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Franco di Mare miglior giornalista televisivo dell’anno. la testimonianza di un inviato di guerra che cerca la verità nella carità

Dom 01 Lug 2007 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Un grande giornalista, una persona credibile ed un volto ormai familiare: prima come testimone diretto dei vari conflitti che infiammano il mondo, poi come conduttore di popolari trasmissioni giornalistiche in diretta. Vale proprio la pena di conoscere meglio Franco di Mare. Ho cominciato a fare il giornalista nel 1980 a Napoli, la mia città natale. Poi, trasferitomi a Roma, ho intrapreso la mia carriera in Rai. Alla fine degli anni ’80 iniziai a fare l’inviato di guerra, spinto anche dal mio concetto romantico di giornalismo, frutto dell’influsso dei tanti libri, soprattutto di Hemingway, letti fin da piccolo insieme a mio padre. Negli ultimi anni è arrivata l’esperienza tutta nuova e stimolante della conduzione televisiva?. 


La gente riconosce in te una persona autentica e seria. è difficile esprimere e conservare queste qualità nell’ambiente in cui vivi?
Mantenere la propria autenticità e trasmetterla nell’ambiente di lavoro è davvero un’impresa ardua, dato che ormai regna la finzione. Spesso sono frainteso, perché molte persone, anche conoscendomi, mi chiedono se veramente dico quello che penso. Ormai è talmente spiazzante avere di fronte qualcuno sincero, che molti vengono messi in crisi. Naturalmente, dire sempre e solo la verità è una prerogativa dei bambini e dei vecchi saggi, ma bisogna sforzarsi di essere in un atteggiamento di autenticità di spirito, considerandolo come un dovere anzitutto verso se stessi. Essere coerenti fa nascere contrasti intorno e ti fa sembrare un personaggio un po’ naif, etichettato come passionale, idealista o ingenuo. Le cose cambiano quando gradualmente emerge l’identità di una persona forte, sicura, che sa quello che vuole; insomma la figura di un individuo che sappia affrontare le cose con serenità, cercando di ridimensionare i conflitti. Quando come me si è vissuto in mezzo a scontri veri e tremendamente tragici, allora si riesce a dare il giusto peso ai ridicoli, quotidiani duelli che avvengono ad esempio in uno studio televisivo. Sembra assurdo, ma a volte si scatenano degli scontri anche aspri per qualche secondo in più di diretta o per una inquadratura della telecamera. Quando cedo il posto su un palco o davanti ad una telecamera, non lo faccio per evitare un conflitto, ma perché veramente per me si tratta di cose secondarie. D’altronde credo che il telespettatore da casa percepisca se c’è arroganza e voglia di mettersi in mostra in chi sgomita o urla davanti alle telecamere. Sono convinto che alla lunga, anche in questo campo, essere veri paga».

Com’è il lavoro di un inviato di guerra?
«Il giornalista di un grande network è sempre accompagnato da un telecineoperatore e, spesso, anche da uno specializzato di ripresa. Insieme c’è sempre il personale locale con il quale si stringe una relazione umana aldilà degli impegni lavorativi. Quando si ritorna in un luogo, si sa già a chi rivolgersi e nel tempo si instaura un rapporto di fiducia: mi è spesso capitato di tornare a trovare le mie “guide” nelle loro case. Se si riesce a mettere al primo posto l’aspetto umano, la troupe giornalistica diventa quasi una famiglia e si ottengono dei risultati eticamente e professionalmente validi. Solo così si può essere consapevoli dell’importanza di quello che si fa ed avere la forza di testimoniare e denunciare un avvenimento tragico».

La tua professione ha influenzato la tua vita familiare?
«Naturalmente, anche perché ho viaggiato molto e sono stato spesso lontano da mia moglie Alessandra e da mia figlia Stella, ormai adolescente. Tuttavia mi sono reso conto di quanta preoccupazione vivevano moglie e mia figlia solo quando un giorno, appena tornato dal fronte, guardando insieme il telegiornale, ascoltammo la notizia di un mio collega ucciso. Guardando negli occhi mia moglie e la bambina ho intuito per la prima volta come soffrivano quando io ero in missione. Da quel momento ho deciso di ridurre le mie partenze e comunque di non andare più in prima linea».

