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Speculazione sulla vita

Le mamme italiane pagano il latte in polvere circa il doppio della media europea, ma il peggio che il pi delle volte non servirebbe

Lun 01 Mar 2010 | di Paola Simonetti | Salute
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È un business che in Italia stenta a ridimensionarsi a beneficio delle neomamme impossibilitate ad allattare.
Le recenti sanzioni comminate dall’Antitrust alle più grandi multinazionali produttrici di latte in polvere del mondo, dopo anni di battaglie e denunce da parte delle organizzazioni dei consumatori, hanno avuto trascurabili ricadute: il giro d’affari del latte artificiale nel nostro Paese resta di fatto il più vertiginoso d’Europa, con prezzi che, seppure in decremento, strangolano ancora molte famiglie con bimbi piccoli. Una confezione di prodotto da un kg si acquista da noi ad un costo che oscilla dai 20 ai 24 euro (nel 2004 arrivava a 45 euro per kg), contro i 10 - 12 euro di altri Paesi dell’Unione, a fronte di un consumo di prodotto nella Penisola pari a circa 6.300 tonnellate. Cifre salatissime per i nuclei familiari con neonati, se si considera che un chilogrammo di alimento artificiale ad una mamma basta appena per una settimana. La crisi, secondo quanto denunciato dalle organizzazioni a sostegno delle mamme, ha dato il colpo di grazia, facendo vacillare anche quelle fasce di popolazione che si barcamenavano meglio di altre. Ad avere il polso di uno scenario di drammatica indigenza in una grande città come Roma, è l’associazione “Salvamamme”, da anni impegnata sul fronte del “caro-maternità” con la distribuzione di prodotti per bambini a prezzi sociali.
«Assistiamo madri che portano qui bambini denutriti, non senza qualche pudore, per l’affanno economico in cui versano – racconta Grazia Passeri, presidentessa del sodalizio -. Mamme, anche italiane, che magari hanno perso il latte proprio per stress fisici e psichici subiti durante la gravidanza e si ritrovano ad allungare il latte in polvere fino all’inverosimile per farlo durare più a lungo. Richieste di aiuto ci giungono ormai da tutta Italia. E ora la recessione spinge anche i padri a superare la vergogna, per chiederci una mano: un fenomeno impensabile fino a due anni fa».
Queste le ripercussioni di una prassi denunciata a lungo dagli utenti, che solo di recente sembra aver cominciato a cambiar piega. «Non è ormai più un mistero che per anni le case produttrici abbiano manipolato il mercato con una politica illegale nel tentativo di abbattere l’eventuale concorrenza – spiega Cristiano Maccabruni, del Movimento Consumatori, che ha attivato in Italia Gruppi di acquisto solidale -. Le più note aziende di fatto presero accordi interni per mantenere i prezzi non al di sotto di un certo livello, creando un vero e proprio “cartello”. Non solo – aggiunge Maccabruni -: gli obiettivi aziendali prevedevano che almeno il 90% del prodotto venisse smerciato nelle farmacie con l’escamotage del cosiddetto “prezzo consigliato”, dal quale i rivenditori difficilmente si dissociavano. Le sentenze del Garante per la concorrenza hanno tentato di porre rimedio, ma ancora siamo lontani da un reale cambiamento di cultura e prassi, anche se piccoli passi si stanno attuando». Il latte in polvere, infatti, è ora approdato anche nella grande distribuzione con prezzi che si aggirano intorno ai 10 euro, grazie all’apposizione di un marchio proprio da parte della catena rivenditrice (es. Coop e Carrefour), una mossa questa attuata anche da alcune farmacie.
Ma quel che resta difficile da scalfire, secondo molte realtà del settore, è una erronea prassi diffusa, “indotta” dallo stesso business del latte artificiale. Molte donne, infatti, rinunciano o interrompono l’allattamento al seno, non sempre e solo a causa della presenza di problematiche fisiologiche o patologie proprie o del piccolo, ma anche per mancate informazione e incentivazione alla somministrazione di latte naturale da parte di medici e strutture sanitarie. La pressione operata dalle case produttrici, sia sulle madri che sui medici, avrebbe di fatto creato una mala cultura della maternità, lesiva di mamme e bambini.
