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Mama Kenya capitolo 3

Pubblichiamo a puntate le eccezionali avventure di una lettrice che ha scelto di vivere 3 anni intensissimi in una tribů ‘primitiva’

Mer 04 Ago 2010 | di Lorena Gagliotta | Mama Kenya

I saluti, gli addii, non mi piacevano, mi capitava di sorprendermi  in silenzio, osservare ciò che mi circondava e pensare che non lo avrei più avuto con me per lungo tempo. Tutto mi riportava al saluto della mia Napoli, a quegli addii che avevo vissuto anni prima, in più sapevo di dare tristezza ai miei. Accettare il distacco non era semplice, per loro ero la Lorena bambina, quella che tutti ricordavano nei pianti a scuola, quella troppo sensibile. Forse ai loro occhi apparivo vulnerabile per un luogo così duro come è l’Africa; quello che sarebbe successo della mia vita dimostrò il contrario nel tempo. 

Sono convinta fermamente che spesso noi adulti diamo ai nostri figli delle classificazioni nel bene o nel male, è il nostro punto di vista: se un bambino è più silenzioso, lo giudichiamo un difetto ad esempio, mentre non è detto che un bambino con questa caratteristica non diventi un adulto aperto e forte. Io credo nella forza che nasce con ogni bambino, bisogna appunto non spegnere il fuoco e l’energia che ogni bimbo possiede, capita di smorzare pian piano l’entusiasmo di qualcuno, spegnendo poi nel tempo il suo animo. La persona che soffriva tanto per quello che sarebbe stato un netto distacco era mia sorella. Eravamo state unite sempre, il suo dolore la portava ad essere spesso aggressiva con me, viveva il mio allontanamento come un abbandono, quasi fosse il mio uno scegliere preferendo un qualcos’altro a lei, capivo ciò che provava, perché soffrivo quanto lei. Tutte queste situazioni, piccole e grandi malinconie venivano placate da una forza immane che sentivo dentro, una cosa che non so ben definire, un richiamo. 

Ringrazierò all’infinito il mio amico Ale, perché mi è stato vicino davvero, ore ed ore a parlare, quasi ogni sera prima della mia partenza andavamo a bere un tè caldo. Era freddo, era il mese di dicembre, amavamo sedere davanti a quella calda bevanda, le sue parole erano sempre incoraggianti, lui mi aveva vista in Africa, poteva capire, voleva passare quei giorni con me. Immaginava ciò che sarebbe successo, era convinto che avrei combinato grandi cose, gli devo tanto e credo lui sappia quanto gli sono grata, anche per tutti i cioccolatini che mi ha fatto mangiare. Prima che il fatidico giorno arrivasse, il gruppo dei miei più cari amici mi organizzò quella che fu una festa di saluto, mi commossi. Lorenzo mi diede una lettera con uno splendido disegno, una rondine in un meraviglioso cielo, perfetto nei tratti, data la sua magica mano, disegnatore per professione, ornitologo; ma la bellezza di quel disegno era il pensiero che mi scrisse e il significato: per lui ero come una rondine, che parte per l’Africa per poi tornare in primavera. Giovanna amica sincera, compagna davvero unica, mi regalò un libro con una frase dedica, era un poco ciò in cui credevamo. Diceva: “Nessun posto è lontano, se amate qualcuno non siete forse un po’ con lui?”. 

Vorrei ricordare tutti coloro che mi furono vicini, non posso, ma li ringrazio di cuore, ero davvero fortunata ad avere attorno amici così. Un altro saluto mi immalinconiva un poco ed era quello da dare ai miei zii Laura e Giuseppe, nel loro cuore sapevano che prima o poi un giorno mi avrebbero dovuto veder partire per il vecchio continente, mi hanno sempre sostenuta, consigliata, aiutata, ero sicura che nonostante la grande distanza li avrei sentiti spesso, e così è stato. Davvero una forza unica seppero comunicarmi, fu così che il giorno della partenza arrivò.

Non riuscivo ancora a crederci, ero in aereo, osservavo i passeggeri, cercavo di capire chi potesse essere al suo primo viaggio in Africa, chi un grande habitué. Poi chiudevo gli occhi, cercavo di immaginare il mio posto di lavoro: da domani sarei stata da sola, completamente, in un posto amato; ma comunque avrei affrontato difficoltà, burocrazie, esperienze che sicuramente non potevo ancora sapere. L’aeroporto di Mombasa, piccolo, familiare, caldo, e l’afa mi accolsero. La folla di turisti si accalcava, tutto l’iter era per me semplice, date le precedenti volte che avevo viaggiato in Kenya. I portatori di borse si avvicinavano, con garbo salutavo e ringraziavo, poi rispondevo in swahili: “Mutu moja tafadhali (una persona sola per favore)”, le persone stupite del mio capire e parlare swahili tornarono indietro, lasciando posto al più cocciuto, che ebbe la sua lauta mancia. 

Salii nel piccolo bus che mi doveva portare a Malindi, avevo circa 2 ore di macchina, la distanza  in sé non era tanta, circa 125 km., ma la strada era soprattutto nel tratto chiamato Kilifi (ricca di buche): inutile dire che adoravo anche quelle. Appoggiai la testa al vetro, nonostante tutti o quasi cominciarono a dormire dopo le 8 ore d’aereo, 2 in aeroporto a Roma, 2 e mezzo da Perugia a Fiumicino e altra ora a Mombasa. Io ero sveglia, adoravo guardare, la città era caotica: colonne di macchine, biciclette, pulmini carichi di gente, piccoli duka (negozietti che vendono di tutto, fatti di lamiere) accoglievano clienti, gruppi di bambini in divise scolastiche camminavano, era mattina, l’orario di scuola era vicino; uomini magrissimi sudati spingevano carichi enormi in bilico su carrelli che avrebbero dovuto essere trainati da autovetture. Poi. lasciata la parte più caotica, il ponte che passava sull’acqua; poi luoghi e hotel per turisti, finalmente  l’immensità dei luoghi che sfrecciavano ai lati del bus, baobab enormi e poi le persone con il loro camminare in fila indiana ai lati delle strade, donne avvolte in kanga (parei tipici), facevano ondeggiare i bellissimi corpi, il loro era un portamento impeccabile, altero nonostante il capo fosse sovraccarico di ceste piene di frutti e nonostante le loro spalle portassero magari anche un bimbo addormentato, stordito dal sole rovente, poi un luogo di sterminate coltivazioni di agavi, piante da cui si ricavano corde. Scrutavo ogni cosa: i villaggi, le case costruite con fango e makuti (tetti fatti di palme intrecciate), i bambini che ad ogni rallentamento del bus correvano salutando “Jambo!”, chi ormai non conosce questa simpatica parola? Arrivai a Malindi, direi sana ancora, dato che il nostro autista era un tipo abbastanza spericolato, fu quasi un sollievo essere arrivata.

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