Fare l’inviato di guerra, fino a pochi anni fa, era molto diverso.
«Sono stato fortunato a fare questo tipo di giornalismo per tutti gli anni ’90, perché oggi è davvero tutto cambiato. Basti pensare alla rivoluzione tecnologica che ha portato alla diffusione delle esecuzioni e degli attentati in diretta tramite internet o un semplice video telefono. Oggi non c’è più l’idea del giornalista che parte per essere testimone diretto per conto del telespettatore o del lettore di un giornale. In realtà non basta essere in mezzo ai combattimenti per essere un inviato di guerra. Oltre la professionalità è necessaria una grande sensibilità per andare oltre la notizia, partecipando in prima persona alla tragedia di cui sei testimone con la compassione e la pietas cristiana, senza farti però travolgere dalla drammaticità della situazione. In questi venti anni di professione sono cambiato molto e non riesco più ad essere indifferente alle sofferenze degli altri».

È ben nota la tua sensibilità nei confronti della sofferenza dei bambini.
«Non si può rimanere inermi di fronte alla sorte di tanti bambini affamati ed oltraggiati. Ogni volta che mi reco all’estero vado sempre a visitare gli orfanotrofi. Chiaramente non lo faccio per impietosire il telespettatore con delle immagini forti, ma perché ritengo che, osservando quanti bambini ci sono negli orfanotrofi ed il trattamento che gli viene riservato, possiamo comprendere il livello di barbarie e di sofferenza di un Paese. Ad esempio nel 1994, al tempo dello conflitto tra Hutu e Tutsi, sono andato in Ruanda in una zona dove si erano creati degli accampamenti a cielo aperto delle migliaia di profughi sfuggiti ai massacri. C’erano solo qualche tenda e qualche operatore delle Nazioni Unite che a volte distribuivano un po’ di farina e di acqua, facendo scatenare delle risse gigantesche. In quella stessa area c’era una sorta di orfanotrofio all’aperto dove erano raccolti circa 3.500 bambini orfani, i cui genitori erano rimasti uccisi nel genocidio (in pochi mesi circa un milione di morti, ndr). La situazione era disperata, ma nonostante tutto, appena mi avvicinavo, esplodeva la bellezza e la gioia di questi bimbi: mi venivano incontro saltando e cantando, con i loro occhi luminosi, pieni di Vita. Questa è l’unica luce che conta, quella delle energie personali di ogni essere umano creato ad immagine e somiglianza di Dio. Una luce, un’esperienza ed una libertà che nel nostro mondo opulento stiamo smarrendo, insieme alla capacità di aiutare veramente i 30.000 bambini che ogni giorno muoiono di fame. Erano quei bambini moribondi, ma così pieni di Vita, che donavano a me gioia e speranza. Poi, un dolore immenso quando, passate poche ore, molti di loro li trovavo morti, con l’unica dottoressa presente che non aveva neanche un cucchiaino di zucchero che sarebbe bastato per salvarli dalla disidratazione».

Ti sei mai chiesto come possono continuare ad accadere simili tragedie?
«Naturalmente alla base di questo ed altri conflitti ci sono sempre delle motivazioni storiche ed economiche, così come hanno un’importanza fondamentale tutti i condizionamenti culturali e personali accumulati nei secoli. Ma in tutto questo è ben tangibile anche la presenza dell’enorme forza del male. Girando per il mondo ho visto tante volte il diavolo in azione nelle forme più svariate e nelle persone più diverse. Ogni volta che siamo schiavi dei condizionamenti entra la paura, l’inganno ed il diavolo prende il sopravvento. Perché, se non fai pulizia dentro di te, se non stringi una vera e profonda alleanza con Dio e non risolvi i tuoi inganni interiori, il male è sempre in agguato. Può stare nel serialkiller, oppure nel cecchino di guerra che spara ai bambini indifesi, come anche in chi pratica la violenza in nome di una fede religiosa. Ma si manifesta anche in mille altri modi molto meno plateali».

