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Io non prego una slot machine

Flavio Insinna, volto ‘buono’ della fiction a tu per tu con il suo io, la fede e l’Amore

Gio 01 Giu 2006 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Incontrare Flavio Insinna è un vero piacere, non solo per la sua disponibilità e simpatia, ma soprattutto per un sorriso ed uno sguardo così profondi e semplici che lo fanno sembrare… trasparente. Di questo si sono accorti i milioni di telespettatori che in questi anni lo hanno seguito ad esempio nella serie televisiva Don Matteo, nel film su Don Bosco oppure nella fiction sulla figura di Don Pappagallo, martire delle Fosse Ardeatine.

«Nel lavoro, pur con le mie nevrosi ed inquietudini, cerco di portare il meglio di quello che ho. Lavorando in gruppo, è molto importante dare il meglio di sé, perché, anche se gli altri non riescono sempre a mettere cose positive, posso far diventare buono il risultato finale. Io ci tengo a crescere come attore, ma alla fine è l’uomo che fa la differenza. I rapporti umani vengono prima di tutto e, quando la mattina vado sul set, mi piace salutare tutti, dal camionista al magazziniere, alla costumista. Anche nella nostra giornata peggiore, senza fingere, bisogna impegnarsi ad esprimere e regalare la parte più bella di noi. Sono consapevole d’essere io stesso il primo a commettere degli errori, ma l’importante è riconoscerlo ed avere la determinazione e l’umiltà di essere ogni giorno migliore di quello precedente».


Il punto da cui partire e ripartire è sempre la Verità, che è la sola che ti rende libero. Essere autentico sempre, lontano da ogni finzione ed apparenza, anche nelle proprie difficoltà.
«Non sempre è facile comprendere, accettare o dire la verità. È indiscutibile che solo la Verità mi rende libero, ma arrivare a questo può essere molto doloroso. La mia piccola sfida personale è quella di riuscire a lavorare nel mondo dello spettacolo senza farmene travolgere, lottando per rimanere me stesso, pronto a dare un aiuto a chi ne ha bisogno. So che è facile montarsi la testa, farsi prendere dal successo, ma quello a cui tengo di più è restare semplice e curare il mio rapporto con Dio».

Come vivi la tua fede cattolica?
«Negli ultimi anni prego continuamente affinché Dio mi faccia comprendere cosa Lui vuole da me. Sono stanco di far primeggiare il mio io anche davanti a Dio, che troppo spesso è visto quasi come una slot machine. Facilmente ci si mette di fronte al Signore per chiedere qualcosa di cui si ha bisogno, quasi dettando modi e tempi secondo le nostre necessità. Con il passare del tempo, ho smesso di pregare per chiedere quello che voglio io; sento che quello che conta è desiderare ciò che è giusto per me, vale a dire la realizzazione della volontà di Dio nella mia esistenza».

Facile a dirsi, ma poi quando arrivano i momenti difficili che non ti aspettavi…
«Naturalmente si fa fatica ad accettare la sofferenza e, in queste circostanze, bisogna fare un gran salto in avanti per riuscire a vedere la positività e l’utilità di un’esperienza dolorosa. Non sempre è facile vedere l’Amore di Dio dentro la sofferenza: la mia vita è come una lunga maratona, un percorso durante il quale imparare piano piano. Da mio padre ho imparato una cosa fondamentale: nella vita non si possono imboccare scorciatoie, bisogna percorrere la propria strada fino in fondo, cercando di aiutare gli altri a trovare la loro giusta via. Senza esaltarsi e senza abbattersi, con continuità ed equilibrio, non lasciandosi abbagliare dalle felicità momentanee che ti brillano davanti, cercando piuttosto la serenità interiore che è il bene più importante e duraturo. La sofferenza più grande viene dall’essere in conflitto con se stessi: ancora oggi soffro profondamente quando il mio lato oscuro e non risolto viene a galla».

Tutti constatiamo che l’insieme delle esperienze di non amore che abbiamo subìto, le ferite che abbiamo accumulato, ogni compromesso al quale abbiamo piegato la nostra anima, hanno formato un pesante fardello di condizionamenti inconsci che c’impediscono di esprimere la nostra potenzialità, la nostra vera identità, per natura portata alla gioia, alla pace ed alla solidarietà. Dal contrasto tra la nostra potenzialità e la nostra condizionata quotidianità nasce il conflitto con noi stessi, che non può essere certo risolto solo con la buona volontà.
«So bene di cosa parli e quello che mi scatena: l’inquietudine, la rabbia inutile mi fanno perdere la pazienza, la lucidità, la calma. Quante volte penso a miei comportamenti assurdi, inspiegabili, di cui viene di vergognarmi. Oppure mi guardo indietro e, improvvisamente, mi rendo conto di quanto tempo ho perso in cose senza senso, di quante occasioni ho sprecato per vivere. Ogni giorno dobbiamo impegnarci per fare della nostra vita un capolavoro, gustando fino in fondo ogni istante».

Non riuscire ad essere come pensiamo che sia giusto o come gli altri ci chiedono ci provoca frustrazioni, sentimenti d’inadeguatezza e tanti sensi di colpa. Dobbiamo smetterla di farci consumare da quest’inganno: l’unica cosa che conta è essere semplicemente quello che siamo! Per non parlare dei macigni che tanti si portano dentro per gli inganni di una spiritualità falsa e bigotta che vuole tutti bravi e buoni, dimenticando che prima di tutto bisogna essere vivi, veri e liberi. Da tutto questo possiamo e dobbiamo liberarci, intraprendendo con coraggio e determinazione un percorso individuale che, liberandoci dai condizionamenti, ci permetta di esprimere le nostre energie personali, partecipando con forza e maturità alla realtà che ci circonda ed ai bisogni di chi soffre.
«Sono d’accordo con te, perché conviviamo spesso con la credenza di non essere adeguati e questo ci sfianca. È davvero indispensabile impegnarsi per arrivare ad avere una maggiore stima di sé e di pari passo nasce l’esigenza di vivere concretamente la solidarietà. Io non parlo mai di quest’aspetto della mia vita, ma ogni giorno che passa sento sempre più forte l’esigenza di uscire da me stesso per andare verso chi è nel bisogno: questo senso della carità me lo hanno trasmesso i miei genitori con il loro esempio quotidiano, senza tante prediche. In particolare, dopo la fiction che ho interpretato sulla vita di Don Bosco, attraverso i religiosi salesiani, ho avuto la possibilità di avvicinarmi al mondo delle adozioni a distanza, che trovo un modo eccellente per aiutare i tantissimi bambini sofferenti nel mondo».
 

Dalle tue parole risalta tra l’altro l’importanza che dai alla famiglia.
«Io non sono ancora sposato, ma credo profondamente che ognuno deve anzitutto far emergere la propria identità ed arrivare alla maturazione di se stesso, per poter poi vivere in pienezza un rapporto di coppia che escluda ogni dipendenza».

L’espressione personale forte e libera inserita in uno scambio di relazione profonda: questa è la vita e solo chi fa concretamente quest’esperienza può costruire un rapporto che sfoci in una vera famiglia. Un’ulteriore conferma che, puntando sull’Amore, non si gioca mai d’azzardo.


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