acquaesapone Gli occhi grandi dei bimbi
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Una sana finanza negli occhi di un bambino

La storia del più grande banchiere del mondo, l’italiano che non voleva diventare ricco e fece ricchi gli americani. A 7 anni vede morire il padre per un dollaro e capisce che la vita vale più dei soldi

Mar 28 Apr 2009 | di Emiliano Fiaschi, tratto da Acqua & Sapone - Luglio 2007 | Gli occhi grandi dei bimbi

Quella che stiamo per raccontare è la storia straordinaria di un italiano diventato il più grande banchiere del mondo*, Amadeo Peter Giannini. Fondatore della Banca d’America e promotore di una economia sociale, non schiava delle logiche del capitalismo, non dipendente dagli schemi dell’assistenzialismo. Un personaggio dimenticato, un esempio di vita e valori tutto da scoprire. Una esistenza passata nel rispetto di quella tradizione non conservatrice, che permette di esprimere le proprie potenzialità con il rispetto delle persone che ci circondano.
L’insegnamento di chi con somma probità e grande sensibilità ha dimostrato di poter vivere nell’agiatezza e di poter creare benessere per sé e per gli altri senza porre in cima alla scala dei valori il denaro, bensì con l’unica ambizione di soddisfare le esigenze dei più deboli e aiutare il prossimo. Fondamentale per la sua formazione furono il rispetto e l’amore ricevuti da bambino che gli diedero la forza di reagire alla uccisione del padre lottando sempre per la giustizia nei confronti degli ultimi.

L’IMPORTANZA DELLA FAMIGLIA
Amadeo Peter Giannini era il primo dei tre figli di Luigi Giannini e Virginia Demartini, emigranti di Favale di Malgaro, borgo dell’entroterra ligure vicino a Rapallo, partiti per l’America in cerca di fortuna. I due giovani, lui ventinovenne lei appena quattordicenne, con i pochi risparmi a loro disposizione affittarono una casa e la trasformarono in una pensione, che accogliesse i viaggiatori in arrivo dalla ferrovia transcontinentale. Con la febbre dell’oro e la corsa verso ovest, la pensione divenne prima una locanda e poi un hotel, e nel giro di pochi anni Luigi Giannini vendette l’albergo e comprò una tenuta tra San Francisco e la baia, investimento lungimirante vista la rivalutazione che avrebbe subìto quella zona.
Sfortunatamente sei anni dopo il trasferimento il capofamiglia fu ucciso da un bracciante per una discussione nata per un debito di un solo dollaro. Fu proprio Amadeo che piangendo aveva assistito alla scena a soccorrere il padre morente. Da quel momento intuì che il denaro poteva avvelenare e anche togliere la vita.
Virginia, sua mamma, rimasta vedova giovanissima, fu una figura molto importante nella sua vita. Legata alla chiesa, ma non bigotta, lo istruì all’educazione cristiana, basata sui valori evangelici e umani piuttosto che sui formalismi e sulle celebrazioni. Si risposò presto, e non scelse un pretendente danaroso, per quanto ne avesse la facoltà e per quanto le donne scarseggiassero; preferì seguire i propri sentimenti che la condussero a una persona di modesta estrazione sociale, ma intelligente e determinata: Lorenzo Scatena. Quest’ultimo non solo amava lei, ma rispettava e voleva bene anche ai suoi tre bambini e volle subito che Amadeo lo aiutasse sia nel lavoro dei campi che nella gestione dell’impresa agricola.
Dopo poco tempo la nuova famiglia si ritrasferì a San Francisco. Lorenzo comprava le derrate dai contadini delle vallate californiane e le trasportava sulle banchine per venderle alle navi appena ormeggiate. In breve Lorenzo divenne un affermato grossista, stimato soprattutto per la sua correttezza e onestà.
Amadeo a 12 anni iniziò gli studi in economia e commercio, ma continuò ad aiutare il patrigno nella sua attività: apprendeva dai viaggiatori le tecniche agricole più innovative, consigliava di puntare sulla qualità delle primizie raccolte precocemente che pesavano meno, ma valevano di più, suggeriva di piantare la vite e produrre vino, convinse il patrigno a fare prestiti agli agricoltori che volevano comprare nuove attrezzature o che attraversavano momenti di difficoltà, curando personalmente il rapporto con i clienti e facendo attenzione a non promettere più di quanto potesse mantenere.
A 22 anni Amadeo, già apprezzato uomo d’affari, sposò una coetanea, Clorinda Flores Cuneo, figlia di uno dei più ricchi italoamericani di San Francisco. Ma non si lasciò sedurre dal potere: decise che non sarebbe diventato schiavo del denaro e che non gli interessava diventare ancora più ricco. Vendette la sua metà dell’azienda ai dipendenti, che lo avrebbero pagato con i futuri guadagni. Il suocero, constatatane l’integrità e la correttezza, lo invitò ad amministrare l’intero patrimonio della famiglia della moglie, circa mezzo milione di dollari, tra cui molte azioni della Columbus Saving And Loan, una delle principali banche della città, la quale presto offrì ad Amadeo un ruolo dirigenziale.

