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Eugenio Finardi: la musica, armonia dell’anima

Dalla “musica ribelle”alla musica sacra: la storia di un artista che nella solidarietà ha scoperto la vera ricchezza

Gio 01 Mag 2008 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Tutti ricordano Eugenio Finardi per essere l’autore di alcune indimenticabili canzoni come “Extraterrestre”, “Musica ribelle” o “La radio”, ma pochi conoscono l’uomo. Una voce fuori dal coro, testimone artistico e culturale di mezzo secolo di storia italiana, cantata con tutta la sensibilità che la vita gli ha fatto tirar fuori.

Eugenio, cosa racconti nelle tue canzoni?
«Cerco di essere il più vero e spontaneo possibile, provando sempre a dare qualcosa di me». 

Come si è evoluta la tua lunga carriera?
«Negli anni ’70 io ed i miei musicisti abbiamo inventato un modo italiano di fare rock che non era la semplice traduzione della musica americana. Naturalmente nel corso degli anni sono successe molte cose sia dal punto di vista personale che musicale, come ad esempio negli anni ’80 quando la musica era tutta elettronica. Ma quello che è rimasto è la testimonianza della vita di “Un uomo”, che è il titolo della mia ultima raccolta, la più completa». 

Sei riuscito a tutelare la tua identità attraverso questi decenni?
«Sì, perché non ho mai copiato uno stile di moda, cercando sempre un mio suono personale. Inoltre nei testi che ho scritto è come se avessi tenuto un diario della mia esistenza dai 20 ai 56 anni, un lungo diario della mia crescita, delle mie esperienze, del mio inconscio. In tutto questo molti si possono riconoscere durante le varie fasi dell’esistenza». 

Tra i tuoi ammiratori ci sono molti che, partendo dal riascolto dei vecchi successi, scoprono il piacere di approfondire tutto il tuo repertorio. Come te lo spieghi? 
«Forse perché sono uno dei pochi che ha continuato a cantare il progredire dell’età. Le canzoni che scrivo non sono finte canzonette di un finto ventenne: sono canzoni di un adulto che vive nel suo tempo. È una cosa giusta ed importante anche per i ragazzi, testimoniare che si cresce anche senza perdere il proprio “filo” musicale. Nei miei testi c’è la testimonianza delle passioni di una vita, gli ideali, gli amori, compresa la nascita dei miei tre figli».

Come vivi la tua paternità?
«Una delle cose di cui vado più fiero è che credo di essere un buon padre. Ho tre figli meravigliosi: Elettra di 26 anni, che si è fidanzata ed ormai non vive più con me e mia moglie Patrizia; Emanuele, un capellone diciassettenne, molto in gamba, che suona la chitarra; infine Francesca di 8 anni che studia violino con molto profitto. Sono davvero  orgoglioso di loro».

Ad Elettra hai dedicato la bellissima “Amore diverso” nella quale canti: "Sarà un amore diverso grande come l'universo che il tempo non potrà toccare. (…) E sarà sempre un nuovo gioco per tenere acceso il fuoco nel lungo tempo da venire".
«La nostra primogenita nacque con la Sindrome di Down. La sua nascita fu un avvenimento che mi toccò profondamente, anche dal punto di vista artistico: sentii la necessità di andare sempre più in fondo nella mia ricerca interiore». 

Qual è stato il tuo momento di svolta personale ed artistico?
«All’inizio del nuovo millennio cominciai a dedicarmi a progetti musicali completamente diversi, ma per cinque anni ho sofferto molto perché mi sembrava di aver perso l’ispirazione. Ho rischiato di cadere in depressione, ma nel 2005 mi sono staccato da tutti e mi sono prodotto da solo il disco che dentro di me avevo sempre desiderato fare: “Anima blues”. Adoro suonare il blues perché ti dà l’assoluta libertà di spaziare, d’improvvisare, d’inventarsi anche i testi dal vivo. Inoltre si possono scrivere pezzi che sembrano una conversazione, la descrizione di una parte di vita vissuta. A me piace quest’approccio: non ho mai preteso di essere un poeta, ma ho cercato, se così si può dire, di cantare come mangio, autenticamente».

Si può restare autentici nel mondo dello spettacolo?
«è difficile, ma è possibile. L’ambiente dello spettacolo si può dividere in due gruppi: quello della musica, nel quale io vivo da più di 35 anni, costituito soprattutto da gente seria, con musicisti e compositori che lavorano con professionalità. Poi c’è il mondo della celebrità immotivata, dove bisogna essere visibili a tutti costi. E per riuscirci bisogna essere vistosi e fare cose strane». 

Che fine fa l’anima di una persona che si ferma sull’apparire? 
«Rischia di sparire, anche se per i musicisti è più difficile perdere l’anima perché la musica è il contatto con l’Assoluto. Avere il dono della musica è un grande privilegio che ci scalda l’anima ma, in generale, tutta l’arte e la bellezza purificano la persona. Invece la televisione succhia molto l’anima, perché usa e sfrutta la bellezza esteriore senza guardare a quella interiore. La fama che viene solo dalla tv e dall’immagine solitamente si paga molto cara».

