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La RAI ritorni a fare la storia della tv

Da Barbara Scaramucci, ‘depositaria’ della memoria storica della RAI, un richiamo alla necessità di una tv al servizio della persona

Ven 01 Giu 2007 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Avanza sempre più compatto l’esercito dei delusi della televisione e di pari passo aumenta il numero dei nostalgici della “tv di una volta”, quella di appena qualche anno fa! Lo testimonia anche il gran successo delle nostre rubriche sui vecchi cartoni e telefilm, per i quali riceviamo tantissime lettere. Eppure, anche chi guarda sempre meno il piccolo schermo, sceglie spesso la televisione come lo strumento principale per tenersi informato su quello che succede nel mondo. Vale la pena allora chiedersi come si è evoluta l’informazione televisiva in questi anni.

Ne abbiamo parlato con Barbara Scaramucci, esperta giornalista televisiva e Dirigente responsabile di Rai Teche, struttura che, tra l’altro, ha lo scopo di catalogare, conservare e rendere accessibile il patrimonio culturale audiovisivo della Rai.
«Il mio lavoro quotidiano mi permette di fare un confronto continuo tra i programmi radiotelevisivi attuali e quelli passati. Amaramente devo riconoscere che in Italia c’è stato un netto arretramento della qualità della comunicazione e dell’informazione. L’imponente evoluzione tecnologica ha permesso negli ultimi dieci anni un rilevante aumento delle fonti d’informazione a fronte del quale, però, non c’è stata un’adeguata assunzione di responsabilità da parte dei comunicatori. Anzi, è sotto gli occhi di tutti un’evidente e preoccupante abbassamento dell’etica professionale e della correttezza dell’informazione. Oggi, purtroppo, l’utente deve spesso assumersi l’onere di verificare la fonte e l’autenticità di una notizia, incombenza che non dovrebbe assolutamente avere!».

Cos’è cambiato nell’informazione in questi ultimi anni?
«Quello che io rimpiango, soprattutto per la televisione pubblica, è la perdita di regole precise e condivise: fino a qualche anno fa, a fianco di programmi a volte anche palesemente faziosi, i telespettatori potevano fruire di notiziari, più o meno approfonditi, che si sforzavano di offrire un’informazione corretta, completa e chiara, dando la possibilità all’utente di farsi una propria opinione. Purtroppo quest’impegno è andato via via diminuendo ed oggi riscontriamo frequentemente una maggiore correttezza nei notiziari brevi piuttosto che nei telegiornali o quotidiani più famosi e dediti agli approfondimenti. Tutti coloro che fanno comunicazione, giornalisti o meno, dovrebbero riflettere un momento, non per auto-censurarsi ma, al contrario,per riscoprire la bellezza della verità, necessaria per garantire un’informazione seria e corretta».

Si è trasformato anche il modo di lavorare dei giornalisti?
«Confrontando i telegiornali che andavano in onda qualche anno fa, notiamo ad esempio che, a fronte di una durata dei singoli servizi pressoché immutata, è cambiata proprio la natura del lavoro svolto. I servizi riguardanti la cronaca o l’estero erano realizzati da un giornalista ed un operatore che si erano recati sul luogo, avevano visto con i propri occhi, sentito gli odori, percepito gli umori delle persone presenti, realizzando interviste con i protagonisti della vicenda. Oggi, questo tipo di servizio è quasi del tutto scomparso ed anche i corrispondenti dall’estero parlano spesso avendo alle spalle uno sfondo con foto e video d’agenzia. Ci sono poche eccezioni costituite da qualche cronista e soprattutto da alcuni inviati di guerra che vanno nelle zone “calde” del Pianeta».

Cosa pensa dei sempre più frequenti dibattiti televisivi?
«La tendenza giornalistica è quella di ricondurre tutto al dibattito in studio e viviamo nell’epoca del talk-show che sta progressivamente svuotando l’informazione del suo ruolo. Ormai tutto si riduce, soprattutto sui temi politici, a trovarsi seduti davanti alla telecamera sulle poltroncine di diversi colori che riempiono gli studi delle varie trasmissioni televisive. Non faccio differenza tra i singoli conduttori dei vari talk-show, ma è veramente triste osservare questo carosello di persone che fanno incessantemente mostra di sé e del proprio ego, accentuando sempre più una tendenza, iniziata alla fine degli anni Ottanta, a perseguire i propri interessi personali piuttosto che quelli della collettività. È assurdo pensare di continuare a fare programmi che moltiplicano le poltrone degli ospiti ed inquinano lo schermo con argomenti pericolosi e distruttivi. Ad esempio, com’è possibile che nelle settimane scorse, di fronte ad importanti temi economici, politici ed umani che stiamo vivendo, abbiamo dovuto subire su tutti i canali televisivi, ad eccezione di Rai Tre, un chiacchiericcio continuo sul tema di “vallettopoli”?».

