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Mama Kenya capitolo 2

Pubblichiamo a puntate le eccezionali avventure di una lettrice che ha scelto di vivere 3 anni intensissimi in una tribů ‘primitiva’

Mar 03 Ago 2010 | di Lorena Gagliotta | Mama Kenya

 

Partivo con colui che era mio marito, ero entusiasta e lui condivideva o perlomeno cercava di essere più vicino possibile alla mia pazza esuberante voglia d’Africa, come d’altronde facevo io sostenendo la sua bellissima passione per il disegno. La mia borsa era piena di rullini fotografici, cassette video - amo le foto e fotografare - in più sentivo una tale sete di quei luoghi che volevo catturare ogni istante, come se quelle foto potessero rubare un poco di quei momenti. Persino le ore in aereo mi parevano magiche, dolci, fissavo lo schermo, l’immagine del nostro aereo che mostrava la rotta sull’Africa mi cullava… poi la discesa, l’atterraggio: mi alzai dal sedile, l’emozione mi saliva veloce, avevo freddo, poi di colpo uscita dall’aereo, un’afa, l’umidità contrastante con il fresco dell’aria condizionata mi colpì. Fu indescrivibile, ridevo, piangevo dall’emozione nello stesso tempo, amore, sollievo, serenità. Mi sentivo in pace.

Il mio viaggio fu soprattutto un viaggio nella mia anima. Mio marito mi osservava parlare con le persone, muovermi in quei luoghi, tutto pareva essere già mio, ero a mio agio, strinsi legami con la gente così facilmente da lasciare gli altri turisti stupiti. La cosa che più mi lasciò esterrefatta era la lingua di quei luoghi, bastava ascoltarla e mi suonava quasi familiare, naturalmente fu un viaggio che mi segnò nel profondo.

Quell’anno con tanta gioia scoprivo di aspettare un bimbo, amavo i bambini, tanto, tantissimo al punto da volerne di miei e desiderare di adottarne. Anche per mio marito era una gioia, anche se per lui la vita era dura e quindi l’idea di adottare un bimbo doveva giustamente essere valutata benissimo. Credo che bisogna comunque essere in due a volere fare un passo grande, quindi accantonammo l’idea almeno fino a che non fossimo davvero d’accordo. Ero al terzo mese di gravidanza circa, tutto mi sembrava andare benissimo, ero attiva come sempre tanto che esercitavo la mia professione da estetista, gestivo un centro mio, praticavo sport. 

Poi le nausee, bene anche quelle, erano parte di una normale gravidanza, ma purtroppo non era così. Cominciai a notare piccole perdite ematiche, l’ecografia era normale, però pareva che il feto fosse indietro leggermente con lo sviluppo, niente di preoccupante. Passarono 2 settimane e non sentendomi tranquilla tornai chiedendo un’altra ecografia. Non so cosa mi guidò, forse il mio angelo custode: non appena la dottoressa scrutò il mio utero, la sua espressione cambiò, poi mi spiegò che c’era un problema. Chiamò il primario che era nella camera adiacente e il verdetto fu atroce: “Signora - mi disse - si è sviluppata una forma tumorale rara che ha invaso l’utero, il bambino è già morto”. 

Mio marito era accanto a me, una silenziosa tristezza gli velò gli occhi, poi il dottore mi comunicò che il giorno dopo sarei stata operata. Quella sera ebbi un‘emorragia, poi l’ospedale... Mi crollò il mondo addosso, fino al giorno prima ero felice con il mio bambino nel cuore, poi lui non c’era più. La mia era una forma rara di mola degenerativa: tumore della placenta. I dottori mi dissero che mi cresceva ad un ritmo velocissimo, le nausee erano dovute all’innalzamento che si triplicava dell’ormone bhcg, l’ormone che si produce in gravidanza, ma che nel mio caso era spropositato per il tumore. Mi operai mostrandomi serena, sono sempre positiva, così con un sorriso mandai tutti a casa, stavo bene. Potevo passare la notte da sola.

La mia camera era spaziosa, con tre letti. Accanto al mio, vi era una signora, ero stupita perché il suo volto era somigliante alla mia nonna paterna, per me una donna importantissima, ci siamo amate tanto, le somiglio molto. Mia nonna che era scomparsa da anni mi sembrò essermi accanto, come un angelo, quella presenza mi rassicurava. Era scesa la notte e la signora si addormentò, ero rimasta finalmente sola con me stessa, ora dovevo fare i conti con il dolore, non quello fisico che pure non mi lasciava. La testa mi doleva tanto che pensai di chiamare l’infermiera, poi rinunciai. Anche l’utero si contraeva dandomi i suoi colpi, ma più duro era il male del cuore: la mia placenta che avrebbe dovuto nutrire mio figlio lo aveva soffocato, ciò che doveva aiutare a vivere aveva generato morte. Mi girai verso la finestra, davanti vi era in alto sulla collina una chiesa, illuminata tra gli alberi, fu la mia compagna. Era un’immagine surreale, pareva che Dio mi fosse vicino. Piansi tanto, tantissimo, pregai per me, per la signora del letto accanto, per tutti coloro che mi furono vicini, per mio marito che mi dava dolcezza, poi crollai, mi addormentai profondamente. 

