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Vite in gioco

Confessioni di un ex giocatore d’azzardo: è possibile “guarire”?

Gio 01 Mag 2008 | di Paola Simonetti | Attualità

“Basta un niente per risvegliare il demone. Lui tiene sott’occhio te e tu devi costantemente sorvegliare lui”. Un ex giocatore d’azzardo compulsivo lo sa: dal rischio dipendenza non si guarisce mai. «Perché anche se ne sei fuori, quello che ti ha condotto nella spirale delle scommesse, così come del “Gratta e vinci”, del Superenalotto o della slot machine, è un seme che fa parte di te – racconta Giovanni (nome di fantasia, ndr) dei Giocatori Anonimi -: che può essere connaturata fragilità, un dolore persistente, tendenza alla noia, carenza affettiva, voglia di sentirsi vincenti o di cambiare la propria vita, bisogno di emozioni straordinarie».

Un motivo vale l’altro, il risultato non cambia. «Prima giochi una volta ogni tanto, è un passatempo piacevole. Poi si insinua una sorta di ansia, un languore che ti strappa ad altri pensieri e attività – prosegue Giovanni -. Così tenti di tutto: schedine, cavalli, tavolo da gioco. Meno vinci più giochi per rifarti, sostenuto dall’illusione di essere ad un passo dalla grande vittoria. Ma se vinci hai un motivo in più per proseguire. E cadi sempre più in basso: finiti i tuoi soldi, chiedi o rubi ai familiari. Poi passi ai prestiti in banca, per approdare infine nelle mani degli usurai. I giorni e le notti si susseguono nell’angosciosa ricerca di una soluzione per pagare i debiti e racimolare altro denaro da “reinvestire” nel gioco. E la menzogna diventa regola quotidiana, inganni tutti quelli che ti ruotano attorno. Fino a quando perdere, tutto sommato, diventa quasi un sollievo: la giusta punizione per chi ha smarrito dignità, identità, capacità di amare e di amarsi».

Giovanni, poco più che 50enne, dopo 30 anni di gioco, dissesti finanziari, dipendenza da droghe, più di un tentavo di suicidio, guai con la giustizia e gli usurai, ha trovato la forza di rivolgersi ai Giocatori Anonimi di Roma, con i quali ha iniziato, sette anni fa, un percorso lungo ma efficace di rinascita. Attorno a lui, ruota in Italia un folto popolo di cittadini dediti al gioco (si stima che i giocatori “patologici” nel nostro paese siano circa 700.000 persone), che nelle piccole scommesse “di strada” bruciano cifre da capogiro ogni anno. Se, infatti, i consumi familiari calano, la spesa per il gioco si è invece triplicata: in sei anni i 14,3 miliardi di euro del 2000 sono lievitati ai 35,2 del 2006. Il desiderio del “colpo di fortuna” è aumentato in maniera direttamente proporzionale alla crescita dei diversi tipi di giochi comparsi in commercio negli ultimi anni: «Si è passati dalle tre occasioni di gioco settimanali, alle 16 attuali – spiega Matteo Iori, presidente del Conagga (Coordinamento nazionale enti e associazioni giocatori patologici) -. E non è un caso: in un momento di recessione economica, è storicamente documentato, aumenta il ricorso alla “fortuna”. La maggior parte dei giocatori, per lo più uomini, secondo recenti stime sono persone indigenti, che nel denaro intravedono una forma di riscatto sociale».

Il mito un po’ romanzesco del giocatore ricco, temerario, viziato che al tavolo da gioco intacca in maniera trascurabile il suo cospicuo patrimonio è dunque infranto. Non è più il giocatore che va al gioco, recandosi in luoghi deputati come bische o casinò, ma è il gioco che va a scovare la possibile vittima. Nella società odierna, coloro che cadono nella dipendenza sono persone comuni, per lo più immerse nella monotona routine del quotidiano, che nel bar sottocasa tentano la fortuna maneggiando centinaia di volte in poche ore l’asta di una slot machine o “grattano”, più o meno ogni giorno, il cartoncino dei sogni che occhieggia ad ogni angolo: alla cassa del bar, nella tabaccheria di fiducia o in quella ricevitoria proprio accanto al droghiere. Le donne giocatrici, seppure ancora in numero inferiore rispetto agli uomini, sono in aumento. Eppure, il gioco compulsivo stenta ad essere riconosciuto nell’ordinamento giuridico italiano, come vera e propria patologia, nonostante l’Organizzazione mondiale della Sanità lo abbia già inserito nella lista delle dipendenze. Carenti, di conseguenza, risultano sul territorio, centri ed opportunità di terapia e accoglienza. «Il motivo è piuttosto lampante – prosegue Iori -: non dimentichiamo che in Italia c’è il monopolio di lotterie e affini, un introito annuo da capogiro per lo Stato. Il gioco risulta la quinta “industria” nazionale dopo Fiat, Telecom, Enel e Ifim». Qualcuno ha ribattezzato il denaro derivante dal gioco di matrice statale un “moltiplicatore negativo di economia”, che svuota le tasche dei cittadini senza incrementare beni e servizi, ma solo le entrate del fisco. «Dal 1997 ad oggi – prosegue il presidente del Conagga - non c’è stato anno che il governo in Italia non abbia introdotto nuove offerte di gioco d’azzardo pubblico. Con il decreto Bersani poi, la proposta di giochi è aumentata ulteriormente. Viene costituita una rete strutturata di punti vendita ed è offerta la possibilità di installare nelle sale Bingo apparecchi di intrattenimento per i giochi su base ippica: in concreto si tratta dell’offerta di altri 16.300 nuovi punti in cui è possibile giocare d’azzardo».