Effettivamente anche nella nostra cosiddetta società avanzata non ce la passiamo così bene...
«Sono convinto che la malattia, dal dilagare della depressione e dei disturbi psichici, all’attuale epidemia di tumori, è frutto di una sofferenza interiore. Nel mondo c’è tanta gente che soffre, qui da noi soprattutto nell’anima ed in gran parte del mondo per la fame anche materiale. Ma è importante uscire dal proprio piccolo guscio per andare incontro ai bisogni degli altri. La Carità, il donare se stessi con Amore è una cosa che funziona veramente. Dando amore piano piano si guarisce dalla propria sofferenza interiore. Non si tratta di fare i buoni o di illudersi di risolvere tutti i problemi del mondo, ma di sperimentare che vivere la Carità ti aiuta a rinascere. Anche se siamo circondati da messaggi che tendono a portarci in tutt’altra direzione, la verità è che uscire da se stessi ed amare gli altri è nella nostra natura e quindi ci aiuta a diventare quello che siamo. Conosco molte persone che, nell’ambito di un percorso di crescita personale, aprendosi alla Carità, hanno cambiato il loro modo di vita e la qualità delle loro relazioni personali. Bisogna però sapere come aiutare: ad esempio, nei Paesi del Terzo Mondo, è chiaro che durante l’emergenza c’è bisogno di portare aiuti immediati, ma ormai dobbiamo comprendere che non è una questione di soldi. Invece di continuare a costruire scuole, pozzi, ospedali, ecc., dobbiamo imparare a rispettare l’identità e le forze delle popolazioni del luogo, sostenendole nell’espressione delle loro potenzialità e nel recupero della loro dignità, uscendo da ogni forma di assistenzialismo».

Dalle tue parole sembra risaltare un profondo senso della Fede.
«Fin da bambino ho frequentato la mia Parrocchia, poi ho avuto un po’ di sbandamento di fronte a tutta la violenza ed alla sofferenza che ho incontrato in giro per il Pianeta. Devo ammettere che essere passato in mezzo a colline intere di cadaveri ed aver assistito a delle brutalità inenarrabili mi ha fatto mettere in discussione la Fede. Oggi, lentamente, con un duro lavoro personale, sto riconquistando il mio rapporto personale con Gesù. La cosa davvero meravigliosa è essere strumenti dell’Amore di Dio per chi ha bisogno di aiuto. Naturalmente questo non ha niente di razionale: se mi mettessi a pensare di fare qualcosa di buono o di essere un mezzo dell’intervento di Dio, combinerei solo un sacco di guai. Per fare esperienza concreta della Carità si deve essere umili ed al di fuori da ogni ragionamento. Per me non è facile riuscirci, però è indescrivibile la gioia che ti dona il sorriso di un bambino sofferente al quale hai offerto un semplice bicchiere d’acqua. Gesù stesso diceva che era come se lo avessimo offerto a Lui».

 

 



CARTA DI IDENTITÀ
Franco Di Mare è nato a Napoli il 28/07/1955. Inviato speciale della Rai prima per il Tg2 e poi (dal 2002) per il Tg1, nella sua car-riera ha seguito tutti i conflitti di guerra degli ultimi quindici anni. Dal 2003 comincia l’avventura di conduttore televisivo del programma “Uno Mattina” fino ad arrivare in questa stagione a presentare “Sabato, Domenica, &” insieme con Sonia Grey. Nel corso della sua carriera, ha ricevuto numerosi premi, tra cui due oscar della televisione per i suoi reportage ed il Premio Europeo per il filmato di guerra. Recentemente è stato premiato con il Premio Margutta come Miglior Giornalista dell'Anno.

 


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