NASCE LA BANK OF ITALY
Giannini entrò così nel mondo delle banche ed intraprese questo nuovo percorso sempre con finalità sociali. Rendendosi conto che tale scopo non poteva essere perseguito in una realtà di una banca integrata nel sistema, una banca che riservava le proprie attenzioni solo ai benestanti, Giannini coraggiosamente diede le dimissioni dal suo prestigioso incarico e aprì una banca tutta sua, la Bank of Italy, che avrebbe seguìto una condotta fortemente etica e a dir poco rivoluzionaria.
Fino a quel momento per il trasferimento di denaro in madrepatria, gli stranieri dovevano pagare un tasso del 5-6% e subire un cambio svantaggioso: con la Bank of Italy spedire i soldi all’estero costava solo il 2% e il cambio era onesto.
La prima sede fu un saloon di North Beach, zona povera della città e sede degli emigranti italiani. Ordinò che il consiglio di amministrazione non percepisse alcuno stipendio fino a quando l’attività non avrebbe iniziato a produrre i primi frutti. Ordinò che la banca rimanesse aperta fino alle nove o alle dieci di sera (contrariamente alle concorrenti che chiudevano alle tre di pomeriggio) per facilitare i lavoratori più umili.
Gli istituti di credito all’epoca non accordavano crediti inferiori ai 200 dollari e molti immigrati erano costretti a rivolgersi agli usurai: Giannini concedeva prestiti a partire da 25 dollari e, come garanzia, guardava i calli sulle mani e la faccia del cliente.
Li accordava anche ai poveri senza capitale, ai mendicanti, senza interessi e senza dovere di restituzione, perché per lui un banchiere degno di tale nome non doveva negare un credito a nessuna persona, purché onesta. Optò per un azionariato popolare, con valore per azione non superiore a 100 dollari e non più di cento azioni per socio, facendole sottoscrivere a umili lavoratori.
Secondo una visione liberistico-sociale, che in America si andava affermando anche grazie a Ford, sovvenzionò i costruttori di case popolari, a condizione che agevolassero i compratori. Rifiutava le autorità e odiava gli speculatori. Non appena fu approvata negli Usa la legge sul sistema del “branch banking”, vennero aperte filiali in altre città, imponendo però che ci fossero forti legami tra la banca e la gente del posto, che gli impiegati fossero del luogo e che tra gli azionisti vi fosse un buon numero di artigiani, commercianti e agricoltori locali.
Nel 1930 la banca assunse il nome di Bank of America National Trust and Saving Association; la Bank of Italy chiuse i propri conti ed esaminò i sospesi: le banche dirette concorrenti, concedendo prestiti solo a clienti danarosi, avevano subìto perdite considerevoli, mentre alla Bank of Italy ben il 96% dei prestiti (senza garanzia) erano stati rimborsati!

