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Sergio Valzania non vergognamoci delle nostre radici

Brevi riflessioni con il direttore dei programmi di radio rai

Dom 01 Giu 2008 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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 Per chi come me ama la radio, è davvero emozionante entrare nella storica sede Rai di via Asiago ed essere accolto nell’ufficio del Direttore Programmi Radio, Sergio Valzania. Sollevando lo sguardo dalle montagne di libri, l’emozione si unisce presto alla sorpresa per l’ordinato miscuglio di sacro e profano, intellettuale e giocoso. Tra santini e soldatini, scene dell’Ultima Cena e ritratti di Tex Willer, ci lasciamo trasportare dai tanti modellini di aerei, treni e navi ed intraprendiamo un appassionante viaggio nel mondo della comunicazione. 

Direttore, com’è lo stato di salute della radio?
«Prima di cominciare a rispondere alle domande, voglio anzitutto fare i complimenti ad ‘Acqua&Sapone’, un mensile che sta diventando sempre più ricco: avete compreso che non basta voler fare le cose per il bene, ma bisogna farle bene. Detto questo, posso affermare che la radio gode ottima salute. Gli ascolti sono alti, l’entusiasmo è crescente e l’interesse del pubblico è molto forte anche per gli approfondimenti culturali». 

Qual è la ricetta della radiofonia pubblica?
«Il servizio pubblico deve essere in grado di dare qualcosa che non può essere offerto dalla concorrenza commerciale, puntando, oltre che sul contenuto, anche su un’organizzazione di grande livello. La radio deve essere gradevole all’ascolto, complice, quasi un’amica: noi abbiamo Radio Uno dedicata all’informazione, Radio Due all’intrattenimento e Radio Tre impegnata nella divulgazione culturale. Tutte riescono ad offrire diversi programmi impensabili per altre emittenti».

Quale ruolo può avere la comunicazione audiovisiva nella crescita sociale e culturale del nostro Paese?
«Probabilmente non molto grande, nel senso che si comunica quello che già c’è nella società. Con umiltà bisogna tentare di tirare fuori il meglio di ciò che la società propone. Cercando di non essere blasfemi, possiamo sostenere che la Rai è una grande azienda culturale che cerca di vivere il proprio Mistero dell’Incarnazione».

Cosa vuol dire vivere il Mistero dell’Incarnazione? 
«In ogni attività umana e terrena si ritrovano le tracce del Mistero dell’Incarnazione, cioè del momento centrale della storia: Dio che in Gesù si fa uomo. Nel Vangelo c’è scritto che “Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1, 2-3). Quindi il sigillo della Verità, della realtà, di tutto l’Universo è l’Incarnazione di Gesù. La Rai deve tener conto che è un servizio pubblico che opera anche sul mercato, così come ogni essere umano deve rispettare sia l’anima sia il corpo».

Da quanto tempo naviga nell’etere?
«Ormai sono 30 anni che lavoro in Rai. Quest’impegno è stato tutta la mia vita e fa un po’ impressione vedere tutti questi anni dietro le spalle». 

Chiuda gli occhi e pensi ai sogni dei suoi vent’anni. Si sente soddisfatto?
«Sono stato molto fortunato, perché si è realizzato tutto quello che sognavo. Desideravo essere un giornalista ed un dirigente Rai per occuparmi di quello strepitoso programma che era “Alto Gradimento” (storica trasmissione di Radio Uno negli anni ’70, ndr), ma anche per approfondire temi culturali. Ora mi ritrovo con la gioia di aver realizzato tutto questo: con “Viva Radio 2”, la trasmissione di Fiorello e Baldini, stiamo ripercorrendo quello storico successo e con Radio Tre abbiamo una valida programmazione culturale. Ma ho realizzato anche i desideri di scrivere libri, insegnare e contemporaneamente non lasciare quelle attività e quegli interessi giovanili che tanto mi avevano donato, come la passione per il gioco, l’impegno per lo scoutismo o i pellegrinaggi ai Santuari. Di tutto questo ed altro ancora sono felice e devo essere grato anche a questa grande azienda che è la Rai, che mi ha permesso di sperimentare una crescita non solo professionale, ma anche personale e spirituale».

