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Lando Fiorini rinato nell’amore

Canzone, cabaret, stornello. Se parli di romanità è obbligatorio citare una leggenda vivente. Luminosa!

Dom 01 Apr 2007 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
Foto di 7

L’appuntamento è al PUFF, da sempre quartier generale di Lando Fiorini. Passeggiare sotto il sole tra le antiche vie di Trastevere è già un toccasana, ma farsi rischiarare dalla luce che esce dai suoi occhi mentre ti racconta la storia della sua vita è un’esperienza davvero illuminante.
«Sono nato in una famiglia molto povera, ultimo di otto fratelli. Ancora piccolo mi alzavo alle tre di notte per andare a lavorare ai Mercati Generali di Roma: ero contento, cantavo, ridevo e, nonostante la vita fosse veramente dura, avevo la gioia dentro. Il mio impegno principale è stato quello di non dipendere da nessuno, senza mai permettere che gli altri o il denaro influenzassero le mie scelte. Ho puntato sempre e solo sulle mie forze, a cominciare da quando, giovinetto che soffriva la fame, ho affrontato mio padre ed i miei fratelli maggiori che osteggiavano e deridevano il mio desiderio di diventare cantante. Sono dovuto andare contro corrente anche quando, coprendomi di debiti, decisi di aprire il mio storico locale Il Puff, di cui nel 2008 festeggeremo i 40 anni d’attività. Il mio rammarico più grande è quello di non aver mai potuto recitare di fronte a mia madre che persi all’età di tredici anni e dalla quale, per sfuggire alla fame, rimasi separato per quattro anni, vivendo in affido da una famiglia modenese. Nonostante tutto, sono sempre stato gioioso, felice di mettermi in gioco, di esprimermi, di provare a vivere veramente, insomma di essere un uomo, una persona. Ho commesso i miei errori, ho amato tanto, anche Roma la mia città, ma posso dire di essere stato sempre fedele a me stesso, ai miei figli ed a mia moglie, alla quale voglio ancora molto bene e che è la stessa fidanzatina alla quale per regalo portavo la mela più bella che prendevo di notte ai mercati dove facevo il facchino».  


Cosa ha significato per te e per la città di Roma Il Puff?

«Questa è la mia casa, lo spazio dove posso esprimermi e godere, oggi più di prima, della gioia che suscito nel pubblico che ogni sera viene numeroso. Ho sempre avuto attenzione e rispetto verso i giovani artisti che vengono qua da me a proporsi: mi basta fargli un colloquio, li guardo negli occhi senza fare mai provini, ricordandomi che quando ero giovane non ne superavo nemmeno uno. Moltissimi degli attuali protagonisti dello spettacolo hanno cominciato a lavorare qui al PUFF, da Montesano a Banfi, a Leo Gullotta e tanti altri, compreso Antonello Venditti che hai intervistato nel numero di febbraio di questa rivista. Con lui condividiamo molte cose, anche la passione per la squadra di calcio della Roma, e devo ammettere che il suo inno è più bello del mio, una canzone molto semplice che composi nell’anno dell’ultimo scudetto della Roma. La cosa più importante è che Antonello, come lui stesso ha dichiarato nella tua intervista, abbia incontrato Gesù. Questo è il punto centrale, per tutti ed anche per me». 

Ci alziamo e, pieno d’emozione, mi accompagna nella stanza privata attigua al suo studio, dove, tra foto, premi e ricordi della sua straordinaria carriera, campeggia un’imponente statua di Padre Pio. È veramente bello ascoltare la sua vicenda umana che testimonia ancora una volta che, affrontando la morte, si può arrivare alla resurrezione. 
«La mia esistenza cambiò quattro anni fa, quando mi dissero che avrei dovuto fare un piccolo e veloce intervento chirurgico al colon. Quello che doveva risolversi nell’arco di una settimana, si tramutò in una lunga e dolorosa odissea durata un anno, con tre operazioni all’addome subite in quindici giorni. All’improvviso, dalle prove per un nuovo spettacolo, in pochi giorni mi trovai su un letto in punto di morte. Inizialmente fui assalito da visioni mostruose, che poi si diradarono quando mi apparve il volto di mia madre, con la quale nel cuore non avevo mai perso il contatto. Quello, che fu l’inizio della rinascita che Dio mi ha donato, resterà un ricordo indelebile. In sala di rianimazione dopo il terzo e disperato intervento sentii che potevo e dovevo farcela; fu allora che tirai fuori una grinta ed una forza indescrivibili che mi hanno accompagnato nei lunghi mesi della convalescenza. Tre anni fa decisi di rimettermi in gioco, ma volevo farlo per bene, senza mezze misure. Ancora oggi mi stupisco che tutti mi dicono che recito e canto meglio di prima!». 

