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Secoli di non rispetto dei bimbi

Nei secoli ogni società, pur cogliendo l’importanza della nascita e dell’educazione, ha sempre mortificato i piccoli. Abusi, corteggiamenti e abbandoni verso i piccoli, spesso fardelli di cui sbarazzarsi o da educare con la violenza

Lun 01 Mar 2010 | di Paola Gozzi | Attualità
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Nelle società antiche la nascita di un bambino era considerato un evento importante e positivo. La maternità è sempre stata percepita come un momento importante nella vita di una donna e di una famiglia e normalmente era tutelato da divinità speciali, che assicuravano alle partorienti e alle madri speciali protezioni. Il fatto però che la nascita venisse ritenuta tanto importante da dover essere protetta dagli dèi non assicura affatto che il bambino venisse poi rispettato in tutte le fasi della sua crescita e che fosse aiutato ad esprimersi in tutta la pienezza delle sue potenzialità. L’educazione è in ogni società ritenuta necessaria per trasmettere i propri valori, ma non sempre l’educare ha chiaro che cosa sia il rispetto della persona.

LA “CULLA DELLA CIVILTÀ” ERA PEDOFILA
In Grecia le fanciulle facevano sacrifici ad Afrodite per conquistare un marito, il dio Imeneo guidava il corteo nuziale, chiedevano ad Era di custodire il matrimonio e alla ninfa Ilizia di proteggere il parto.Il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta era un momento piuttosto difficile, perché i ragazzini erano oggetto di attenzioni da parte degli adulti ed intrattenere relazioni omosessuali era ritenuto parte integrante del processo educativo; una volta divenuti adulti, cambiavano ruolo e cercavano a loro volta di conquistare i ragazzi più giovani.
Le palestre dei ginnasi erano i luoghi preferiti degli adulti per poter osservare i giovanetti esercitarsi nudi nella ginnastica e corteggiarli e, pur essendoci delle leggi che vietavano l’ingresso degli adulti nei ginnasi, sembra che nessuno le osservasse.

ROMA: LA LEGGE! MA POCHI DIRITTI PER I BIMBI
A Roma la dea Carmenta proteggeva le partorienti, Egeria la nascita, Vaticano è invece la divinità che apriva la bocca al neonato permettendogli di emettere il primo vagito. Il fanciullo non era ritenuto un uomo, né fisicamente, né moralmente. L’atmosfera di sacralità di cui lo si circondava non impediva di ritenere la fanciullezza un periodo di debolezza intellettuale, tanto da essere definita infirmitas, che in campo giuridico significa ovviamente assenza di capacità e responsabilità.
Nella civiltà romana, dove la patria potestas era più che altrove illimitata, abbastanza facilmente gli uomini potevano liberarsi dei figli indesiderati. Era sufficiente non riconoscerli e abbandonarli. A tale proposito, lo storico Dionigi di Alicarnasso cita una legge secondo cui il padre deve riconoscere “almeno” la figlia primogenita. Ciò ad evitare l’eccessivo abbandono (esposizione) di neonate di sesso femminile (come d’altronde quello dei neonati illegittimi) presso la pubblica via, dove potevano morire di fame e di freddo, a meno che non venissero raccolti da qualche mano pietosa, se non interessata (il neonato esposto non può essere adottato, ma un mercante di schiavi può venderlo). Quest’uso, praticato da ricchi e poveri, durerà più di mille anni.
Il padre a Roma aveva un potere assoluto sui figli che restavano soggetti alla sua autorità, finché egli era in vita; solo la sua morte consentiva loro di emanciparsi e divenire a loro volta “padri”, ma non alle figlie che passavano dalla tutela del padre a quella dei fratelli maschi e successivamente del marito. Comunque il marito poteva decidere in qualunque momento di restituire la moglie al padre che, se si era resa colpevole di adulterio, poteva essere uccisa dal padre stesso e dai fratelli o dal marito.

L’IMPERO CONQUISTA, MA PERDE LA FERTILITÀ
Se i bambini e dunque i figli fossero stati veramente rispettati, non si sarebbero avuti a Roma i grandissimi e noti problemi demografici legati alla scarsa fertilità delle donne oltre che all’alto tasso di mortalità infantile, comune a tutta l’antichità. Le donne romane infatti facevano largo uso di contraccettivi - trasmessi segretamente di generazione in generazione -, abortivano e quando si sposavano non sempre riuscivano ad avere figli.
Avere una moglie che sapesse generare era considerata una fortuna invidiabile ed accadeva spesso che gli uomini ne ripudiassero una sterile per chiedere ad un marito fortunato di concedergli la propria moglie feconda in sposa: è nota la vicenda della moglie di un celebre oratore romano, Catone, richiesta solo per avere dei figli da un famoso ed anziano avvocato senza figli. Ancora più conosciuta è la vicenda di Livia, moglie dell’imperatore Augusto: Tiberio Claudio Nerone la richiede al marito mentre è incinta del suo secondo figlio, che nascerà quando ormai è divenuta sposa di Augusto.
Se i figli erano considerati beni preziosi, essi erano anche necessari per la prosecuzione di una famiglia e la trasmissione del nome familiare e del patrimonio. I Romani in sostanza, di fronte a tante difficoltà, quando avevano beni e non discendenti legittimi, risolvevano il problema con l’adozione di giovani adulti che avessero superato infanzia e adolescenza e quindi i pericoli di morti precoci per malattie ed incidenti vari.

