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Qual è la giusta dose?

Il coniglio più famoso della radio si racconta: la sua formazione, l’ironia, il rispetto delle persone e la gioia di vivere la quotidianeità

Sab 01 Apr 2006 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Vi siete mai svegliati insieme a tanti conigli spiritosi? Tranquilli, non vogliamo farvi viaggiare con “Alice nel Paese delle meraviglie” ma, più semplicemente, darvi la possibilità di conoscere meglio Antonello Dose che, insieme a Marco Presta, ci accompagna da ben 11 anni con la trasmissione radiofonica Il Ruggito del Coniglio (in onda su Radio Due ogni giorno dalle 8 alle 10).

Antonello, anzitutto ti ringrazio perché da tanto tempo tu e Marco, con la vostra simpatia, ci permettete di iniziare le giornate con una buona “dose” di buonumore.

«Grazie, non è per niente scontato riuscire a comunicare sempre con umorismo. Anche noi siamo essere umani, con le nostre giornate storte e con i giorni che romperei la sveglia che suona alle 5.45».

A voi riesce molto bene esprimere ironia ed umorismo rispettando le persone, una cosa che, soprattutto di questi tempi, sembra molto difficile.
«Noi ci proviamo sempre ad essere rispettosi durante la nostra trasmissione radiofonica, anche perché il tema del rispetto è sempre stato per me molto importante. Io provengo da una famiglia molto cattolica, di rigida tradizione religiosa friulana, con mio padre orfano allevato in un seminario. Dunque il rispetto assoluto per l’essere umano è sempre stato al primo posto».

Come ti ha influenzato il retroterra familiare, religioso e culturale di provenienza?
«Crescendo sono divenuto molto critico verso le mie radici, diventando in pratica un apostata abbracciando la filosofia buddista. In questo ambito ho approfondito il tema del rispetto, ed ho capito quanto sia difficile oggi per l’essere umano vivere rispettando l’altro. Soprattutto noi occidentali tendiamo a ragionare per categorie, a ricondurre tutta la realtà a degli schemi precostituiti; naturalmente facciamo questo credendo di capire meglio il mondo, ma con la nostra mania di suddividere tutto secondo delle contrapposizioni come bello/brutto, buon/cattivo ecc., ci facciamo solo del male e non comprendiamo mai veramente la realtà che ci circonda».

Per esperienza personale so che ogni volta che cadiamo nell’inganno di rinchiudere la vita dentro uno dei tanti schemi che ci hanno inculcato fin da bambini, diventiamo estremamente falsi e violenti, con noi stessi e con gli altri.
«Sono d’accordo, e ti dirò di più: per me è stato molto lungo e faticoso svincolarmi da questi schematismi, ma credo che mi sento davvero più libero solo da quando non giudico più gli altri. Anche perché di riflesso non sento più il peso del giudizio degli altri su di me. Infatti, aldilà di quello che potrebbe sembrare, io sono sempre stato una persona molto timida, piena di complessi. Per tanti anni ho profondamente sofferto per il concetto di peccato che mi era stato trasmesso, con i conseguenti sensi di colpa che mi hanno rovinato gli anni più belli della mia vita. Ora invece a 43 anni mi sento più libero, più capace di esprimermi e di accettare gli altri».

Sono davvero contento per queste tue conquiste, anche se purtroppo intorno a noi non mi sembra che ci sia molta gente libera e rispettosa…
«Oggigiorno il senso del rispetto ed il non giudicare gli altri sono cose molto rare; ormai sembra che tutti siano presi da una sorta di “sindrome da tifoseria calcistica”. Trovo ad esempio assurdo che si affronti la politica con questa logica delle bandiere contrapposte, ma ritengo insensati anche tutti gli atteggiamenti razziali; oppure mi vengono i brividi quando sento alcuni miei conterranei del Nord parlare di certe categorie di persone “differenti”. Eppure molti problemi potrebbero essere risolti vivendo con un po’ di cuore».

