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Enzo De Caro:ritrovare le chiavi dello scrigno

Per difendersi di fronte ad una mancanza d’amore, l’anima chiudendosi fa la cosa migliore, ma...

Mar 01 Lug 2008 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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 Sguardo forte e penetrante, voce calma e profonda, tanta disponibilità e … quel pizzico d’inafferrabile simpatia che gli dona un fascino davvero unico. Eppure, anche per un famoso attore come Enzo De Caro, le qualità più belle sono quelle interiori che, quando vengono allo scoperto, regalano sorprese meravigliose.

Enzo, quali sono le tue passioni?
«Ho molti interessi, ma amo molto lo sport, il calcio in particolare: sono un grande tifoso del Napoli e da tanti anni gioco nella Nazionale Cantanti. Dal punto di vista professionale, il teatro è sempre stato la mia grande passione. Ho iniziato giovanissimo, ed ho avuto la fortuna di incontrare coetanei di grande talento che, in vari campi, cercavano con impegno la loro strada, da Pino Daniele a quel genio pieno d’anima che è stato Massimo Troisi. Poi, nel tempo, ho trovato nel cinema e soprattutto nella televisione dei mezzi ideali per stabilire un contatto con il pubblico ed esprimermi nelle tematiche che mi sono più care». 

Quali sono i temi che più ami approfondire nella tua espressione artistica?
«Fin dall’inizio, anche quando facevo cabaret, ho sempre scritto testi riguardanti temi che mi toccano nel profondo, come la ricerca dell’amore, la sofferenza interiore ed il rapporto con la religione».

Riesci ad essere trasparente quando ti esprimi?
«La trasparenza è un risultato da raggiungere. Nella mia vita privata come nel lavoro, ho sempre cercato molto, perché credo che, soprattutto per chi fa l’attore, è indispensabile impegnarsi per andare il più in fondo possibile. Solo così ci si può esprimere con trasparenza, tanto nelle relazioni personali quanto nella professione. Chiaramente è un processo continuo, per ricevere, conoscere e trasmettere: dipende da cosa e come si cerca».

Su cosa hai concentrato la tua ricerca?
«Sulla mia identità, scendendo nel profondo della mia storia. Questo è il percorso della vita, nel quale ognuno di noi parte da una piccola stanza con una parte d’ombra che è segnata, fin dalla nascita, dai rapporti personali: arriva un certo momento della vita nel quale questa stanza va illuminata, costi quel che costi. È fondamentale conoscere la mappa della stanza della propria anima, per sapere se e dove ci sono delle ombre». 

È doloroso guardare dentro se stessi?
«Guardarsi dentro può far soffrire, ma questa è la dura legge dell’esperienza umana: l’alternativa è rimanere chiuso in una gabbia ripetendo condizionamenti inconsci trasmessi da generazioni. Naturalmente è un percorso graduale e ci saranno sempre degli aspetti da scoprire. Del resto le persone affette da autismo, bambini o adulti, preferiscono stare sempre in un posto dove conoscono esattamente le cose o i particolari: non vogliono altro. Ecco, io credo che l’autismo dell’anima è in un certo modo non voler o non essere in grado di conoscere, accettare ed utilizzare tutto quello che c’è nella nostra stanza dei segreti». 

Come sei riuscito ad accedere alla tua stanza dei segreti? 
«Guardando nel mio inconscio, perché il problema vero è la parte dell’iceberg che non si vede, quello che sta sotto l’acqua. So che anche la mia parte razionale è importante ed ho cercato di metterla al servizio di questo lavoro d’indagine; accettando la mia sofferenza ho potuto vivere in modo più intenso i momenti di gioia. Comunque, le cose più importanti le ho imparate cercando di ascoltare e rispettare i miei tre figli».

Da dove provengono le nostre sofferenze più profonde?
«Nella maggior parte dei casi parliamo d’esperienze vissute nei primi anni di vita, al massimo fino all’adolescenza. Ognuno deve arrivare ad essere consapevole delle motivazioni e delle vicissitudini per le quali la propria anima è stata ferita. Con la consapevolezza che, per difendersi di fronte ad una mancanza d’amore, l’anima, chiudendosi, ha fatto la cosa migliore: è come se avesse messo al sicuro dei gioielli preziosi in un grande scrigno segreto. Il problema è che a volte si perde la chiave. Il lavoro da fare da adulti è tornare a rivivere quell’occasione e quel momento nei quali siamo stati feriti per tentare di riaprire quello scrigno». 

Come hai reagito quando hai preso coscienza delle ferite e delle chiusure della tua anima?
«All’inizio ho provato un po’ di rabbia, ma poi ho imparato a ringraziare per avere ancora un’anima e per essere inconsciamente riuscito a tutelarla. La cosa più sbagliata è colpevolizzarsi e piangersi addosso dicendo: “Guarda come sono diventato e cosa mi è successo nella vita”. Invece devo essere grato che in quel momento la mia anima si è difesa e protetta. Ad un certo punto mi sono reso conto che non c’era più bisogno di difendermi: la corazza che avevo indossato, non aveva più motivo di esistere e dovevo liberarmene. È vitale tornare a respirare attraverso un lavoro personale lungo ed impegnativo».

