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Mama Kenya capitolo 4

Pubblichiamo a puntate le eccezionali avventure di una lettrice che ha scelto di vivere 3 anni intensissimi in una tribů ‘primitiva’

Lun 09 Ago 2010 | di Lorena Gagliotta | Mama Kenya

Scesi dal bus, mi trovavo all’entrata del bellissimo villaggio turistico in cui avrei lavorato, ad accogliermi il direttore amministrativo Marco B. Non appena varcai la soglia, mi trovai l’immensa reception, poi sentii una voce chiamare: “Lorena!”. Una figura slanciata, bionda, occhi azzurri, si avvicinò a me con fare sicuro e cordiale. Capii immediatamente chi fosse, ci eravamo parlati solo via mail, ma era colui che mi aveva scelta per il lavoro di direttrice in beauty farm. Avevo la gestione completa del centro, con 5 ragazze ad aiutarmi; salutai Marco B., ricambiando il suo entusiasmo. Mi disse che ero la benvenuta, poi mi portò nell’ufficio di colui che diede l’ok per la mia assunzione, Maick: entrai nel suo ufficio, era il proprietario di quel meraviglioso villaggio. Mi accolse con cortesia, ma il suo approccio era più pacato, comunicava più imbarazzo e timidezza, un uomo maturo di bell’aspetto, brizzolato e molto abbronzato; quando la chiacchierata sull’impostazione del lavoro terminò, mi disse di riposare un paio di giorni, godermi il sole, così mi sarei ambientata.

Mi fu mostrata la mia splendida camera, un lodge stile Africano con cornice di bouganville, con una splendida piscina, davanti e alla mia sinistra la spiaggia con il suo bellissimo Oceano Indiano...  sapevo che ci avrei dormito pochissimo in quel lodge, ero in contatto già con degli amici locali, mi stavo organizzando per trovare sistemazione in un villaggio locale della tribù dei Giriama: sarebbe stato distante più di 25 km dal lavoro, questo mi avrebbe comportato alzatacce e un rientro serale che poteva arrivare alle 21. Inoltre i miei spostamenti avvenivano con mezzi locali, anche di notte, questo però mi dava l’opportunità di conoscere, vivere due realtà, quella italiana bianca e quella locale. I due mondi vivevano nello stesso Paese, ma si toccavano pochissimo se non per motivi di lavoro. Io ero ferma sulle mie intenzioni: se si decide di vivere in un Paese, non si può scegliere di vivere in una specie di ghetto, si dovrebbe conoscere la gente del posto, davvero, e non soltanto dall’alto dei nostri pregiudizi e in più si dovrebbe convivere con il bene e il male di un paese per dire di conoscerlo a fondo. Così con l’aiuto di persone fidate Kenyote mi recai a vivere con un’amica kenyota al villaggio di quella che un giorno sarebbe diventata la mia seconda famiglia.

Sumi era una ragazza dolcissima, l’avevo conosciuta durante il mio primo viaggio in Kenya. Camminava sulla spiaggia cocente, i suoi occhi grandi, grandissimi, il suo sorriso illuminavano quel buibui (velo nero che copre le donne musulmane), trasportava una grande borsa nella quale portava sandali di cuoio ricamati con perline colorate, provava a venderli ai turisti. La fermai, le domandai  il prezzo, come succede sempre in Africa, trattare è d’obbligo, così come in Kenya obbligo è andare piano piano, (pole, pole): così Sumi tolse le scarpe una ad una, rovesciò tutto sulla spiaggia, finimmo per parlare un poco, capii che aveva due bambini, gemelli; infine le dissi che le scarpe che più preferivo erano le sue. Lei non possedendone di uguali si chinò e togliendo i sandali dai piedi mi disse: “Te li regalo”. La guardai, sfilai dal mio portafogli i soldi e tentai di pagare, rifiutò. Così le dissi: “Tu prendi le mie scarpe”. Fu al settimo cielo, accettò, erano nuove, provenivano dall’Italia e lei si riteneva più che soddisfatta; ci scambiammo un abbraccio, poi gli indirizzi e da allora fu mia amica. Con lei più tardi avrei conosciuto la tribù con la quale avrei vissuto 3 anni circa.

Nel frattempo, dopo qualche giorno passato a sbrigare pratiche e dopo essermi ambientata un pochino anche nel luogo di lavoro, Marco B. mi portò a conoscere le mie colleghe di beauty farm. Il centro benessere era paradisiaco, la bellissima sala d’aspetto accoglieva i clienti con poltrone color panna, il bellissimo giardino ricco di piante di ogni genere dava sulla bellissima piscina, il tutto contornato da maestosi archi, precedeva il corridoio con le cabine una cascata lenta d’acqua, che scorreva lungo rocce, per poi cadere suonando delicata in un laghetto artificiale. Ero soddisfatta, avrei svolto il mio lavoro in un ambiente idilliaco. Anche in Italia avevo una beauty farm, quindi ero sicura di me, ancor di più perché avevo studiato con ottimi risultati, diplomandomi con il massimo dei voti. La cosa che mi destabilizzava era ciò che Marco B. mi aveva accennato pochi giorni prima: eravamo nel suo ufficio, mi mostrava le uniformi da scegliere sul catalogo, quando mi spiegò che il centro aveva bisogno di qualcuno che lo riportasse ad un buon livello di vendita e di tranquillità, poiché tutte le ragazze che vi lavoravano erano a posto, ma vi era una tra loro che spesso era stata sospettata di furti, che spesso fomentava la gente in azioni strane; il problema secondo lui era l’appoggio che lei sentiva dal direttore Maick, era a lavorare con lui da anni e lui riusciva a fare sempre in modo di evitare problemi alla donna: la situazione mi preoccupava anche perché Iris, questo il suo nome, era  davvero cocciuta.

Quando giunsero le presentazioni, mi ritrovai le ragazze davanti in fila, mi porsero la mano timidamente, l’unica più spavalda fu Iris: prima mi scrutò dall’alto verso il basso, poi mi diede una forte stretta di mano, ridendo e dicendo: “Benvenuta!”. La sua era un'aria da leader, ma io ero sicura che sarei riuscita a stabilire un rapporto anche con lei. Avevo la sensazione che avessero quasi paura, il cambiamento le preoccupava, così non appena Marco B. ci lasciò sole cercai di rompere il ghiaccio: non fu difficile, soprattutto quando sentirono che dalla mia bocca uscivano domande nella loro lingua, ridevano incredule, mi domandavano come avessi fatto, dato che i turisti o i bianchi che vivevano lì da anni parlavano il solito swahili da primo approccio. Ci rilassammo e fu così che cominciai a costruire quelle che oggi sono tra le più grandi amicizie che ho.


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