Per arrivare ad avere la consapevolezza di queste conquiste sicuramente tu hai dovuto affrontare il tuo disagio interiore e tutta la sofferenza che ti provocava. Purtroppo la maggior parte degli esseri umani sopravvive schiava di forti condizionamenti più o meno inconsci dai quali ha una gran paura di uscire.
«Io mi considero molto fortunato sotto questo aspetto, perché ho avuto molti maestri che mi hanno fatto capire tante cose. Già appena maggiorenne, agli inizi del mio apprendistato come attore alla scuola dell’Antropologia Teatrale, ho incontrato maestri come Eugenio Barba e Jerzy Grotowski, veri e propri filosofi dello spettacolo. Grazie a loro ho potuto avvicinarmi al tema dei condizionamenti umani, comprendendo che tutto quello che ognuno di noi fa e/o dice non esprime la nostra vera natura, ma è quasi sempre frutto di una reazione a delle soffocanti strutture che ci sono state insegnate. L’altra mia grande paradossale fortuna è stata quella di fare il lavoro di attore, perché, soprattutto all’inizio, sono stato costretto a vedere e ad affrontare il mio disagio personale. Ad esempio, le prime volte che sono apparso in televisione mi sentivo talmente male che pensavo di morire. Poi sono arrivate le esperienze radiofoniche, molto utili per me e sicuramente più rilassanti, dato che l’aspetto fisico, a partire dal semplice diventare rosso in viso, non è determinante. Ora che, con il passare degli anni, mi rendo sempre più conto dell’immensa bellezza che c’è in ognuno di noi, sto diventando consapevole che anch’io sono bello pur con tutti i problemi che mi ritrovo, e posso dire di sentirmi davvero meglio».

È proprio vero che la nostra liberazione passa dall’essere consapevoli della grandezza della creazione che Dio ha compiuto in ognuno di noi. Ma nella sofferenza noi possiamo trovare la determinazione per lottare e tornare di nuovo ad essere quello che siamo, figli dell’Amore di Dio, pieni di dignità e solidarietà.
«Nel tempo e con l’approfondimento della filosofia buddista io mi sono un po’ allontanato dalla visione cristiana che traspare dalle tue considerazioni. Ho avuto molti problemi per la mia educazione di rigida famiglia credente che mi ha sempre insegnato ad essere un buono, uno che porge sempre l’altra guancia, un bravo cittadino ecc. Poi però, incontrando il buddismo, ho conosciuto il concetto di compassione ed ho capito che se mi limito ad essere buono senza essere poi concreto, allora mi sto ingannando. Non posso limitarmi a provare pietà per una persona sofferente, ma devo mettermi in moto per portargli gioia. La mia rivoluzione personale sta proprio nell’impegnarmi ad essere compassionevole anzitutto con me stesso, in modo da vivere la gioia delle piccole cose quotidiane, del fatto stesso di esistere».

Apprezzo molto questo tuo invito ad essere concreti nella solidarietà. Inoltre nelle tue parole percepisco tutto l’inganno e la violenza che anch’io e tanti altri abbiamo subito a causa dell’imposizione di un certo tipo di falsa spiritualità cristiana, che induce tante persone a condurre un’esistenza imprigionata nel rispetto di sterili formalismi, senza mai uscire da un’autolesionistica passività. Eppure Gesù ci ha testimoniato che l’unica cosa che conta è amare concretamente e con rispetto se stessi e gli altri; ma essendo forti e veri, non certo bravi e buoni. L’incontro con Cristo è per la vita e per la gioia, contro ogni debolezza e schematismo. Purtroppo però viene spesso vissuto e trasmesso in modo falso e soffocante, lasciando profonde ferite che richiedono un grande impegno per essere sanate. Non possiamo più permetterci, anche inconsciamente, di vivere staccati da Dio, dalla nostra anima e dalle nostre energie personali, illudendoci di stare bene e di creare una società sana.
«Io so che è indispensabile avere il coraggio di vivere una fede profonda e sincera. Solo così ogni ostacolo, ogni difficoltà può essere affrontata non come una sfortuna ma come un’occasione per crescere e migliorarsi».

Ecco allora che alla fine dell’intervista forse riesco un po’ meglio anche a dare una personale interpretazione al titolo del programma radiofonico “Il ruggito del Coniglio” di Antonello Dose e Marco Presta. Di fronte alle difficoltà della vita, d’istinto ci sentiamo tutti un po’ titubanti e senza coraggio, siamo tutti un po’ conigli. Ma non abbiamo scelta, è indispensabile trovare la forza per reagire, per ruggire di fronte agli inganni, uscendo dalle gabbie dei condizionamenti che soffocano la nostra anima e la nostra espressione. Una cosa dobbiamo avere chiara: è ora di finirla con le inconcludenti lamentele e le razionali giustificazioni. La responsabilità della tua vita è solo tua, e l’apatia è il più invisibile e potente nemico da combattere. Senza dimenticare una quotidiana e salutare dose di umorismo.  


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