STUDIARE A SUON DI FRUSTATE

Presso gli antichi Romani i maestri erano ricordati come plagosus (colui che picchiava fino a portar piaghe). Infatti le punizioni erano parte integrante del programma educativo: a volte l’unico modo per attirare l’attenzione dell’alunno e costringerlo allo studio, era spesso quello di ricorrere alle percosse. L’arnese più usato dai maestri per punire era la ferula, una canna con nodi di legno.
C’era poi la scutica per infliggere punizioni più gravi, una frusta fatta di strisce di cuoio o staffile, ed ancora la virga, uno scudiscio anche questo formato da un fascio di strisce di cuoio. Lo scolaro veniva appoggiato sulle spalle di un compagno, mentre un altro gli teneva ben ferme le gambe, e quindi veniva frustato. Al dolore fisico della pena corporale, si aggiungeva l’umiliazione, poiché il ragazzo oltre a essere percosso veniva prima denudato davanti a tutti.

MEDIOEVO: DA 9 ANNI A CACCIA DI LAVORO
Nel Medioevo l’infanzia si suddivideva in due fasi. L’infantia, che durava fino ai sette o otto anni, costituiva il periodo in cui il bambino necessitava di cure. Seguiva la pueritia, cui subentrava all’età di 14-16 anni l’adolescentia, che apparteneva già all’età adulta. I bambini in questo periodo erano considerati esseri malleabili; macchiati dal peccato originale alla nascita, cancellabile solo attraverso il battesimo.
Dopo la cresima e il conseguente passaggio alla pueritia, erano ritenuti in grado di lasciare il tetto familiare e di guadagnarsi da vivere, a seconda del sesso e dell’origine sociale. A partire da questa età i bambini dei ceti più alti ricevevano un’educazione al di fuori del nucleo familiare, in una scuola o presso una corte, mentre le classi più povere avviavano i fanciulli al lavoro.

LA PIAGA DELL’ABBANDONO NEI SECOLI
Una delle piaghe più diffuse del mondo antico ed anche medievale era costituito dall’abbandono dei bambini. In Grecia vi sono numerosi racconti che ci dicono come questa fosse una pratica diffusa se il bambino non era desiderato o se era frutto di un amore non lecito: quelli imperfetti o malformati si racconta che a Sparta venissero gettati dal monte Taigeto. A Roma si racconta che venissero gettati giù dalla rupe Tarpea, ma non si è certi che fosse proprio così, è piuttosto probabile che si provvedesse in altri modi alla loro eliminazione.
Insomma, pare comunque che la “selezione” venisse praticata. Anche nel Medioevo era diffuso l’abbandono dei bambini, soprattutto quando erano figli illegittimi. Gli orfani trascorrevano l’infanzia fino ai sette anni in conventi, ospedali oppure orfanotrofi e venivano poi spesso impiegati come manodopera.
Nel Settecento l’infanzia fu particolarmente colpita perché divenne molto diffusa la pratica di dare i bambini “a balia”: le balie allattavano i piccoli e molto spesso li allevavano lontano dalla famiglia. I lattanti infatti venivano portati nelle campagne e rimanevano con le balie almeno due anni, poi ritornavano a casa, quando sopravvivevano. La mortalità infantile crebbe così moltissimo, perché queste donne non avevano abbastanza latte per tutti i bambini che prendevano con sé, erano povere e malnutrite e nelle campagne scarseggiava l’igiene.
Sempre nel Settecento è alto anche il numero dei bambini abbandonati e gli orfanotrofi continuarono ad essere luoghi di infelicità e di morte, perché ben pochi erano i bimbi che ne uscivano vivi. Per salvare la vita ai neonati abbandonati venne inventata la “ruota degli esposti”, ma, nonostante le buone intenzioni, senza il latte materno questi piccoli accolti morivano ugualmente.
I sopravvissuti alle balie ed agli orfanotrofi potevano continuare la loro istruzione nei collegi. Nascono infatti in questo periodo i grandi collegi, per primi quelli dei gesuiti, dove vengono imposte rigide norme di vita e di studio, e dove in realtà, qualcuno sostiene, è possibile sbarazzarsi della prole invocando “nobili” motivi intellettuali e morali.

