronte ai letti dei bambini più gravi, la suora che ci accompagnava disse: “Questi bambini saranno i primi ad entrare in Paradiso”. Allora io mi voltai e con molta fermezza replicai: “Perché invece di dire queste cose non v’impegnate per guarirli?”. La suora e la maestra rimasero ammutolite, ma dentro di me nacque il desiderio incrollabile di combattere contro ogni rassegnazione e passività per aiutare quei piccoli sofferenti».
Una scelta che ancora oggi, a 94 anni, porta avanti con coerenza e continuità!
«Sono ancora un rivoluzionario. Questa è sempre stata la mia forza, insieme all’impegno di essere a modo mio missionario verso i minori che soffrono, soprattutto disabili. La mia vera, grande rivoluzione fu quando, nel dopoguerra, tra mille opposizioni, fondai il primo istituto che curava i bambini in modo interdisciplinare con un’équipe di medici, psicologi, psichiatri ed assistenti sociali, insieme alle famiglie. Ai ragazzi bisogna insegnare ad essere rivoluzionari, nel senso di cercare sempre il bene maggiore per migliorare l’esistenza di chi soffre».
Sembra sempre più difficile il mestiere di genitore.
«Capisco che ci sono molte difficoltà, ma educare un figlio è un gesto di speranza ed amore, non può essere visto come un problema. Molti mi chiedono consigli pratici, ma non servono regole per amare! Cerchiamo d’essere umili e semplici, passeggiamo in un bosco con nostro figlio sforzandoci di ascoltarlo, guardiamolo negli occhi con animo pulito e vedremo tutto il suo mondo. L’importante è dare sempre valore alla sua parte positiva, aumentando la sua autostima. Fermo restando che i genitori trasmettono ai propri figli non quello che dicono, ma quello che sono».
Mette tristezza pensare che l’Italia è il Paese dove nascono meno bambini.
«Ci sono delle persone che non possono avere figli per problemi fisiologici, ma in generale bisogna avere la coscienza che la paternità e la maternità sono essenziali per arrivare ad una piena e naturale realizzazione della persona e della coppia. Si è uomini a metà se non si è padri!».
Da cosa dipende questo calo delle nascite?
«Alla base della denatalità ci sono un forte egoismo individuale ed una paura del futuro, anche se dobbiamo considerare pure i problemi economici. Nelle nostre società occidentali si sta perdendo la speranza e si calcola tutto, anche il numero dei figli. Solo fino a pochi anni fa si viveva in modo diverso, c’era una maggiore ricchezza interiore ed era molto più naturale lavorare, sposarsi e vivere con molti bambini in famiglie allargate. I figli partecipavano direttamente anche al sostentamento familiare, mentre oggi si pensa solo ad istruirli per farli diventare impiegati che ricevono uno stipendio. Invece lo Stato e la scuola, insieme alla famiglia, devono formare con amore persone e cittadini maturi. Lo scopo della vita non è accumulare denaro, ma creare rapporti d’amore. Questo è il motivo profondo di tanta sofferenza nella nostra società, dalle molte famiglie che si dividono alla denatalità ed al disagio infantile in costante aumento».
A farne le spese sono sempre i più piccoli...
«Molti genitori, per proprie difficoltà personali, non riescono ad essere sempre all’altezza del loro ruolo, ma la tribolazione dei più piccoli qui da noi non è paragonabile a quello che succede nei Paesi più poveri. Pensiamo all’inaudita sofferenza delle migliaia di bimbi che ogni giorno muoiono di fame oppure ai bambini soldato. I giornali o la televisione raramente danno il giusto risalto all’inumana sofferenza dei bambini. Eppure sono sempre loro a pagare per primi».
Ora lo scienziato lascia il posto all’uomo che partecipa con tutto se stesso al dolore di chi non ha voce. Non so trovare le parole giuste per descrivere questo momento…
«Mi si spezza il cuore e spesso la notte non riesco a dormire pensando, ad esempio, alla sorte di migliaia di bambini gettati in mare nel Mediterraneo durante l’immondo traffico di immigrati. Soffro moltissimo anche solo al pensiero di quello che subiscono i bambini nelle varie guerre in corso nel mondo: quanti discorsi e soldi sono spesi ad esempio per la guerra in Iraq, ma chi parla delle sofferenze dei piccoli iracheni?».
Come invertire la rotta?
