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Mama Kenya capitolo 5

Pubblichiamo a puntate le eccezionali avventure di una lettrice che ha scelto di vivere 3 anni intensissimi in una tribů ‘primitiva’

Mar 31 Ago 2010 | di Lorena Gagliotta | Mama Kenya

 

I giorni cominciarono a scorrere veloci. Una calda sera decisi di andare a cena presso un hotel di un amico, era da tanto che non tornavo in quel posto, avrei ritrovato ricordi, altri amici e, in più, la mia amica Sumi aveva trovato un posto di lavoro proprio come baby sitter presso dei turisti che erano lì alloggiati. Era un giovedì. Ricordo quel dì perché il giovedì ricorre spesso nelle mie date importanti. Anche quello fu un giovedì speciale, lo avrei saputo solo qualche giorno dopo. Infatti conobbi l’uomo che sarebbe divenuto mio marito. Naturalmente i miei amici mi accolsero più che gioiosi come sempre, poi mi diressi al tavolo dove la mia amica Cristiana mi aspettava sorridente. Era italiana, milanese, spesso viaggiatrice. Ci conoscevamo da poco, il nostro incontro avvenne durante una passeggiata in spiaggia: magrissima con due occhi di un verde acqua molto intenso, aveva però un non so che di triste. Avevamo scelto un tavolo diverso da quello assegnatoci in precedenza, ci fu permesso di cambiare, scegliemmo quello che guardava il mare, vedevamo e sentivamo il vento che muoveva le foglie delle lunghe palme, un dolce fruscio. Chiacchieravamo, quando una figura alta, imponente, ci interruppe dolcemente: l’uomo era il cameriere addetto al nostro tavolo, i suoi occhi mi colpirono, erano dolci, languidi, i suoi modi impeccabili. Non diedi troppo peso alle mie sensazioni. 

Poi, finita la splendida serata, mentre mi dirigevo verso la mia amica Sumi per salutarla, sorpresi quell’uomo ad osservarmi: non appena i nostri sguardi si incrociarono, lui prontamente distolse lo sguardo. Sumi si accorse del mio imbarazzo, poi mi disse: “È una persona seria, lo conosco; se sei interessata, sappi che è libero, separato”. Scoppiai a ridere! Immediatamente risposi sicura, negando il mio interesse, non volevo storie: ero separata da poco, a tutto pensavo, ma non ad un nuovo legame. Lei, sorridendo, continuò: “Lui mi ha domandato di te, ci ha viste parlare, non cerca avventure, lo so”. Chiusi l’argomento e le comunicai che l’indomani sarei passata da lei per portare la mia roba al mio nuovo alloggio. Prendemmo accordi: Sumi mi aveva affittato una camera, erano solo 4 lodge, con tetto in makuti, gestiti da una coppia di locali, immersa tra il verde e non possedeva grandi comodità. Era l’inizio di un percorso ad abituarmi ad una vita più dura: le mie intenzioni, difatti, erano quelle di riuscire pian piano ad andare a convivere con i locali o comunque essere più possibile vicina alla gente, per fare con loro e per loro qualcosa di concreto.

Il mattino seguente, con il permesso di Marco B., il mio direttore, lasciai la beauty per qualche ora e mi recai fuori dell’hotel: Marco era sempre disponibile a capire le situazioni, lo trovavo davvero simpatico, sempre professionale, la nostra si rivelò un’amicizia da subito. Quello fu il mio primo giorno in cui decisi di spostarmi senza le solite macchine care dei tassisti: dovevo imparare le strade, a cavarmela, da domani avrei dormito da sola a circa 25 km. da Malindi, dall’hotel dove lavoravo. Quindi fermai un boda boda (bicicletta munita di cuscino sul sedile posteriore per portare passeggeri), il ragazzo mi guardava con area interrogativa: una muzungu (bianca, straniera) che voleva andare in boda? Poi sorrise, mi fece salire, gli domandai di portarmi allo stage dei matatu (pulmini locali, addetti al trasporto di persone da un posto all’altro). I posti a sedere sono solitamente limitati a 12 persone compreso il conducente, ma vengono caricati fino a che le persone si accalcano e fino a che si riesce a respirare a malapena. Sono di colore bianco, decorati da disegni adesivi, internamente i sedili sono rivestiti con pelle, pellicce zebrate. Hanno luci blu elettrico per la notte o gialle fluorescenti e sempre musiche locali: swahili o reggae ad un volume altissimo. 

Adoravo tutto, mi sembrava tutto allegro. Sembra che il pulmino vomiti gente da ogni lato: seduta sul mio boda, osservavo incantata il mare, la strada lo costeggiava, poi sfilavano davanti ai miei occhi localini per turisti, ristorantini. Prendevamo la strada che era fiancheggiata dai falegnami locali, lavoravano all’aperto mostrando i bellissimi letti intarsiati in legno. Le strade erano popolose, gente indaffarata, chi camminava, chi discuteva, poi i mercati colorati, frutta, verdura messe in ordine sui grandi parei poggiati per terra. Il traffico e i clacson aumentavano man mano che ci avvicinavamo al centro. Poi i famosi jua kali (sole feroce), così vengono chiamati dai locali i venditori sulle strade, perché il loro lavoro si svolge sotto il sole e sotto tetti di lamiera arroventati. Quando giungemmo ai matatu, pagai trattando il mio prezzo, ero bianca e spesso le persone sulla costa abbinano l’uomo bianco al denaro, anche e soprattutto per un turismo che ha dato un'immagine sbagliata, purtroppo! Riuscii a pagare un prezzo equo, salutai e subito fui afferrata da un procacciatore di clienti per il matatu, gridava: “Watamu! Watamu!”: era la località dove sarei dovuta arrivare e poi avrei dovuto camminare per circa 1,5 km a piedi. Sumi mi aspettava alla fermata di Watamu, mi avrebbe mostrato la strada, era un sentiero sterrato: palme e capanne. Salii in quel caotico, ma simpatico pulmino, trovai posto a sedere e il viaggio ebbe inizio.

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