Nel 2003, dopo diversi concerti in varie cattedrali, hai pubblicato il cd “Il silenzio e lo Spirito” incentrato sul tema della spiritualità. Cosa ti ha spinto a dedicarti a questo progetto? 
«Io non sono credente, ma ritengo che la spiritualità sia una caratteristica essenziale e necessaria dell’uomo. Le due motivazioni più grandi per ogni essere umano sono l’amore e la fede».

Come si esprime la spiritualità per un non credente?
«Io credo profondamente nella spiritualità dell’essere umano e ritengo che ognuno deve vivere avendo la coscienza e l’anima a posto. Non è facile da spiegare, ma significa sentirsi puliti ed in armonia con se stessi. Non a caso parole che riguardano la musica, come concerto ed accordo, sono termini di unione e condivisione. Credo che non ci sia attività umana che richiede più contatto di anima come il suonare insieme: un’orchestra è una cosa quasi sacra per l’attenzione che ognuno deve dare ad ogni altro componente. È una delle espressioni più alte di scambio e di relazione». 

Ti sembra che oggi la musica sia usata per elevare l’animo umano?
«Purtroppo no, ed è un vero peccato che la musica sia spesso bestemmiata, usata per non pensare. Invece che come strumento di trascendenza e di crescita morale e spirituale, oggi la musica viene sempre più usata per anestetizzare. Penso alle melodie che mettono negli ascensori, ma soprattutto al forte disagio delle nuove generazioni ed al loro rapporto spesso malato con la musica. Disgraziatamente molti giovani più che il divertimento cercano ormai l’annullamento di sé. Bisogna chiedersi come mai tanti ragazzi cercano l’autodistruzione: non basta lo stravolgimento, oggi molti cercano proprio di annullarsi». 

Tu sei un rappresentante della generazione ribelle degli anni `70. Credi che i ragazzi che oggi cercano lo sballo a tutti i costi stiano peggio di quelli dei tuoi tempi? 
«Certamente. Prima magari si bevevano due bicchieri in compagnia e si andava a sentire un concerto, mentre oggi vedo tanti giovani che cercano l’annullamento personale: buttano giù cinque bicchieri di vodka, si fumano due canne, poi prendono una pasticca e venti minuti dopo sono sdraiati per terra. Tutto questo mi amareggia e mi stupisce».

Nel 1977, venticinquenne, nel brano “Non diventare grande mai” ti rivolgevi ai tuoi coetanei cantando: "Il tuo dovere è di migliorarti, di stare bene, di realizzarti. Cerca di essere il meglio che ti riesce per poi darti agli altri". Ci credi ancora?
«Senza dubbio, anzi ora ne sono certo: la cosa che più arricchisce è mettersi al servizio di chi soffre. I giorni più belli della mia vita sono stati quelli trascorsi nel 1998 in Sudan insieme agli operatori di Medici Senza Frontiere in un centro di alimentazione per rifugiati. Arrivavano continuamente bambini allo stremo, sottopeso, quasi morti, eppure non sono mai stato così vivo come in quell’occasione. So bene quanto è importante donarsi agli altri, anche per le esperienze vissute con mia figlia Elettra nel volontariato per i disabili. Quindi ho sperimentato che aiutare chi soffre è la cosa che più dona forza, determinazione, vita, che ti riempie del senso di essere vivo. Anche dal punto di vista genetico è ormai assodato che è nella natura dell’uomo essere solidali. In altre parole, troviamo gioia nel darci da fare e nell’aiutare. In quello stesso album (Diesel, 1977 ndr) cantavo che "Ciò che è giusto è anche naturale" ed ora, a 56 anni, sono felice di aver constatato che è vero». 

Perché viviamo in un mondo così violento ed ingiusto se è nella natura dell’uomo essere solidale? 
«Questa contraddizione ci fa capire quanto è artificiale il mondo nel quale viviamo, dominato dal mercato, tutto orientato al fare più che all’essere. Il nostro modo di vivere è poco naturale e ci condiziona profondamente, allontanandoci dalla nostra vera natura e dalla nostra umanità».
 


 

NON SOLO CANTAUTORE
Eugenio Finardi, nato a Milano il 16/07/1952, è figlio d’arte: la madre era una cantante lirica americana ed il padre un tecnico del suono. A nove anni pubblica già il primo disco con una canzone per bambini intitolata "Palloncino rosso fuoco", mentre due anni dopo partecipa all’incisione di due raccolte di canzoni natalizie e tradizionali americane. Negli anni sessanta con Alberto Camerini fonda il gruppo “Il Pacco” e nel 1975 realizza il suo primo album. Iniziano allora anche le prime tournées a supporto di Fabrizio De Andrè e della PFM, che aprono la strada alla sua lunga carriera, che comprende due partecipazioni al Festival di Sanremo nel 1985 e nel ’99. Oltre che come cantautore, soprattutto recentemente, ha espresso la sua sensibilità umana ed artistica in vari generi, dal blues al fado, alla musica classica e sacra. Da sempre attivo nella difesa dei più deboli, nel 2005 ha descritto, insieme ad altri genitori di figli con Sindrome di Down, la sua toccante esperienza nel libro “Come pinguini nel deserto” Edizioni Del Cerro.                                                 

 


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