«C’è bisogno di una rivoluzione culturale che aiuti ogni persona e famiglia a maturare, sviluppando la propria identità sessuale per vivere nell’amore il rapporto con l’altro sesso. Nel mondo occidentale, almeno dal punto di vista legislativo, c’è una forte tutela dei soggetti più deboli, anche se nella pratica viviamo immersi nelle deviazioni sessuali, nelle violenze sui minori e nello sfruttamento della donna oggetto. Ma nel resto del Pianeta, la condizione di sudditanza delle donne è fortissima e la sofferenza dei bambini è indicibile: credo che non abbiamo chiara la percezione del loro dolore nel mondo. Eppure la donna è un elemento essenziale dell’umanità».
Come aiutare i Paesi più poveri?
«Più dei soldi occorre una formazione continua di tutti, specialmente dei genitori, a qualsiasi livello di maturità si trovano ed in qualsiasi Paese vivono. Tutti hanno bisogno di liberarsi dai propri condizionamenti inconsci per riuscire ad amare se stessi e chi ha bisogno d’aiuto. Concretamente, lo strumento dell’adozione a distanza è molto valido, anche perché permette al fanciullo di crescere nel suo ambiente naturale. Io stesso ho adottato tre bambini a distanza in varie parti del mondo. Negli ultimi anni molti minori sono stati salvati con questo strumento soprattutto da enti cattolici: non servono grandi strutture, l’importante è aiutare con amore le comunità a diventare autosussistenti. In ogni modo, il punto centrale è che il bambino è sacro e, aldilà delle leggi e della ricchezza materiale, una nazione può dirsi civile solo se riesce a riconoscere la sacralità dei più piccoli».
Purtroppo il mondo ha sempre fatto molta fatica ad accogliere la sacralità del bambino. Sappiamo che della nascita di Gesù si accorsero solo qualche pastore e i Re Magi, mentre Erode, cercando di ucciderlo, compì l’ennesima strage degli innocenti.
«Il Cristianesimo è forse l’unica religione che venera un bambino e che cerca di dare risalto al valore dei più piccoli. Ma questo messaggio si scontra con molte culture diverse e con le condizioni di estrema povertà in cui vive la maggior parte degli abitanti della Terra. Con la fame, le guerre e tutte le violenze, stiamo uccidendo milioni di bambini come se niente fosse: chi parla di tutto questo? Dove sono gli operatori dei mass-media di fronte a quest’immane tragedia? Anche il Vaticano dovrebbe dare molta più voce alla sofferenza di questi bimbi, invece di continuare a parlare di argomenti come le cellule staminali».
Come vive il suo rapporto con la fede?
«Non sono mai stato un vero cattolico credente e mi sono sentito spesso in polemica con la Chiesa. Non tanto per la persona di Gesù, quanto perché sento che non mi corrisponde una religione così organizzata. Io credo in Dio soprannaturale che è Amore, credo nel bambino e nel valore dell’uomo, ma non credo nell’organizzazione. Come tecnico e scienziato constato che Dio ed il Suo Amore non sono entità fisiche, ma si trovano nell’essenzialità della nostra vita spirituale. Senza lo Spirito noi non possiamo vivere. Lo Spirito non è materiale né razionale: potrebbe essere definito come l’energia dell’amore che è al di sopra di ognuno. Apprezzo chi ha fede, perché il vero credente è un uomo felice, ma ugualmente chi non crede deve confrontarsi con il mistero del dono della vita».
Anche Gesù amava profondamente i bambini.
«Il messaggio centrale che Gesù ci ha lasciato è “Ama il prossimo tuo come te stesso”, un principio universale valido per tutti gli uomini. Senza il rispetto dell’altro non c’è la vita: il rispetto è la base dell’amore. Tutti noi, in modo diverso, conosciamo il dolore per non essere stati rispettati ed ognuno cerca una via d’uscita dal dramma della depressione. Ma questa può essere guarita solo dall’amore, cioè dall’esperienza concreta di un rapporto personale con chi è capace di amare il suo prossimo come se stesso, identificandosi completamente con l’altro. L’amore è la cosa più importante e Gesù, amando fino in fondo, ha creato una via d’uscita per ogni essere umano, aldilà delle religioni».
Il colloquio è molto coinvolgente ed abbiamo già superato l’ora di cena. Scusi professore, ma lei è sempre così occupato?
«Sì, ho tanti impegni. Oltre alle conferenze, leggo e scrivo molto perché non si può restare zitti ed indifferenti di fronte a tanta sofferenza e superficialità. Inoltre continuo a visitare una volta al giorno: per restare vivi bisogna essere utili a chi soffre, bisogna amare! D’altra parte da me arrivano quasi sempre i casi più difficili, ma che gioia provo quando vedo il sorriso di un bambino o incontro un giovane sereno che in passato sono riuscito ad aiutare!».


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