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Il Re dei divulgatori

Dopo 25 anni di Superquark, Piero Angela parla della tv, del valore politico dell’informazione, della Rai e le sue contraddizioni...

Mar 01 Ago 2006 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Giornalista famoso in tutto il mondo, Piero Angela è un uomo che evoca serietà ed infonde sicurezza. In queste settimane, per il venticinquesimo anno consecutivo, sta proponendo su Rai Uno la nuova serie dei suoi programmi d’approfondimento scientifico. La sua attività inizia negli anni Cinquanta, essendo uno dei pionieri dei primi telegiornali Rai. Nel frattempo ha pubblicato 30 libri, ricevuto 8 lauree honoris causa e ... ha trovato anche il tempo di onorarci con quest’intervista nella sua casa di Roma.

«Tutta la mia vita è stata dedicata al giornalismo ed ho sempre sentito dentro di me l’impegno di usare nel modo migliore uno strumento importante come la televisione per informare la gente. Ho continuamente cercato di realizzare dei prodotti, che non fossero riservati ad una piccola elite, perché sono sicuro che il pubblico si aspetta di vedere programmi culturali accessibili a tutti».

Per raggiungere quest’obiettivo diventa decisivo il linguaggio televisivo utilizzato.
«Certamente, tanto più che oggi siamo in una società molto specializzata. Per esempio: come parlare di fisica ad un avvocato, di genetica ad una casalinga o di arte ad un commercialista? Ognuno ha bisogno di essere aiutato a decifrare quelle nozioni che, mano a mano, diventano patrimonio culturale della nostra collettività. Questo ha anche un grande valore politico, perché i cittadini devono essere preparati ad accettare scelte dure ed impopolari della classe politica».

Ci può spiegare meglio il rapporto tra l’informazione, la cultura e la politica?
«Ognuno di noi è in parte consapevole dell’importanza di investire per il domani: ad esempio in ogni famiglia ci s’impegna per l’educazione scolastica dei propri figli per garantirgli un futuro migliore. Ma la classe politica tende ad accontentare i bisogni più immediati e spiccioli dei propri elettori, spesso senza interessarsi di problematiche di più ampio respiro».

Sta affermando che dobbiamo essere più attenti a non volere tutto e subito e a non accontentarci di avere qualche piccolo aumento di stipendio o di un po’ di tasse in meno?
«Esattamente. L’informazione in questo senso può giocare un ruolo importante, perché potrebbe aiutare a capire che le problematiche di lungo periodo interessano tutti. Oggi noi stiamo vivendo molti problemi che dipendono dall’imprevidenza del passato e purtroppo stiamo preparando molte crisi che dovremo affrontare in futuro. È indispensabile che una parte degli investimenti, non solo economici, sia indirizzata ad affrontare in modo maturo questioni non più rimandabili».

Che ruolo ha in tutto questo la televisione?
«Molto grande, soprattutto quella pubblica. Però la Rai ha molte difficoltà a svolgere il suo ruolo istituzionale di servizio pubblico radiotelevisivo, dato che metà delle risorse economiche che impiega proviene dalla pubblicità. Questa è una grande contraddizione che il sistema politico deve assolutamente risolvere: se la televisione di Stato deve ricorrere alla pubblicità e rincorrere l’audience, è chiaro che non c’è molta possibilità di fare programmi di qualità».

Sarebbe bello se la televisione fosse usata al servizio delle persone e non come strumento di marketing in mano ai pubblicitari.
«Ma questo è possibile. Se analizziamo ad esempio la BBC, la televisione pubblica inglese, ci accorgiamo che non trasmette pubblicità ed è finanziata con un canone che è circa il triplo di quello che paghiamo in Italia. Naturalmente è indispensabile che le risorse siano utilizzate bene, ma dobbiamo partire dalle basi: la pubblicità è incompatibile con una televisione pubblica».

Credo che un vero servizio pubblico dovrebbe offrire formazione oltre che informazione. Sogno una televisione che aiuti ognuno, fin da piccoli, a formare una propria capacità critica, a stimolare la propria creatività, piuttosto che ad omologare individui che accettano passivamente le opinioni dei cosiddetti esperti.
«Sono anch’io dello stesso parere, anche perché il piccolo schermo è uno strumento diffuso capillarmente che potrebbe fare molto in questo senso. Pensi che in tutti questi anni ho avuto svariate testimonianze di persone che hanno fatto scelte di vita, carriera e studio stimolate dal mio lavoro. Ad esempio qualche settimana fa mi ha fermato a Harvard un importante ricercatore in microbiologia che mi ringraziava perché la sua vocazione è nata vedendo le mie trasmissioni».