L’800: SFRUTTAMENTO E VIOLENZA
Se fino al XVIII secolo solo metà dei bambini raggiungeva l’età dell’adolescenza, in seguito ai cambiamenti sociali, economici e culturali, ai progressi della medicina, nell’Ottocento, la mortalità infantile cominciò a diminuire costantemente. Il concetto borghese di infanzia riuscì ad affermarsi ed il bambino venne tenuto in seno alla famiglia e circondato di nuove attenzioni e cure. Ma i bambini pagarono a caro prezzo la rivoluzione industriale, costretti a turni di lavoro massacranti, in ambienti spesso insalubri, fin da tenerissima età.
In Italia la legge sulle fabbriche del 1877 proibì il lavoro ai minori di 9 anni. Limite poi elevato a 12 anni nel 1902. Norme spesso disattese.
Era prevalente l’educazione severa e sbrigativa, incapace di cogliere la meraviglia delle energie potenziali del bambino e di rispettarle per permettere la loro maturazione ed espressione. Particolarmente violenta e piena di regole inumane era l’educazione prussiana. Repressione e crudeltà contribuirono alla successiva ascesa di regimi autoritari, come fascismo e nazismo.

IL ’900: LA MONTESSORI E LA PERSONALITà DEL BIMBO
All’inizio del Novecento, una nuova attenzione focalizzata su scoperte nell’ambito della psicologia dello sviluppo, riguardanti il linguaggio, il gioco e la motricità infantile. L’idea che il bambino avesse una propria personalità, della quale si doveva incoraggiare lo sviluppo, determinò un nuovo orientamento educativo. Ciò nonostante, sistemi educativi mortificanti e sfruttamento del lavoro infantile continuarono a segnare le generazioni fino a dopo la seconda guerra mondiale.
Importanti impulsi alla riforma pedagogica giunsero da Maria Montessori. Secondo la pedagogista, i bambini possiedono in se stessi l’energia psicofisica per realizzarsi sul piano umano. Gli adulti devono rispettarne le peculiarità e trasmettere loro i valori sociali in modo tale da consentire loro di assimilarli in modo autonomo. Anche la psicologia infantile di Jean Piaget mise in evidenza le capacità cognitive e interattive dei bambini piccoli. A queste idee si ricollegò il concetto di educazione antiautoritaria, promosso dalle classi medie colte, che vede nascere una pedagogia fondata sulla convinzione che i bambini disponessero di tutte le premesse per amare la vita e provare interesse nei suoi confronti. Educare significava quindi offrire ai bambini condizioni di base entro cui poter sviluppare liberamente le loro capacità. Nonostante l’assimilazione parziale dei concetti della riforma pedagogica, molti genitori mantennero anche nella seconda metà del XX secolo la convinzione che la cattiva volontà del bambino andasse corretta con la forza. Il numero di violenze su minori è difficile da stimare, ma dagli anni 1980-90 sono stati istituiti strumenti di sostegno ai bambini maltrattati, come ad esempio linee di soccorso telefoniche e centri di accoglienza specializzati.

VENTUNESIMO SECOLO: SPARISCE L’INFANZIA?
Alcune ricerche realizzate alla fine del secolo appena trascorso, basate su osservazioni condotte negli Stati Uniti dagli anni 1980-90, affrontano il tema della sparizione dell’infanzia. Secondo questi studi, nei primi dieci anni di vita i bambini si devono già confrontare con la “serietà della vita” e nel successivo decennio usufruiscono delle stesse libertà degli adulti nelle loro scelte di consumo, di occupazione del tempo libero e nella gestione delle relazioni sociali, private e sessuali.
Di fronte a queste esigenze, numerosi bambini reagiscono sempre più spesso come adulti: le ragazze manifestano soprattutto disturbi psichici e psicosomatici, i ragazzi ricorrono alla violenza, al consumo di alcol o di sostanze stupefacenti. Sembra dunque incredibile dover affermare che, pur avendo a disposizione studi e ricerche, nuove frontiere della scienza, della psicologia e della pedagogia, il punto di arrivo della storia dell’infanzia ci costringe oggi a fare i conti con un lungo elenco di violenze, abusi e dipendenze.
La bellezza del bambino è offuscata dalle sofferenze dei genitori, dal consumismo che divora la nostra società e che riduce la persona ad essere un produttore o consumatore di beni. La persona però è molto più grande, è meravigliosa, è una creazione unica ed irripetibile, per crescere e svilupparsi però in modo equilibrato ha bisogno di rispetto, frutto solo della pace, della gioia e dell’amore.
È necessaria dunque una nuova cultura di vita che faccia luce su cosa è veramente la persona, sull’ordine del suo sviluppo mai rispettato, violato invece e disturbato, per poter avere di nuovo occhi per vedere la grandezza di un bambino ed avere orecchi per ascoltare la sua voce che parla al nostro inconscio e tornare a sperimentare lo stupore dell’esistenza.

 


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