Passarono giorni duri vuoti, i medici erano vaghi, “forse il tumore potrebbe già essere andato in metastasi”: quella frase mi rimbombava nella testa, i risultati tardavano. Sapevo di una ragazza morta pochi mesi prima del mio stesso male, era qualcosa che mi faceva soffrire: lei felice come lo è una mamma in attesa del suo piccolo, come lo ero io, muore. Ma il mio pensiero era ancora una volta in Africa, non potevo morire prima di essere riuscita a tornarvi. Domandai a mio marito di portarmi tutte le mie foto del Kenya, mi circondai dei volti di amicizie lontane, ma così meravigliose. Pregai Dio, chiedendogli di darmi ancora tempo su questa terra, il tempo necessario per tornare in Africa a compiere la mia missione, aiutare ed essere vicina a chi ne avesse avuto bisogno. 

Credo che Dio mi abbia ascoltato: dopo 2 anni di controlli serrati la mia malattia si poteva dire sconfitta, Dio mi aveva regalato una seconda vita. Sì, io dico che sono stata fortunata, avere una seconda possibilità non era da tutti. La vita è splendida, va sempre amata e rispettata. Da allora capii che l’anima va sempre ascoltata, forse il mio male era il messaggio spedito dal mio profondo per farmi capire quale sentiero dovessi imboccare.

Nonostante i controlli settimanali che facevo dopo l’operazione, pregai il mio medico di acconsentire a farmi partire per il Sud Africa: acconsentì a patto che non appena rientrata facessi i prelievi e i controlli di routine. Fu un viaggio indimenticabile, mi divertii come non mai dimenticandomi tutto, anche il dolore del cuore svaniva. Quell’anno però il mio matrimonio finì, delicatamente, come sempre noi eravamo. Mio marito ed io ci lasciammo, non un litigio, non una parola irrispettosa, quasi un divorzio d’amore. Ancora oggi siamo uniti in una grande amicizia, rispettosa e forte, perché sono convinta che lui sia una persona speciale.

Nonostante tutto, la malattia, la separazione, mi sentivo fortunata, in me era come se ci fosse una grande luce, volevo attivarmi, dovevo tornare in Kenya, cercare lavoro per mantenermi sul posto; intanto tramite internet assieme ad un amico, Alessandro, e sostenuta da tutto il gruppo di amiche e amici, cercavo lavoro presso hotel, villaggi turistici, organizzammo un viaggio di gruppo in Kenya, dove però 3 degli amici che dovevano venire, rinunciarono. Non potevo fermarmi, così decisi di andare con o senza gli altri. Alessandro era come un fratello maggiore e quasi voleva proteggermi, in più anche i miei genitori, credo si sentissero più tranquilli se con me ci fosse stato un protettore. 

Finalmente il ritorno in Kenya. Allora avevo cominciato a studiare lo swahili la lingua nazionale del Kenya e Alessandro rimase sconvolto da come comunicassi facilmente con i Kenyoti. L’arrivo in quella terra, il ritornare, fu come una carezza: ritrovare amici, risentire gli odori, le musiche, la bellezza di quei paesaggi mi trasportava, rinascevo. Ero viva, viva come non mai prima. Ale era contagiato, entusiasta, tanto che al nostro rientro andava raccontando a tutti, compresi i miei, che l’Africa era la mia terra, lì i miei occhi erano diversi, ero a mio agio, raccontava del meraviglioso rapporto che nasceva con i bambini e concludeva dicendo: “Se la vedeste lì, capireste…”.

Passarono 4 mesi di attesa infinita, poi le prime risposte: avevo addirittura scelta, 3 proposte di lavoro in Kenya, una sorpresa inaspettata. Tra le varie mail avevo spedito una richiesta a Licia Colò, speravo lei conoscesse bene quei luoghi, poiché i suoi viaggi toccavano spesso il Kenya. Le domandai un indirizzo, la gentile Licia volle farmi una sorpresa: sentendo della mia vocazione di raggiungere l’Africa, mi chiamò in trasmissione trovandomi un lavoro sulla costa; ne fui felice, le devo un grazie speciale, anche se poi, per motivi di prospettive più a lungo termine, scelsi il lavoro propostomi in una grande beauty farm sulla costa di Malindi. Accettai, entro un mese sarei dovuta partire, lasciare tutto, la mia famiglia, i miei amici, cambiare Paese. Non era semplice, mi consolavo dicendo che una volta l’anno sarei tornata, sapevo che era poco, ma sapevo anche che finalmente avrei coronato un sogno, avrei lavorato e nel frattempo avrei trovato il modo di essere d’aiuto a qualcuno.

 

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