Il gioco oggi, di fatto, non risparmia nessuno. L’offerta sempre più variegata e su misura si rivolge ai giovani, agli anziani, alle donne. Un battage pubblicitario mirato, capace di arrivare ovunque con la tv, il telefono, il web, il cellulare. «Quel che manca, prima di tutto – dichiara Mauro Croce, vicepresidente della Alea (Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio) - è un cambiamento di rotta sul fronte della sensibilizzazione: su nessun gioco in commercio compare il messaggio del rischio dipendenza che comporta, come le sigarette per intenderci. Non sarebbe certo risolutivo, ma si diffonderebbe, intanto, una cultura della consapevolezza e della responsabilizzazione del cittadino, che nella stragrande maggioranza dei casi associa il termine “dipendenza” a sostanze tangibili: droghe, alcol, cibo. L’immaterialità del rischio legato al gioco – prosegue Croce - ne annulla la pericolosità. La famiglia stessa di chi è vittima del gioco, quando si conclama la dipendenza, ne sottovaluta la gravità: la moglie di un giocatore che ho avuto modo di conoscere, ha tirato un sospiro di sollievo quando ha scoperto che gli strani comportamenti del marito non erano legati alla presenza di un’amante. Paradossalmente sarebbe stato meglio che la tradisse, viste poi le conseguenze a cui lo aveva indotto il gioco. Per questo la terapia si estende sempre anche alla famiglia». E proprio nella consapevolezza, c’è la chiave di volta anche per chi nella dipendenza è già caduto. Il primo dei 12 passi previsti per chi approda ai Giocatori Anonimi è proprio quello di riuscire ad affermare: “Sono un giocatore compulsivo”. «Come in ogni dipendenza – conclude Giovanni - ammettere di essere malato e di aver bisogno di aiuto è l’inizio di un cammino terapeutico, che si basa sul presente: “oggi non gioco”. Domani si vedrà. Nessun progetto a lunga scadenza, solo obiettivi accessibili e a breve scadenza. E così, non giocando un giorno alla volta, ci si allontana dal “demone”, che però non scompare mai del tutto. A tenerlo a bada, c’è una voce interiore, nata con la consapevolezza e le enormi perdite subite, che mi ricorda con disciplina quali passi devo compiere ogni mattina quando mi alzo. Ora riesco ad apprezzare la “banalità” della vita normale, la ricchezza delle piccole grandi gioie dell’esistenza, quelle minute e apparentemente insignificanti. E ho imparato a considerarmi un essere prezioso e insostituibile, degno di felicità e rispetto».
 


 

Quando lo stato toglie ai poveri e ai più fragili

Il gioco in Italia è la prima causa di ricorso a debiti e/o usura. Giocano il 47% degli indigenti, il 56% degli appartenenti al ceto medio-basso, il 66% dei disoccupati. Si stima che i giocatori “patologici” siano, in Italia, tra l’1 e il 3%. Il 17% sono pensionati. La fascia di età più colpita dalla azzardo-dipendenza va dai 30 ai 40 anni (29%), seguita dai 50-60enni (27%) e dai 40-50enni (26%). Meno colpita la fascia under 30, ferma al 10%, e over 60 (8%).
Il primato di diffusione spetta al Lotto e al Superenalotto: nei 12 mesi il 28,1% degli italiani (13,5 milioni di individui) ha giocato al Lotto, mentre il 27,5% (13,2 milioni) ha giocato al Superenalotto. Segue il Gratta & Vinci, giocato dal 25% degli italiani (12 milioni di individui). Il 14% della popolazione ha comprato negli ultimi 12 mesi un biglietto delle Lotterie Nazionali.


 



Informazioni
Conagga:
Tel. 0522/ 383170 - 0522/ 512970
E-mail: azzardo@libera-mente.org
Sito web: www.libera-mente.org

Alea:
Tel. 0577/ 284416
E-mail: info@gambling.it
Sito web: www.gambling.it

Giocatori anonimi:
E-mail: gaitalia_1999@yahoo.it
Sito web: www.giocatorianonimi.org/index.htm

 

 


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