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Paolo Ruffini: la qualità in tv secondo il direttore di Rai Tre

la neutralità esiste solo per la lobby dei sepolcri imbiancati

Ven 01 Feb 2008 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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 Quasi tutti la guardano, sempre meno se ne fidano. Secondo una recente indagine dell’Osservatorio di Demos-coop, solo il 30% degli italiani ha fiducia nella televisione, pari alla metà di quelli che ritengono affidabile la radio e meno di quelli che confidano nella credibilità di giornali (38%) ed internet (36%). Ma nel panorama televisivo italiano spicca Rai Tre, che continua ad essere percepita come il canale con i programmi qualitativamente migliori. Abbiamo incontrato Paolo Ruffini che, dal 2002, è il Direttore del terzo canale pubblico. 

È soddisfatto della sua Rai Tre?
«Sì, anche se naturalmente si può sempre migliorare. Rai Tre è una rete quasi unica nel panorama televisivo internazionale, con molte trasmissioni d’utilità sociale ed una grande varietà d’offerta che comprende anche una programmazione d’alta qualità rivolta ai bambini. Senza dimenticare che buona parte dei programmi è prodotta in proprio e che vantiamo un ottimo rapporto tra costi bassi, qualità percepita ed ascolti».

 Cosa pensa dell’etichetta politica che Rai Tre si porta dietro?
«Recenti indagini statistiche, come quelle dell’Osservatorio Makno, affermano che Rai Tre non è percepita come una rete di parte. Con la forza della qualità, i nostri programmi hanno vinto numerosi e prestigiosi premi: per questi risultati sento il dovere di ringraziare tutti i miei collaboratori». 

Com’è il lavoro di direttore di Rete?
«È quello di un organizzatore di gruppi di lavoro molto autonomi tenuti insieme da una linea editoriale, da un progetto condiviso. Sono nel mio ufficio dalle 9 di mattina fino quasi alle 9 di sera, ma credo nel principio della delega». 

Come è composta la sua squadra di lavoro?
«Ci sono persone con formazioni ed idee molto diverse dal punto di vista politico, culturale ed anche religioso, con differenti approcci rispetto ai grandi temi della vita. Ma la cosa che accomuna tutti è il gusto del confronto e la ricerca di uno stile e di una correttezza».

È difficile assicurare la correttezza dell’informazione?
«Nessun giornalista o direttore di rete può pretendere di possedere la verità assoluta. Fortunatamente, non vivendo in un regime, l’attività dei mass-media è sempre criticabile. Anche io stesso non credo di dover necessariamente condividere tutto quello che va in onda sul canale che dirigo. Naturalmente, la responsabilità diretta è del giornalista che seleziona e decide: se sbaglia, deve rettificare, se diffama, deve risponderne».

Qual è stata la sua formazione?
«Sono laureato in legge ed ho compiuto tutti gli studi dai Gesuiti. Da loro ho imparato un metodo che cerco di applicare sempre nella vita e nella professione: la pratica del dubbio come la costante ricerca della verità, e la necessità di rispettare chi ha idee diverse». 

Quali sono le sue origini familiari?
«Siamo cinque fratelli, io sono il primo. I miei genitori sono avvocati e mio padre è stato impegnato per tanti anni in politica (Attilio, fu anche ministro nei governi democristiani degli anni ’70 - ndr). Da loro ho ricevuto una formazione cattolica, ma con un grande senso della laicità».

La formazione cattolica ha influenzato la sua professione?
«Ho sempre creduto che la mia testimonianza di vita come uomo e credente potesse servire agli altri come stimolo e confronto. La verità deve essere sempre proposta e mai imposta, con una grande apertura al dialogo verso chi la pensa diversamente». 

Qual è la cosa più importante nella vita?
«Forse il rispetto, di se stessi e degli altri».

Nella nostra epoca c’è il rispetto dell’identità?
«C’è un grande fraintendimento sulla difesa delle identità. Ad essere rispettata deve essere anzitutto la persona, ma dal singolo si passa necessariamente al rispetto dei popoli e delle culture, con il costante sforzo per la ricerca del confronto e del dialogo. Il patrimonio culturale cristiano ed occidentale non deve essere mai imposto, mentre, quando scivoliamo sul cosiddetto scontro di civiltà, tradiamo proprio noi stessi».

Ritengo che la vera forza derivi dall’esperienza della propria anima e della propria identità.
«È vero, infatti solo le identità, deboli hanno paura del confronto e cercano di prevaricare. Se si è forti nella propria identità si è aperti al dialogo. Nella tradizione cristiana questo vuol dire la parabola del lievito che si mischia con la farina per fermentarla. Allo stesso modo, ognuno di noi e, in termini più generali, la nostra società occidentale devono aprirsi al dialogo, consapevoli della propria forza e non timorosi per la propria debolezza. Naturalmente bisogna avere la maturità di comprendere la complessità e la continua evoluzione del nostro animo e di quello altrui, senza giudicare ed etichettare».

