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Mama Kenya capitolo 1

Pubblichiamo a puntate le eccezionali avventure di una lettrice che ha scelto di vivere 3 anni intensissimi in una tribů ‘primitiva’

Lun 02 Ago 2010 | di Lorena Gagliotta | Mama Kenya

Questa è la storia di tante storie messe insieme, vite di uomini, donne, bambini, anziani. È il racconto quasi magico di gente che era distante, lontana fisicamente, ma che camminava verso un’unica luce, l’amore e il coraggio. Forse qualcuno o qualcosa aveva fatto sì che i loro cuori dovessero unirsi, conoscersi per divenire una sola cosa; i loro destini si muovevano lenti, ma decisi a portare le loro vite ad intrecciarsi per sempre. Tutto doveva accadere e accadde in una cornice meravigliosa, la terra madre di tutte le terre, la terra dove si nasce e si muore con la stessa facilità, la terra dei colori, dei rossi tramonti, delle danze, dei sorrisi, degli animali, dell’ospitalità: l’Africa…

Ero una bambina, nata in una splendida città italiana, Napoli: la mia fu un’infanzia bellissima, avevo la fortuna di vivere in un quartiere splendido, una casa modesta ma con una terrazza che mostrava un panorama unico, il mare davanti con le splendide isole di Capri e Ischia che lontane si intravedevano nelle foschie mattutine. Alla sinistra della mia terrazza padroneggiava grande e imponente il Vesuvio, quando calava la sera si potevano osservare le luci del golfo. 

Ho amato fortemente quel luogo di giochi, con mia sorella minore le ore volavano tra corse e giochi, amichetti, Laura in particolare, e poi più avanti la mia carissima amica Lisa. Avevamo una casa calda e piccola, due genitori e una famiglia che fu ed è esempio d’amore, giustizia. Tutto ciò fece della mia infanzia, quello che definisco un periodo indimenticabile e felice.

Per dare un’idea completa e reale di questa splendida favola, devo riportarvi a me bambina. Tutto cominciò gradualmente: le mie sensazioni, i miei pensieri, i miei racconti cominciarono ad andare verso una sola direzione, l’Africa. Provavo amore per qualcosa che nemmeno conoscevo, almeno apparentemente; il mio cuore era convinto che io fossi già stata in quei luoghi. Naturalmente a quei tempi nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto: ero solo una bambina un poco più fantasiosa del normale, eppure ciò che accadeva era già l’inizio di un qualcosa che avrebbe cambiato radicalmente la mia vita…

Cominciai a sognare dei luoghi, persone, oggetti; raccontavo tutto a Brunella, mia sorella, a volte anche a mia madre: sembrava che la mia mente ricordasse, per me quelli non erano solo sogni, ma ricordi. Mia madre dice che, quando la tv trasmetteva programmi, documentari sul continente nero, io ero incantata, come ipnotizzata. Il tempo passava, anche i miei disegni erano popolati da persone dai tratti africani, capii che il mio desiderio era di partire e fare volontariato in Africa. 

Nel frattempo io e la mia famiglia ci trasferimmo in Umbria. Furono anni difficili, lasciare gli amici, la mia città, pian piano feci nuove amicizie, intrapresi studi da autodidatta su tutto ciò che riguardasse l’Africa, mi appassionai all’etologia, alla primatologia, alla etnologia. Nel frattempo conobbi l’uomo che sarebbe diventato mio marito, spesso con lui e i nostri amici si parlava del mio desiderio di partire. Furono compagni, e lo sono ancora oggi, di emozioni, sostenitori del mio amare e sentire questa vocazione. Sì, cominciavo a capire che la mia era una vocazione, un qualcosa che Dio forse mi chiedeva e, se non Lui, io stessa sentivo di fare. Forse il Suo era un continuo bussare alla mia porta, io stavo soffocando ciò che era la mia missione. 

Avevo sentimenti contrastanti. Nonostante la mia famiglia mi avesse insegnato l’amore, l’altruismo e tutti i valori in cui credevo, a nessun genitore fa piacere che la propria figlia parta, il distacco è duro. In più partire per un continente che spaventa, i telegiornali ci mostrano spesso morte, malattie, guerre. Ma l’Africa è anche altro, amore, semplicità, unione, coraggio, forza; volevo andare ma avevo paura di deludere chi mi amava. Spesso oggi i genitori puntano al lavoro fisso, alla sicurezza, forse giustamente da un lato, così continuava la mia vita parallela, parallela perché mentre ero a casa il mio cuore era lontano, la mia anima non era realmente felice. 

Oggi sono convinta che questa era la mia missione, dovevo seguire il mio talento, come ci insegna Morelli in uno dei suoi libri. Fu una mattina che un mio professore e amico medico pronunciò delle parole, che col senno di poi mi parvero una premonizione. Mi disse: “Sai, chi non segue la sua anima, ciò che è, ciò che ama, si ammala, il corpo tira fuori ciò che la tua anima sente; se non lasci spazio alla voce del cuore, la malattia parlerà per te”. Il libro del dottor Morelli che lessi poi confermava ciò che mi aveva detto il mio caro amico. Passarono circa 3 anni e finalmente partimmo per il mio primo viaggio in Africa, il Kenya: ero fuori di me dalla gioia, allora credevo che un breve viaggio mi sarebbe bastato…

 

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