Le ferite dell’anima possono essere sanate?
«Certamente, ma è una questione di responsabilità personale: non si può obbligare nessuno ad intraprendere un cammino di liberazione. È un percorso che deve passare anche attraverso concrete esperienze di amore e di rispetto, tenendo sempre ben presente quello che ci ha insegnato Gesù: “Ama il prossimo tuo come te stesso“. Gesù ci sprona a fare la cosa più difficile: amare e quindi rispettare il nostro prossimo come noi stessi. Quindi il primo prossimo da incontrare siamo noi stessi ed è il più difficile con il quale avere a che fare». 
Ho sperimentato che, oltre al mio impegno ed alla luce sul mio inconscio, per guarire mi è necessario fare esperienza personale dell’Amore di Gesù.
«Tutti cercano profondamente l’amore. Noi occidentali abbiamo il privilegio di conoscere la figura storica di Gesù che è diventato il Cristo. Lui è il boss dell’amore, lo sponsor del vero amore. Tuttavia ho incontrato molte persone, anche di altre culture e religioni, che, anche se non conoscono il messaggio di Gesù, vivono con amore».

Dove sta andando la società occidentale?
«Purtroppo ci stiamo abituando a tutto, dai ragazzi che vanno allo stadio e si ammazzano per una partita di calcio fino alla corruzione dilagante: tra poco ci abitueremo anche alla pedofilia. Non possiamo permettere qualsiasi cosa: non è nella natura dell’essere umano cadere nell’aberrazione. Non si può tradire se stessi e non è normale accettare il decadimento della nostra integrità. Bisogna scuotersi, svegliandosi da questa abitudine all’anormalità, avendo il coraggio di andare contro corrente per cercare sempre la verità».

Qual è la conquista che l’umanità è chiamata a fare? 
«Dobbiamo comprendere che siamo tutti abitanti della Terra e che facciamo tutti parte della stessa razza umana. Invece continuiamo ancora a costruire frontiere ed a permettere che, mentre in Occidente ci sono tante persone che muoiono perché mangiano troppo e male, nel Resto del Mondo ogni giorno ne muoiono decine di migliaia per fame. La solidarietà e la carità non sono degli accessori ma parti integranti della nostra esistenza. Solo se riusciremo ad essere davvero solidali potremmo dirci ancora umani».

 


 

IL PROF DE CARO
Nato a Portici (Na) il 24/3/1958, Vincenzo Purcaro (in arte Enzo De Caro) è laureato in Lettere e, dopo aver insegnato all’Università di Napoli, è attualmente docente di Scrittura Creativa alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università di Salerno. «Confrontarmi con l’entusiasmo e la passione dei giovani è  molto importante, perché mi rende vivo e mi permette di condividere con loro tutta la mia esperienza, umana e professionale, accumulata negli anni». A Firenze tiene lezioni nella neonata “Scuola per comici – Massimo Troisi”.
 


 

DAL TEATRO ALLA TV,  PASSANDO PER IL CINEMA
Dopo i primi successi con il teatro ed il cabaret, Enzo De Caro, già nel 1981, si è cimentato come regista nel film “Prima che sia troppo presto”, che conquistò il David di Donatello. Dopo aver diretto anche “Io Peter Pan" (1989) e "Ladri di futuro" (1990), ha intrapreso una lunga carriera d’attore che lo ha portato fin dal 1996 a recitare soprattutto in fiction televisive tra le quali spiccano, per il successo ottenuto, “L’ultimo rigore” (2002 – 2006), “Madre Teresa” (2003) e “Provaci ancora prof” (2004-2007) con Veronica Pivetti. Ad aprile invece è uscito nelle sale “La seconda volta non si scorda mai”, commedia napoletana nella quale recita la parte di un avvocato di successo. 
 


 

 

 

LA SMORFIA E IL POETA MASSIMO
Insieme all’indimenticato Massimo Troisi (morto il 4 giugno del 1994 - ndr) ed a Lello Arena, Enzo De Caro faceva parte del famoso trio comico “La Smorfia” che esordì su Rai Uno nel 1977. «Eravamo tre ventenni pieni d’entusiasmo, tre clown che, in quel periodo storico così politicizzato, esprimevano cose importanti cercando di far ridere. Il successo arrivò improvviso e travolgente; però dopo pochi anni ci accorgemmo di non avere più niente da comunicare ed ognuno intraprese una propria carriera artistica, continuando a mantenere i nostri ottimi rapporti personali. Troisi era una persona eccezionale, di grande umanità. Lo ricordo come un vero poeta che traduceva le sue intuizioni in scene teatrali o televisive, ma anche in canzoni. Proprio per far conoscere questo suo lato artistico, dopo tanti anni ho deciso di pubblicare “Poeta Massimo”, un cd con tredici canzoni inedite che scrivemmo insieme agli inizi della nostra amicizia, prima che arrivasse la notorietà. È un’emozione intensa, perché questi brani, che ho arrangiato insieme a famosi musicisti, mi fanno rivivere la mia profonda relazione con lui, un grande poeta che raggiungeva il massimo quando scriveva d’amore». Il ricavato del cd “Poeta Massimo”, in vendita dall’aprile scorso, sarà devoluto alla “Associazione bambini cardiopatici nel mondo”.

 


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