Cosa significa fare televisione di qualità?
«La qualità della televisione è strettamente legata al tema del rispetto. La qualità è un modo, è una relazione. Lo sforzo di chi fa televisione dovrebbe essere quello di rispettare i telespettatori e la loro anima».

È possibile fare una televisione che rispetti l’anima? 
«Non ci potrà mai essere una regola infallibile o un “signor qualità” che decide sui contenuti. C’è bisogno invece di persone responsabili, mature e formate, consapevoli che attraverso il mezzo televisivo si raggiungono milioni di persone che hanno il diritto di essere rispettate. Naturalmente è sempre possibile sbagliare, ma bisogna sforzarsi di garantire il massimo della correttezza e della buona fede». 

Per essere corretti bisogna necessariamente essere neutrali?
«Questo è un argomento centrale. Credo che la correttezza implichi anche una certa parzialità, che è diversa dalla faziosità. Spesso si chiede, anche al servizio pubblico, di non avere un proprio punto di vista, sforzandosi d’essere neutro. Ma la neutralità non esiste, anzi è una brodaglia che rischia di essere talmente tiepida da diventare vomitevole! La gente che guarda Rai Tre sa che, a parte qualche tentativo mal riuscito, può trovare delle proposte con un sapore ed un profilo ben definiti. Questo è un grandissimo valore». 

Ha ancora senso parlare d’identità culturale di un canale televisivo?
«Certamente. Anche se le nuove tecnologie promettono di potersi creare un palinsesto personalizzato, la gente sentirà sempre il bisogno di aggregarsi: oggi lo fa nelle community di Internet oppure addirittura affollando i centri commerciali. Ritengo che un canale televisivo possa offrire un racconto della realtà nel quale riconoscersi e che aiuti a partecipare ad un progetto condiviso».

Crede che il pubblico sia interessato ad una tv intelligente?
«Sì e reputo un’enorme ipocrisia sostenere che si deve fare servizio pubblico senza pensare agli ascolti. Se non hai un pubblico a cui comunicare dei valori, non puoi offrire nessun servizio. Non possiamo isolarci e rimanere rinchiusi in una torre, pensando di aver capito tutto: senza condivisione non sei niente. Questo è lo share. Il verbo “to share”, in inglese, vuol dire “condividere”».

Prima lei ha citato un passo del libro dell’Apocalisse dove si afferma che “Se sei tiepido, cioè né freddo né caldo, Dio ti vomita”. Cosa vuol dire?
«È un principio antropologico fondamentale, perché ognuno deve essere se stesso. Ogni persona deve esprimere con forza la propria unicità, riconoscendo anche la propria parzialità rispetto al tutto. Perché, come diceva Gesù, se non sei niente sei morto, se non ami sei un sepolcro imbiancato». 

Chi sono oggi i sepolcri imbiancati?
«Nell’ambito della comunicazione c’è una folta lobby di sepolcri imbiancati. Ne fanno parte molte persone: sono quelli che teorizzano l’ipocrisia della neutralità, del non essere né caldi né freddi, oppure quelli che sostengono che non hanno importanza gli ascolti; vi appartengono inoltre quelli che affermano che esiste un solo modo di fare una buona televisione, con qualcuno, chiunque esso sia, che deve stabilire cosa è giusto e cosa non lo è». 

Le moderne tecnologie di comunicazione possono aiutarci a creare un mondo migliore?
«La grande evoluzione delle reti comunicative è sicuramente un’opportunità importante, ma attenti alla tentazione della dittatura telematica che omologa tutto e tutti: dove finirebbe il rispetto della persona? Gesù Cristo, il più grande comunicatore di tutti i tempi, non è mica venuto nel mondo con gli effetti speciali e la mondovisione! Gesù ha rifiutato qualsiasi tentazione autoritaria per imporre il suo messaggio d’Amore: infatti, chi ama veramente può solo proporre con rispetto, senza sostituirsi agli altri». 

Come vede il futuro per questa Rai immersa negli scandali?
«Come ha giustamente detto il presidente Petruccioli, la Rai è un’azienda che è stata oltraggiata al di là degli sbagli che i singoli dipendenti possono aver commesso. Credo che la Rai, in questo momento così difficile, debba ritrovare il senso del servizio pubblico, un sano rapporto con la politica e la forza di un riscatto, perché comunque è un’azienda sana, composta di persone perbene che amano il proprio lavoro».

Che ruolo avrà Ruffini nella rinascita di questa grande Azienda culturale?
«Non faccio programmi per il futuro, anche perché sono molto contento di dirigere Rai Tre. Soprattutto ritengo che non conti il ruolo che si ricopre, quanto l’impegno quotidiano per essere veri, tutelando la dignità e l’identità personale».


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