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Vado a vivere da sola

Una scelta difficile ma necessaria per vivere la proprio indipendenza

Lun 01 Mar 2010 | di Alessandra Manni | Attualità

L'altro giorno una persona mi ha chiesto: “come è vivere da soli?”. Io d'istinto le ho risposto: “entusiasmante!”. Ed è proprio vero. Sono andata a vivere da sola da più di un anno e non me ne sono mai pentita. Quello che più mi mancava, stando a casa con i miei, era la possibilità di esprimere al 100% le mie potenzialità! Dalle cose più semplici, come cucinare o lavarmi i vestiti, al bisogno più importante di vivere la mia indipendenza, non potevo più sopportare a 25 anni di continuare ad essere trattata nello stesso modo di quando ne avevo 10. Non che mi mancasse la libertà o che i miei genitori fossero troppo severi: la decisione che ho preso non è dipesa da loro, ma è stato un bisogno che si è fatto sempre più sentire in me. E poi si sa, dentro le famiglie si sviluppano degli schemi e delle abitudini che attribuiscono ad ogni membro un ruolo preciso con compiti precisi... ed io cominciavo proprio a sentirmi stretta in questo meccanismo. E così dopo una paziente ricerca, durata più di un anno, quando mi si è presentata davanti l'occasione giusta che si sposava con le mie possibilità economiche, ho intrapreso una delle avventure più impegnative ed esaltanti della mia vita: impegnativa, perché devi prenderti la responsabilità concreta della tua vita, ed esaltante, perché hai la libertà di sperimentarti.

VIVERE LE PROPRIE POTENZIALITÀ
Proprio avendo vissuto questo, posso dire che andare a vivere da soli è un'esperienza che contribuisce realmente alla maturazione della persona. Io ho avuto modo di conoscermi meglio, di superare le mie paure, come quella di non farcela, ed avere ancora più stima e fiducia in me stessa. Forse quella di andare a vivere da sola è stata la prima decisione che ho preso in maniera autonoma, senza chiedere consiglio ai miei genitori, tanto che a loro l'ho comunicato solo una settimana prima. Ho fatto questo perché è importante non farsi travolgere dalle paure degli altri, che all'inizio possono essere un freno più che un aiuto. Poi, quando le cose si vivono e non si “pensano”, è tutto più semplice ed ho potuto trovare un valido sostegno anche nella mia famiglia. Tutto ciò ha portato un mio movimento interiore, facilitando l'espressione delle mie forze e, piano piano, ho cominciato ad affrontare tutto quello che mi presentava questa nuova condizione: dall'andare a pagare le bollette, a pulire casa, a cucinare e, soprattutto, a gestire nella maniera migliore il mio stipendio.

IL 30% DEI RAGAZZI ITALIANI È USCITO DAL “NIDO”
Ho potuto fare questo passaggio solo quando mi sono trovata nella condizione per farlo: avevo un lavoro, ho trovato la giusta occasione e soprattutto era forte il desiderio di andare a vivere da sola. Tre condizioni fondamentali e, quando manca una di queste, è difficile poter affrontare un cambiamento del genere. Per questo mi ritengo fortunata di far parte di quel 30 % di giovani tra i 20 e i 30 anni, che, in Italia, hanno deciso di non rimanere a vivere con la famiglia, ma di provare ad essere indipendenti. Al contrario, il 70% dei miei connazionali vivono ancora con i genitori: una percentuale alta, battuta solo da un altro paese europeo, la Spagna con il 72%, poi viene l'Irlanda con il 60%. Le cose cambiano decisamente in Gran Bretagna con solo il 28% di ragazzi che vivono con mamma e papà ed infine c'è la Svezia, con solo il 18%.