Questa è un’importante conferma della potenzialità del mezzo televisivo nell’offrire un servizio alla persona, che dovrebbe essere stimolata a crescere in tutti i campi e non solo in quello scientifico.
«Ha ragione, ed è un vero peccato constatare quanto poco si faccia in tv per offrire ad esempio formazione all’arte o alla musica. Proprio per questo motivo nella nostra trasmissione abbiamo introdotto uno spazio di circa un quarto d’ora nel quale ospitiamo piccoli concerti di musica classica e di jazz».

Perdoni la malignità, ma questi esperimenti potrebbero essere visti solo come un tentativo di attrarre un pubblico ancora più vasto.
«Non si può certo affermare che la musica classica faccia audience in un programma televisivo. In realtà, accanto all’esigenza d’introdurre un elemento di novità e di differenziazione nel nostro prodotto, in questa scelta c’è la precisa volontà di offrire una piccola pillola di cultura musicale che è completamente assente nel palinsesto televisivo. È importante gettare dei semi: magari cadranno sul cemento armato, ma dobbiamo dare al pubblico la possibilità di essere raggiunti da uno stimolo positivo».

È molto interessante che un simbolo della divulgazione scientifica come lei dia tanta importanza alla parte cosiddetta  non razionale dell’essere umano.
«Ci sono varie componenti nella personalità di un individuo: io stesso ad esempio amo molto suonare il pianoforte. Ma ci tengo a fare una precisazione. La scienza divide quello che si crede da quello che si sa. Questo permette a persone di culture e tradizioni diverse di confrontarsi usando dei parametri e delle regole universalmente accettate. I problemi nascono quando, nel campo delle scelte personali, come quelle politiche e religiose, alcuni si sentono portatori di verità assolute e vogliono imporle agli altri. La conseguenza di tutto questo è la crescente intolleranza in varie parti del mondo, con un numero sempre maggiore di persone convinte di dover imporre a tutti i costi le proprie credenze agli altri».

È proprio vero, ogni giorno conviviamo con tanta violenza e mancanza di rispetto! In proporzione a quanto non siamo stati rispettati nella nostra unica ed irripetibile identità dalla famiglia, dalla scuola, dalla religione o dalla politica, non possiamo far altro che essere a nostra volta inconsciamente intolleranti. Da qui le innumerevoli violenze, dalle vicende familiari fino ad arrivare ai grandi movimenti di massa che hanno segnato il corso della storia. Oggi c’è davvero bisogno di una nuova cultura che, svelando e sconfiggendo secolari condizionamenti inconsci, ci aiuti ad uscire dalla violenza del non rispetto e ci conduca all’amore per se stessi e per gli altri. Piero Angela in quest’ultimo mezzo secolo ha fatto grandi cose, esprimendo la sua vocazione alla divulgazione scientifica. Allo stesso modo oggi è indispensabile che ognuno, in tutti gli ambiti, esprima fino in fondo la naturale vocazione, presente in ogni persona, ad essere divulgatore di una nuova Cultura della Vita, anche attraverso le nuove potenzialità offerte dai mass media. Si può e si deve andare oltre la dolorosa ed ingannevole contrapposizione tra quello che si crede e quello che si sa. Con la consapevolezza che la paura di non essere rispettati, registrata nel nostro inconscio e confermata dalla realtà che ci circonda, è sempre viva dentro di noi, facendoci costantemente oscillare tra l’intolleranza subìta ed imposta. Così, mentre i rapporti umani diventano sempre più aridi ed interessati, ci sentiamo più sicuri nella terra neutrale ed indiscutibile dei parametri scientifici, sperando di incontrarci nell’obiettività razionale. Eppure chi sperimenta le proprie energie personali nell’Amore, cioè nel rispetto e nello scambio del rispetto, sa comunicare senza imporre, fuori dagli schemi politici, economici e religiosi che ci condizionano l’esistenza. Allora quello che si crede diventa Vita ed illumina quello che si sa. 


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