NON VOLEVA ESSERE POSSEDUTO DALLA RICCHEZZA
Giannini proseguì per la sua strada, formulando una teoria tutta sua riguardo al denaro: «Non voglio diventare ricco - era solito affermare - perché nessun uomo possiede in realtà la ricchezza, ma ne è posseduto».
Mentre la Bank of America era in continua espansione, Giannini rifiutò un premio di 100.000 dollari proposto dal consiglio di amministrazione dichiarando: «Un uomo che desideri possedere più di 500.000 dollari dovrebbe correre dallo psichiatra».
In seguito, quando ricavò dalla sua partecipazione alla Bank of America utili per un milione e mezzo di dollari, avendo già accumulato un fortuna di quasi 500.000 dollari, fedele ai propri princìpi decise di devolverne l’intero ammontare all’Università della California fondando la Giannini Foundation of Agricultural Economics (con lo scopo di favorire la ricerca per sviluppare le risorse rurali e le tecnologie dell’agricoltura).
Nel 1936 lasciò la poltrona di Presidente e si dedicò interamente ad opere sociali, all’altruismo, all’aiuto dei diseredati, a regalare speranza: senza mai cercare la pubblicità della filantropia e del mecenatismo. E così come non aveva mai smesso di parlare il dialetto ligure, non si scordò degli italiani e dell’Italia: durante la guerra mondiale si adoperò per i connazionali confinati nei campi di internamento, nel dopoguerra si accordò con Arthur Schlesinger, responsabile della gestione del Piano Marshall, per accelerare l’invio degli aiuti, anticipando, tramite la sua banca e senza interessi, gli importi di tutte le spedizioni dirette in Italia.
Nel 1945 fondò la Giannini Family Foundation (per la promozione della ricerca medica) e abbandonò ogni incarico all’interno della Banca: «Non ho nulla da nascondere, come non ha nulla da nascondere la banca» con queste parole accompagnò la sua uscita di scena, annunciando che ormai la Bank of America era diventata la più grande Banca del mondo.  Alla sua morte, da un accurato inventario dei suoi beni, risultò che questi ammontassero esattamente a 489.278 dollari!  

FINANZIO' LA NASCENTE INDUSTRIA DI HOLLYWOOD
Giannini  intuì subito le potenzialità dell’industria cinematografica e coinvolse anche il fratello Attilio nel mondo del cinema, contribuendo attivamente a spostare la capitale della pellicola da New York alla costa ovest. Ma più che per l’aspetto meramente finanziario, Giannini voleva porre l’accento sull’importanza socio-culturale e sulla proposta di sviluppo di coscienza e comportamento degli americani: sposò gli autori di favole o parabole il cui scopo era migliorare gli spettatori e la loro capacità critica.
Conobbe un giovane artista di talento, che aveva già avuto successo con le comiche e che non riusciva a trovare un finanziatore per un soggetto ambizioso e di alto valore morale: quel finanziatore fu Giannini, il film prese il titolo de “Il monello” (“The Kid”, 1921) e quel giovane artista di talento era Charlie Chaplin.
Ma nonostante il successo iniziale Giannini non si mostrò mai interessato a nuove avventure cinematografiche che avessero fini puramente commerciali.
Interessato ed affascinato ai mezzi di comunicazione e di come fossero in grado di influenzare le persone, il banchiere italoamericano strinse una profonda amicizia con Walt Disney, con il quale passava ore a confrontarsi e parlare: finanziò i primi cortometraggi di Mickey Mouse e il primo lungometraggio dal titolo “Biancaneve e i sette nani” (1937).
Altro forte legame di stima reciproca fu quello con Frank Capra, siciliano, ingegnere, approdato ad Hollywood dopo la crisi del ’29.
Nel 1934 Giannini finanziò “Accadde una notte”, nel ’36 “È arrivata la felicità” e nel ‘38 “L’eterna illusione”, in cui il regista denunciava la società americana, fondata sulla competizione, sul disinteresse per l’altro e sull’arrivismo, una società dominata dalle lobbies finanziarie e dai mass media.
In totale la Bank of America finanziò più di 500 film, dando un impulso determinante al cinema americano della prima metà del secolo scorso.





Giannini avviò l’industria cinematografica di Hollywood
Produsse capolavori di Charlie Chaplin e di Walt Disney (nella foto) tra cui “Mickey Mouse” e il primo lungometraggio “Biancaneve e i sette nani” 


Condividi su: