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Dalla caccia agli ascolti alla caccia alle streghe

A tu per tu con Claudio Donat Cattin, vice direttore di Rai 1: lo scandalo in tv, la moralizzazione dei costumi, la probabile e ancora discussa privatizzazione di Mamma Rai, l’importanza della fiction

Mar 01 Ago 2006 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile

Superquark festeggia un quarto di secolo di successi. Per scoprire i segreti che si nascondono dietro quest’incredibile traguardo e per capire meglio le strategie del primo canale nazionale, abbiamo incontrato Claudio Donat Cattin, vice direttore di Rai Uno.

«Il programma Quark (Superquark dal 1995) di Piero Angela è senza dubbio uno degli esempi migliori di servizio pubblico della televisione. Al di là dell’indiscussa bravura e preparazione nella sua opera di divulgazione scientifica, Piero Angela, con la Rai, ha saputo costruire nel tempo una squadra molto affiatata, direi una bottega professionale, dalla quale sono uscite persone capaci di offrire il meglio nel campo dell’informazione scientifica e tecnologica. Ci sono stati molti tentativi d’imitazione, ma i dati d’ascolto ci dicono non solo che il gradimento del pubblico è sempre molto alto, ma che buona parte di esso segue tutto il programma fino alla fine».

Qual è stato il suo specifico contributo a questo successo?
«Lavorando al fianco di Piero Angela c’è molto da imparare. Lui è sempre stato un grande giornalista, ma nel tempo è diventato anche un personaggio molto carismatico. Io sono arrivato ad essere capo struttura e responsabile del programma 11 anni fa, in coincidenza con l’approdo in prima serata di Superquark. Il mio impegno è stato quello di aver dato continuità a questo progetto e di averne rafforzato la presenza attraverso numerosi speciali che hanno fatto conoscere ai telespettatori anche molti grandi personaggi storici».

Cosa significa offrire un servizio pubblico attraverso la televisione?
«È obiettivamente difficile conciliare le esigenze dello spettacolo con la doverosa attenzione alle problematiche sociali. A livello politico si sta ancora discutendo se la Rai dovrà essere almeno in parte privatizzata oppure se è meglio puntare su una diversa distribuzione delle risorse economiche provenienti dal canone e dalla pubblicità. Non c’è dubbio che la televisione pubblica debba fare uno sforzo maggiore per approfondire le problematiche che riguardano la vita della gente; in particolare Rai Uno si rivolge ad un pubblico di massa e deve offrire programmi sia d’intrattenimento sia di approfondimento. Sappiamo che la gente guarda la televisione anche per concedersi dei momenti di relax, ma questo non significa che le persone vogliono rimbambirsi davanti alla tv».

Potrebbe parlarci del programma Porta a Porta di cui lei è direttamente responsabile?
«Oltre che Superquark, io seguo le rubriche religiose, Linea Blu, diversi eventi speciali ed anche il programma di Bruno Vespa, che, nell’arco di dieci anni, ha trasformato un certo modo di fare televisione. Porta a Porta ha degli aspetti criticabili che potranno essere migliorati, ma è un prodotto molto valido che, andando in onda in quattro serate, offre molti approfondimenti sul piano politico, culturale e dell’attualità». 

Come sta vivendo questi squallidi scandali che hanno investito la Rai in seguito alle ormai note intercettazioni telefoniche?
«Con assoluto distacco, dato che nessuno dei programmi di cui sono responsabile è stato direttamente coinvolto in questa vicenda. Ritengo che ci sia in atto un’operazione di moralizzazione legata a fattori esterni che sono stati in parte strumentalizzati per fini politici, anche se è evidente che il mondo dello spettacolo è soggetto a molte contaminazioni poco pulite. Naturalmente bisogna essere molto severi nell’intervenire su comportamenti illeciti, ma non bisogna cadere nella caccia alle streghe e nel falso moralismo».

Si è sempre sostenuto che il pubblico di Rai Uno è la famiglia media italiana. È ancora così?
«Ormai la famiglia in Italia è molto cambiata e quindi ci rivolgiamo ad un pubblico sempre più variegato, tenendo conto anche dei grandi mutamenti demografici in atto. Ci sono molti anziani soli che sono grandi fruitori di tv,  nuclei familiari che si riuniscono solo per vedere un certo tipo di fiction, i bambini sono sempre di meno e, di conseguenza, su Rai Uno non offriamo più la Tv dei Ragazzi. Probabilmente in questo momento la grande fiction è il nuovo e migliore strumento che la televisione ha per comunicare al grande pubblico valori storici ed educativi. Noi di Rai Uno, consapevoli di questo, dedichiamo due ed anche tre serate la settimana a questo moderno strumento di comunicazione, anche se ammetto che è difficile riuscire a proporre sempre prodotti di grande qualità».


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