Come si è arrivati a questo punto?
«Purtroppo l’involuzione, seppur maggiormente accentuata per la televisione, avviene su tutti i fronti. Anche le maggiori testate quotidiane nazionali tendono sempre più a offrire una visione grottesca della realtà e non si salva quasi più nessuno dalla tentazione di mettere in ogni occasione il famigerato gossip. È inconcepibile! Quando facevo giornalismo in prima persona, si usava ancora il corrispondente termine italiano “pettegolezzo” che aveva la sua naturale e forte connotazione negativa. Una persona pettegola era da evitare, mentre sono esterrefatta al pensiero che oggi i siti ed i giornali che parlano solo di gossip sono considerati addirittura fonti giornalistiche! La colpa maggiore di questa bruttissima situazione è della televisione. Il punto di svolta è stato il passaggio dal monopolio pubblico della Rai al duopolio con Mediaset: oggi, come ieri, ci sarebbe bisogno di concorrenza. Invece, dalla metà degli anni Ottanta, si è passati ad un duopolio voluto, tollerato, mediato ed anche usato dalla politica; la responsabilità grave della Rai è stata quella di non aver saputo mantenere la differenza nell’offerta di un servizio pubblico. Dopo un’iniziale, forte contrapposizione tra Rai e Mediaset, in contemporanea con l’avvento dell’Auditel, è iniziata una rincorsa esclusivamente in chiave pubblicitaria che ha portato ad un danno gravissimo: l’utente televisivo è stato trasformato in cliente-consumatore. Ricordo ad esempio il famoso programma “C’eravamo tanto amati” condotto dal 1989 dal bravo attore Luca Barbareschi nel quale si mettevano coppie di sposi e relativi parenti (più o meno finti) a litigare in diretta. Pensai, purtroppo a ragione, che fosse l’inizio di una tragedia; da quel momento c’è stato un inarrestabile peggioramento».

Fino ad arrivare ai reality-show…
«È sotto gli occhi di tutti che, soprattutto alcuni reality, sono l’esempio più eclatante dell’attuale deriva della televisione. Onestamente rimango stupita nel sentire alcuni tra i migliori critici televisivi giustificare questo tipo di programmi sostenendo che si tratta dell’unica vera novità e di un nuovo tipo di linguaggio. Naturalmente tutto va analizzato vedendone le mille sfaccettature, ma è necessario anche assumersi la responsabilità di dare un giudizio di merito. La cosa più grave è proprio questo senso di rassegnazione verso il negativo e la mancanza di valori, travolti da un’ineluttabile onda nera che distrugge l’anima delle persone. Questo è il vero male dei nostri tempi, un’enorme debolezza alla quale spero possano far fronte le nuove generazioni. È indispensabile che ci sia quanto prima un risveglio delle coscienze; se servono a questo scopo, ben vengano addirittura anche gli scossoni delle crisi economiche».

I mass-media possono avere un ruolo in questa auspicata e necessaria rinascita sociale?
“Certamente. Dobbiamo essere coscienti che è indispensabile risalire la china, anche attraverso una televisione migliore e più rispettosa: non c’è bisogno di invocare un ritorno al passato perché è possibile fare programmi di qualità e ne abbiamo già degli esempi. Credo che agli operatori della comunicazione potrebbe servire conoscere la storia del nostro Paese in questo settore. Naturalmente io, come Dirigente responsabile di Rai Teche, sono avvantaggiata perché da anni questa è la mia attività quotidiana, ma il frutto del nostro lavoro è un servizio rivolto a tutti coloro, soprattutto i giovani studenti universitari, che vogliono imparare dal confronto storico. Ad esempio, credo varrebbe la pena ricordarsi delle polemiche sdegnate che scoppiarono in Italia quando arrivarono le soap-opera americane: erano perplessità sacrosante, ma ci rendiamo conto che negli anni successivi noi stessi siamo riusciti a fare molto peggio? C’è davvero bisogno di una diversa consapevolezza, di un nuovo movimento culturale ed anche di pensare a nuovi percorsi d’accesso alla professione giornalistica. Credo che sia l’ultima ed unica speranza che abbiamo per uscire fuori da una situazione davvero drammatica ed alla quale dovrebbe corrispondere un impegno energico soprattutto della Rai».

Cosa pensa della rappresentazione della sessualità in tv?
«Dietro ad una caduta della qualità dei programmi c’è sempre una scarsa professionalità. Copiare un format è più facile e redditizio che inventarne uno nuovo, così come usare il corpo di una bella ragazza per attrarre l’attenzione è più facile che approfondire un ragionamento. La mia generazione, giovane ed attiva nei turbolenti e contraddittori anni ’70, ha fatto grandi battaglie sociali, anche per ottenere una maggiore tutela ed emancipazione delle donne. Oggi queste ultime dovrebbero impegnarsi anzitutto per far fronte all’evidente perdita di valori individuali e collettivi. Strettamente collegato a questo decadimento è la qualità del messaggio televisivo riguardante la femminilità: non possono certo bastare qualche reportage o intervista ad una donna culturalmente impegnata per compensare l’enorme quantità d’immagini televisive che ogni giorno la rappresentano peggio di mezzo secolo fa. Sono indignata perché oggi la donna è completamente mercificata e provo ancora più disgusto vedendo che la tendenza è a livellarsi verso il basso, facendo altrettanto con il sesso maschile. Smettiamola poi di nasconderci dietro la presunta libertà di scelta che offrirebbe il telecomando: la verità è che la televisione ha ormai raggiunto un tale potere di penetrazione nelle nostre case e di condizionamento delle persone che la libertà è solo illusoria».

È presumibile che si attirerà molte critiche parlando così chiaramente…
«Bisogna sempre dire la verità: è la cosa più rivoluzionaria. Può sembrare dura o far soffrire, ma è un’esigenza naturale dell’uomo. Nostro Signore Gesù disse: “La Verità vi renderà liberi”; al di là della fede, la Verità dona la libertà a tutti, anche se non c’è dubbio che guardare alla trascendenza fa capire il valore della verità. Purtroppo sempre meno persone hanno il coraggio di voler conoscere se stessi in profondità e di conseguenza non riescono ad instaurare relazioni mature con gli altri. Proprio oggi che viviamo nel chiasso assordante di un’apparente socializzazione soffriamo, come mai in passato, per l’incapacità di comunicare veramente».

Possiamo rimanere indifferenti di fronte al disorientamento crescente della gente ed a tutta la sofferenza che ne deriva?
«Bisogna riconoscere che la situazione è davvero critica e ne è una testimonianza concreta la grande diffusione della depressione, una vera piaga sociale, sintomo di una grande sofferenza dell’anima. Certamente non dobbiamo arrenderci, ma c’è bisogno di persone formate che, avendo recuperato la propria forza, possano aiutare altri a fare altrettanto, promuovendo una proposta culturale nuova e rispettosa della Persona. Probabilmente, fuori del nostro mondo industrializzato e cosiddetto evoluto, oggi è più facile intraprendere con successo quest’attività missionaria per aiutare le persone a ritrovare la propria identità. In altre Nazioni e culture lontane dalla nostra, la gente, anche tra mille disagi materiali, ha ancora una trasparenza ed una purezza d’animo che consente di seminare un messaggio di speranza e solidarietà. Impegniamoci affinché anche tra noi, soprattutto i giovani, possano sperimentare una nuova cultura che li aiuti ad uscire dall’isolamento e dalla falsità».



CHI E’?
Barbara La Porta Scaramucci Direttrice Rai Teche.
Prima donna a ricoprire l’incarico di direttore giornalistico alla Rai. Ha iniziato la professione giornalistica nelle redazioni de "Il Globo" e "Avvenire". In Rai dal 1983, dopo vari incarichi, nel 1994, ha diretto la Testata Giornalistica Regionale. Dal 1996 dirige la struttura Teche della Rai che ha realizzato il primo sistema in Europa di catalogazione multimediale dell'audiovisivo, oggi consultabile dal pubblico anche on-line. È coautore del volume “Mamma Rai” per i quaderni di storia della Le Monnier. Con Peppino Ortoleva ha curato “L’enciclopedia della radio”, edizioni Garzanti 2003. Per le Edizioni ERI ha pubblicato con Claudio Ferretti “Ricorderai” nel 2004, “La vita è tutta un quiz” nel 2005 e da poco, insieme a Guido Del Pino, il manuale “Come si documenta la Tv”. A luglio curerà, per il Festival della Fiction di Roma, la retrospettiva dedicata agli sceneggiati Rai alla Casa del Cinema.


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