Quanto è importante la preghiera nella tua vita?

«Moltissimo, anche se a volte mi sembra di sentirmi un po’ vigliacco a pregare di più dopo quello che mi è successo. Ho sempre cercato un rapporto con Dio, ma quest’esperienza mi ha cambiato, facendomi tra l’altro sentire più forte l’esigenza della preghiera: non solo la sera prima di addormentarmi, ma in ogni momento della giornata, anche nel mio camerino prima di fare il monologo finale durante lo spettacolo o nella mia casa in campagna, dove ho fatto costruire e consacrare una cappella privata. Ormai ho la certezza che senza la Fede non si può far nulla e sono molto contento quando vengono fuori delle testimonianze cristiane vere e profonde, come quella di Antonello Venditti nella tua intervista del mese scorso. Vedere faccia a faccia la morte mi ha aiutato a fare un resoconto della mia vita, durante la quale, come per tutti, ci sono state anche mancanze e debolezze. Solo che, mentre siamo impegnati in mille cose, tendiamo a giustificarci e ad aggiustarci le cose come più ci fanno comodo. L’importante è che ora siamo qui, “più forti e più gagliardi di prima”, come diceva Petrolini».  

Com’è cambiata la tua esistenza dopo questo profondo incontro con te stesso e con Dio?

«Oggi dò un valore maggiore a tutto quello che mi circonda, anche al fiore che è sbocciato su quel davanzale. Ogni giorno vado sul palcoscenico e mi contagia l’entusiasmo del pubblico, sento di volergli bene. Ho capito che bisogna impegnarsi molto ed essere disposti ad affrontare la sofferenza per imparare a dare il giusto valore alle cose. In questo ritorno alla vita ho ricevuto tanto amore da mia moglie e, cosa ancora più impressionante per me, dai miei due figli, Carola e Francesco. È incredibile quanto è facile vivere i rapporti familiari in modo superficiale: il lavoro, la casa, mangiare, bere ed anche brindare, senza rendersi conto veramente delle persone che ti sono attorno. Invece i miei figli mi hanno sconvolto: non solo mi hanno sostenuto ed accudito in modo straordinario durante tutta la degenza e la riabilitazione, ma hanno anche organizzato uno spettacolo per mantenere in vita il mio Puff e conservare il lavoro a tutte le 40 persone che ci lavorano ed alle quali sono molto affezionato. In ogni caso, più di ogni altra cosa quello che oggi mi riempie il cuore è la consapevolezza che tutto e tutti siamo immersi in qualcosa di straordinario, in una forza immensa che non è nostra, va al di là di noi ma grazie alla quale noi possiamo respirare e vivere».  

Cos’è questa forza?
«Probabilmente non sono capace di rispondere a questa domanda senza apparire smielato e banale. Io so che ci sono le forze bellissime ed uniche d’ogni persona inserite in una forza immensamente più grande che sorregge ed anima tutto l’universo, a cominciare dalla nostra anima: questo è l’Amore. Nella mia vicenda personale quest’Amore si è materializzato attraverso i miei familiari, i conoscenti e tutte le centinaia di sconosciuti che mi hanno contattato ed incoraggiato. Più in generale, significa avere a cuore la sorte delle persone più deboli o in difficoltà, intervenendo concretamente in aiuto di chi ne ha bisogno. In silenzio, senza grandi proclami, anche con fatica, io cerco di farlo tutti i giorni, stando attento a non cadere nell’inganno del buonismo. Non si può rimanere indifferenti davanti a tanta sofferenza che c’è nel mondo, soprattutto dei bambini, quelli qui da noi e le migliaia che ogni giorno muoiono di fame! Il centro è l’Amore, che parte da Dio, arriva a me stesso e va verso gli altri. È una cosa meravigliosa, molto più grande di quello che possiamo provare per le persone, per il lavoro o per qualsiasi cosa. L’Amore è la nostra risorsa più grande. Ognuno vive dei momenti difficili, ma, proprio quando sembra che non ci sia via d’uscita, dobbiamo credere che c’è la possibilità di rinascere, lottando con tutte le nostre forze, agganciati all’Amore di Dio. Anche di fronte ad una malattia grave, niente paura! La medicina può aiutarci, ma l’Amore che guarisce. Pensa che dopo quello che mi è successo, sono tre anni che faccio tutte le sere il mio spettacolo senza prendere neanche una pasticca! Davvero sono rinato a nuova vita, nel corpo e soprattutto nello spirito».  


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