«Ai primi ostacoli il latte artificiale viene consigliato dagli stessi pediatri o dal personale sanitario nei reparti di maternità – aggiunge il rappresentante del Movimento Consumatori - troppo di frequente nelle strutture ospedaliere, organizzate in base all’efficienza, i neonati non vengono portati dalle mamme per ogni poppata, come sarebbe consigliabile anche per favorire la scesa del latte, ma tenuti in appositi reparti, dove ricevono alimentazione artificiale. Non solo. Al momento delle dimissioni, nella stragrande maggioranza di casi alla mamma viene prescritta una determinata marca di latte in polvere, al posto dell’incentivazione al nutrimento naturale».
Dati di profilo nazionale, seppure registrano una iniziale inclinazione all’allattamento al seno (81%), fanno rilevare anche come solo nel 58% dei casi questo allattamento sia esclusivo, per il subentrare di diverse cause concomitanti. Una tendenza questa che andrebbe sfumando secondo il dottor Giuseppe Morino, Responsabile Dietologia Clinica all’ospedale Bambino Gesù di Roma: «Le cose stanno cambiando su questo fronte per fortuna. Perché il latte materno è un nutrimento assolutamente cruciale per la salute anche futura dell’individuo – asserisce il medico -. è un alimento insostituibile, irriproducibile, portatore di benefici inimmaginabili: oltre ad essere di fatto una terapia “salvavita” per i prematuri e per i bimbi colpiti da malattie rare; è anche indispensabile per costruire non solo un sistema immunitario solido, ma addirittura un’intelligenza brillante. Recenti studi hanno provato che incide in modo determinante sullo sviluppo cerebrale».
Da sfatare, secondo l’esperto, anche alcune convinzioni sbagliate dovute a mancata informazione, che conducono alcune mamme all’allarmismo: «Il latte materno può portare ad un aumento di peso del piccolo un po’ più lento, ma questo è un bene – conclude il medico del Bambin Gesù -: un eccessivo incremento della crescita si traduce spesso in obesità infantile e in conseguenti gravi problematiche di salute sulla lunga distanza. Alle mamme dico: “allattate con serenità i vostri figli, perché gli donate il bene più prezioso che possedete. Soprattutto non vi scoraggiate di fronte alle prime difficoltà: mettete il vostro bambino accanto al seno con costanza e con ogni probabilità il latte arriverà”». Nel frattempo in Italia si incrementa, seppure lentamente, la lista degli ospedali “amici dei bambini” (oggi sono 18): strutture sanitarie che si impegnano a non accettare campioni gratuiti o a buon mercato di surrogati del latte materno, di biberon o tettarelle e ad applicare “Dieci passi specifici in favore dell'allattamento al seno”. Una iniziativa, questa, lanciata a livello planetario nel 1990 da Organizzazione Mondiale della Sanità e Unicef nell’ambito di una campagna di promozione sul tema. Tuttavia, resta ancora molto da fare, come ha sottolineato il Movimento Consumatori, che ricorda, fra l’altro, come la dichiarazione congiunta Oms - Unicef che stabilisce i 10 passi per il successo dell'allattamento materno «non è ancora completamente recepita nel nostro Paese», così come «non è stata ancora completata l'emanazione di un'appropriata legislazione che protegga il diritto all'allattamento al seno delle donne lavoratrici».
 



OCCHIO AL MISURINO: “È PIÚ GRANDE DEL DICHIARATO”
Dubbia la salubrità del latte in polvere per neonati, per eccesso di calorie. A rilevarlo uno studio condotto in Germania da Helmholtz Zentrum München, Institute of Ecological Chemistry in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (Inran) e pubblicato sull’International Journal of Food Sciences and Nutrition. La ricerca rivela che «i neonati (da 0 a 4 mesi) allattati esclusivamente con formule lattee» potrebbero assumere più calorie del dovuto.
Al centro dell’indagine 22 formule lattee, prodotti, si fa notare, «di aziende produttrici che coprono l’80% di tutto il mercato della Unione Europea, corredati di etichette con indicazioni sulla preparazione e di un misurino, del quale viene dichiarata la capacità in grammi». Lo studio ha messo in luce che, per il 90% dei latti esaminati, c’è il rischio di un’eccessiva assunzione di prodotto, sia perché «le quantità indicate in etichetta per le varie età sono superiori alle raccomandazioni» (apportando fino a circa il 17% in più rispetto al fabbisogno energetico al 4° mese di vita), sia perché «il misurino ha una capacità maggiore rispetto a quella dichiarata (circa 0,5 g/misurino)».

 


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