Come nascono trasmissioni coraggiose ed innovative come “Il Cammino” di Radio Tre nella quale ci racconta quotidianamente i suoi pellegrinaggi verso i luoghi sacri?
«Siamo stati in grado di cogliere in anticipo qualcosa che stava crescendo nella società. Oggi facciamo quest’esperienza andando a Santiago di Compostela con Piergiorgio Odifreddi, in un momento storico nel quale molti autori contemporanei laici, agnostici o addirittura atei scrivono libri su temi di Fede. La risposta del pubblico è forte, con centinaia di messaggi lunghi ed argomentati, segno che abbiamo toccato qualcosa di importante». 

È stato tutto facile nella sua brillante carriera?
«Assolutamente no. Ci sono stati molti momenti difficili, con tanto lavoro, notti insonni, scontri ed attacchi di tutti i tipi. Ma sono felice perché faccio proprio quello che avrei voluto fare e perché Dio mi è sempre stato vicino, anche nei momenti più bui».

Qual è stata la prova più difficile?
«Quella di non aver vissuto una grande esperienza familiare. Il nostro è un lavoro bellissimo, ma che può facilmente sconvolgerti, allontanarti, portarti via. Probabilmente non ho mai avuto un talento particolare per costruire una famiglia, ma ho sofferto molto per la separazione da mia moglie e dalla mia unica figlia. Mi sarebbe piaciuto avere tanti bambini ed una vita familiare più ricca, invece oggi mi ritrovo soprattutto con tanti ricordi della mia piccola bambina diventata improvvisamente adulta …».

Non crede che buona parte del forte disagio che oggi colpisce tante persone dipenda dalla sofferenza vissuta nella propria famiglia?
«È evidente. Probabilmente negli ultimi anni si è sbagliato molto sia da un punto di vista laico che religioso. Da una parte, infatti, ritengo che non siamo riusciti a dare una rappresentazione nuova e coerente dei rapporti interpersonali: ormai quella che noi ora chiamiamo famiglia, troppo spesso è una scheggia superstite di quella che era una volta. D’altro canto tutto questo è probabilmente anche il frutto di uno dei problemi sociologici della Chiesa. La gerarchia ecclesiastica è spesso costituita da insigni uomini di una certa età che non hanno vissuto l’esperienza diretta delle tensioni, dei drammi, dei fallimenti ed anche delle grandi potenzialità delle trasformazioni che sono avvenute».

Le statistiche ci ricordano che l’Italia è il Paese dove nascono meno bambini e nel quale circa la metà delle famiglie si separa. 
«Abbiamo un rapporto sbagliato con la vita, così come lo abbiamo distorto con la procreazione e con i figli, pensando che si possano avere a piacimento ed in qualsiasi modo. Inoltre trovo assurdo che il nostro Paese lasci così abbandonate le giovani famiglie, già a partire dal problema della casa. La società deve tornare ad essere consapevole della necessità di avere dei figli e di costruirgli attorno una adeguata rete sociale. Qualche tempo fa l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi mi disse una cosa sacrosanta: “Come facciamo a parlare di fraternità in un Paese dove ci sono quasi tutti figli unici?”».

Qual è il problema fondamentale dell’Italia?
«Non crediamo abbastanza nella Vita che abbiamo dentro e dunque non la sperimentiamo e non la mettiamo al servizio della Vita. Siamo immersi in una profonda contraddizione. Da un lato siamo troppo egoisti e quindi il nostro mondo comincia a declinare. Dall’altro, per scongiurare questo pericolo, dovremmo aprirci all’accoglienza ed all’amore verso il diverso da noi, come le popolazioni del Terzo Mondo molto più vive. Ma, chiusi come siamo, non riusciamo neanche ad aggrapparci alla speranza che portano gli immigrati!».

A quali radici culturali ed antropologiche dobbiamo rifarci per tentare una rinascita?
«Qualche mese fa, insieme con Franco Cardini, ho scritto un libro dal titolo: “Le radici perdute dell’Europa”, dal quale scaturisce la proposta di considerare le radici cristiane come fondanti del nostro Paese e di tutta l’Europa. Le nostre radici cristiane non sono solo quelle medievali di San Benedetto, ma anche quelle della modernità, con l’impero cattolico che vive tra Francia ed Italia, così come tutto il 1500 ed i suoi splendori. Dalla storia europea è stato estratto un largo periodo che viene, di fatto, negato. È assurdo, ma ci vergogniamo delle nostre radici, ne abbiamo paura. Fino a non riconoscerci più in niente».

A dare un senso all’Unione Europea sono rimasti solo gli interessi economici?
«Ormai anche in quel settore sta andando tutto a rotoli, tra contributi, quote e sovvenzioni spesso senza senso. L’unica cosa nella quale si riconosce l’Europa è un’assurda burocrazia napoleonica impazzita, nella quale primeggia l’Italia. Ci si rifugia nel legalismo pensando di poter rimanere aggrappati al nulla, senza una progettualità proiettata nel futuro. È un inganno credere di essere vivi solo perché si rispetta una regola. Tutto il messaggio cristiano ci spinge ad uscire dal formalismo per passare all’unico comandamento che ci ha lasciato Gesù, quello dell’Amore». 

Dove ci sta portando il perseguimento del profitto a tutti i costi? 
«Le nostre folli politiche economiche hanno determinato in tutto il mondo degli assurdi squilibri di ricchezza e troppo spesso attraverso le multinazionali provochiamo dei disastri alimentari incredibili, distruggendo intere aree del Pianeta e portando alla fame milioni di persone solo per imporre delle coltivazioni, ora anche con gli ogm, ed aumentare così i profitti. Pensiamo ad esempio all’attuale e gravissima crisi alimentare che sta uccidendo tanti innocenti per le speculazioni finanziarie ed industriali».

Come possiamo uscire dalla nostra follia autodistruttiva?
«Dobbiamo cambiare nel profondo noi stessi ed aprirci alla Carità verso chi soffre: solo così ritroveremo la nostra Vita e ci arricchiremo della Vita di cui sono ancora pieni i più poveri e semplici. Questa è l’unica strada per salvare questo nostro mondo. I mass media devono aiutare le persone a fare esperienza di una nuova cultura di vita, ma la cosa fondamentale resta la formazione, soprattutto per chi opera nel campo della comunicazione».

Come imparare a comunicare veramente? 
«La preghiera è la forma più alta di comunicazione perché mette in relazione l’uomo con Dio. Pregare fa bene a tutti, ma soprattutto un comunicatore dovrebbe avere quest'esperienza di relazione personale con Dio, con l’Amore da cui discende la Vita».

Dopo le recenti elezioni politiche, cosa cambierà nel Paese ed in Rai?
«Non lo so, ma sono sicuro che, come dice il salmo 126, “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori”. Noi dobbiamo impegnarci per fare la nostra parte, ma cosa possiamo produrre se non mettiamo Dio al primo posto e non rispettiamo il Suo lavoro?» 

 


 

I LIBRI PIÙ RECENTI

- Sparta e Atene. Il racconto di una guerra (Sellerio - 2006)

- Austerlitz. La più grande vittoria di Napoleone (Mondadori - 2006)

- Wallenstein. La tragedia di un generale nella guerra dei Trent'anni (Mondadori - 2007)

- La morte dei dinosauri (Marsilio - 2007)

- La città degli uomini, scritto con F. Bertinotti (Mondadori -2007) 

- Le radici perdute dell'Europa, scritto con Franco Cardini (Mondadori - 2007)

- Amare il vino, scritto con Luca Maroni (LM - 2007)

 


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