LE PAURE DEI GIOVANI
È vero: c'è crisi e non c'è lavoro, e, se c'è, è più che precario, e tutto ciò può ostacolare la propria autonomia. Proprio recenti dati dell'Isae (Istituti di studi e analisi economica) dimostrano come un lavoro, anche se precario o a tempo parziale, o comunque un reddito autonomo, sia alla base della scelta di “spiccare il volo dal nido”. Un'esigenza condivisa non solo in Italia, ma anche un po' in tutta Europa. Gioca contro, invece, la diffusione della precarietà contrattuale, dai lavori interinali a quelli a progetto, che hanno contribuito a frustare l'autonomia di ventenni e trentenni.
Per non parlare anche del forte peso della cultura o della religione, che, quando non rispettano veramente la persona, la ingabbiano dentro schemi e strutture che non la rendono libera di vivere la propria vita indipendentemente dalle aspettative degli altri. Una recente analisi a livello europeo dell'Istat sulla “transazione allo stato adulto” per ragazzi dai 19 ai 39 anni, ha mostrato come il matrimonio resta al primo posto tra le ragioni per il quale è “opportuno” andarsene di casa (condiviso dal 43,7% degli intervistati), seguito dalle esigenze di autonomia (solo il 28%); mentre tra le cause per rimanere a casa con mamma e papà ci sono le difficoltà economiche (47,8%), il fatto che “in famiglia si sta bene e si ha comunque la propria libertà” (44,8%) e perchè si sta studiando (23%).

SERVE UNA CULUTRA CHE SOSTENGA LA LIBERTÀ DELLA PERSONA
Questi dati dimostrano la difficoltà di superare certi meccanismi e regole che ci vengono imposte fin da quando siamo piccoli. La cultura, in particolar modo quella italiana, non sostiene le persone su un punto fondamentale: l'indipendenza! Ma l'amore, soprattutto nella visione del nostro Bel Paese, viene confuso con l'attaccamento alla gonna di mamma o la devozione alla famiglia e tanti altri stereotipi che condannano la persona alla dipendenza verso le altre persone. È giusto amare la propria mamma e la propria famiglia, ma prima di tutto amando noi stessi, trovando un modo per esprimere le nostre forze, il nostro carattere, nella vita, nel lavoro e nelle relazioni. Altrimenti cadiamo in un circolo vizioso dove non rispettiamo noi e non rispettiamo il prossimo.

L'IMPORTANZA DI ESSERE INDIPENDENTI
Per questo per me il vero “dramma” è quando, anche avendo ormai l'età e il lavoro per cominciare ad essere indipendenti, non si senta il bisogno di farlo!
Mi dispiace infatti per quel 44,8% di ragazzi tra i 19 e i 39 anni (e sottolineo 39 anni!) che non esce da casa dei genitori perchè in famiglia sta bene. Il concetto per me importante è che lo stare bene con la propria famiglia non giustifica il fatto di non voler andare a vivere da soli. Prima di essere “membri” di un nucleo familiare siamo delle persone, con propri desideri e capacità che ci rendono unici, e sono proprio queste energie che dobbiamo far sviluppare.
Solo vivendo la propria indipendenza si ha la possibilità di conoscere le proprie forze e risorse, quando al contrario si è sempre serviti o indirizzati da qualcun altro, il nostro potenziale ci rimane oscuro. È necessario trovare il modo per tirare fuori il nostro carattere: non è facile, non c'è una formuletta o una ricetta da seguire, ma è un atto d'amore verso noi stessi e gli altri.
 



QUANDO LA POLITICA NON AIUTA
è scontato, ma inevitabile, dire che anche lo Stato dovrebbe aiutare i giovani a lasciare la casa d'origine. Anche se il problema è soprattutto culturale, anche lo Stato dovrebbe trovare delle soluzioni, ma negli ultimi anni però di “aiuto concreto” se ne è visto poco, al contrario di scarica-barile, chiacchiere o accuse di “bamboccioni”: troppe! Come le provocatorie “proposte di legge” del ministro Brunetta di fare uscire di casa i ragazzi a 18 anni o di dare loro 500 euro al mese. Tante parole, ma pochi fatti!
Di aiuti reali ai giovani italiani non ne è arrivato nessuno. Allora mi chiedo: che senso ha addittarci a “bamboccioni” e poi fare delle proposte di legge che non si possono attuare? Quante volte ci devono prendere in giro?

 


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