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Mama Kenya capitolo 6

Pubblichiamo a puntate le eccezionali avventure di una lettrice che ha scelto di vivere 3 anni intensissimi in una tribů ‘primitiva’

Ven 10 Set 2010 | di Lorena Gagliotta | Mama Kenya

Nei matatu vi sono il conducente e colui che fa i biglietti, il pagamento dipende dalla distanza, naturalmente. Il pulmino era completo, ma le persone continuavano a salire ad ogni fermata. Entravano persone, tanto che molti restavano in piedi con le porte aperte, quasi penzolanti. Ascoltavo lo stupore delle persone, parlavano chiedendosi dove scendessi, ascoltavo il loro swahili, erano ignari, non potevano sapere della mia conoscenza della lingua, quindi si lasciavano andare ad apprezzamenti: “Huiu muzungu a ta shuka wapi? Ana sura mzuri” (la bianca dove scende? Ha un bel viso). Io sorridevo, a volte ringraziavo ironica, rispondevo alle loro curiosità: scoppiavano a ridere! Poi cominciavano le domande. Cercavo di osservare più possibile la strada: come sempre l’autista correva, sorpassava le auto sfiorando frontali da farci rabbrividire. 

Io ero davvero felice, tutto mi appariva semplicemente meraviglioso: la gente che camminava ai lati della strada, i palmeti, la terra rossa, la vita quotidiana. Mi sentivo a mio agio, ero quasi isolata nei miei pensieri felici, la mia mente vagava ancora incredula di essere finalmente qui, in Africa! Poi improvvisamente sobbalzai, fui presto riportata alla realtà dal clacson che strombazzò, i poveri pedoni o chi viaggiava in bicicletta non dovevano intralciare il traffico automobilistico, così dopo una forte suonata si potevano vedere uomini o donne lanciarsi ai lati delle strade un attimo prima di essere investiti. Nessun autista rallentava, tanto meno il nostro, un uomo magro con occhi sporgenti arrossati, masticava miraa (foglie di una pianta che dà effetti se masticata a lungo, più intensi della caffeina, riduce poi la fame e naturalmente porta via sonno). Spesso i locali la masticano assieme alle gomme alla fragola, simili alle nostre gomme per bambini, così il dolce maschera l’amaro della pianta; possono durare ore, è un vero rito, fin quando il tutto diventa una poltiglia verdastra. 

Dopo circa 35 minuti arrivammo a destinazione. Vidi Sumi, indossava il suo bui bui nero, era sorridente! Scesi prendendo due borse non troppo pesanti, camminammo per quel sentiero per circa 30 minuti, salutando ad uno ad uno i passanti. Tutti erano curiosi di sapere chi fossi. Poi arrivammo, mi accolse il proprietario dei lodge, si faceva chiamare J.M., era con la moglie July: lei bassina, esile, gentile, lui robusto, panciuto, un viso largo e pacioccone, aveva una risata quasi automatica: ad ogni mio discorso rideva di gusto, quasi compiaciuto. Erano giovani: lei non arrivava ai 23 anni, lui forse poteva aver raggiunto i 25. Erano visibilmente contenti, ero l’unica cliente che avrebbe pagato un fisso mensile, i loro clienti erano africani che affittavano al massimo per una o due notti... Turisti bianchi nessuno! Concordammo un prezzo che era molto buono per loro e anche per me, circa 6.000 scellini (circa 60 euro al mese). Non avevo cucina, solo una camera per dormire, un bagnetto, una splendida veranda che dava nel verde delle bougainvillee e delle palme. Mi bastava! Per cucinare avrei comprato un fornelletto a gas. 

Sistemai la mia roba, Sumi mi aiutava, mentre mi raccontava che lei di origine non era musulmana. Il marito musulmano la costringeva a portare il velo, era un uomo violento. Sumi stava per divorziare, non le domandai troppo, mi sembrò di essere indiscreta, così le assicurai che, se avesse voluto, per qualsiasi cosa, ero pronta ad aiutarla. Mi sorrise e annuì. Cambiammo discorso: le spiegai che, con il permesso del capo del loro villaggio, avrei avuto piacere di visitarlo. Le spiegai che volevo inventare qualcosa per essere utile, non possedevo nulla, ma lavorando avrei guadagnato. Agire, volere è più importante di possedere a volte! Ero decisa: nulla mi avrebbe fermato. Quando ebbi terminato il mio lavoro a casa, notai che il tempo era volato. Marco B. mi telefonò, gli comunicai che sarei arrivata presto, ma lui mi disse di stare tranquilla e di riposare. Mi disse che mi aspettava l'indomani alle 8.45 circa, lo ringraziai, era sempre disponibile, mi rassicurò. 

Il sole cominciava a calare, mi accomodai su di una sedia in veranda e mi lasciai coccolare dai raggi che filtravano tra le foglie delle grandi palme… July mi portò un chapati (una specie di piadina fritta di origini indiane), fatta con farina, grassi e sale; poi mi diede un uovo fritto, era ottimo, la ringraziai, il giorno dopo avrei provveduto a comprare il fornelletto a gas. Dopo poco, quando calò il buio, assaporai il silenzio, solo la luce della camera di J.M.e July si intravedeva. Sentii dei passi, qualcuno sussurrò: “Hodi?” (permesso?). “Karibu!” (benvenuto), risposi, nonostante ancora non distinguessi nessuna figura a me familiare. Poi, un ragazzo sui 26 anni mi si avvicinò, mi rassicurò: era un askari (guardia), sorvegliava i lodge, era magro, alto, affabile; possedeva una divisa malandata, bucata qua e là. In mano aveva un manganello, mi diede la buona notte, lavorava per pochissimo. J.M.aveva a malapena la possibilità di mantenere la struttura, spesso assicurava alla guardia solo i pasti e un posto per dormire. Salutai l’uomo e mi addormentai profondamente. Il mattino seguente ero riposata, mi diressi al sentiero e salutai i miei nuovi amici. Mi affrettai ad arrivare alla fermata per aspettare i matatu

Tutti mi salutavano: i bambini ridevano, la mia presenza attirava gli sguardi, di sicuro non passavo inosservata. Tutto cominciava ad essermi già familiare. Erano appena le 7, ma il Kenya era sveglio da tanto. Si accostò a me un uomo, mi salutò, guardai il suo viso, era lui: Shindo, il cameriere che Sumi voleva presentarmi. Ne fui sorpresa, ma contenta, era evidentemente imbarazzato quanto me, entrambi eravamo consapevoli di ciò che provavamo. Eravamo attratti l’uno dall’altra, questo rendeva tutto più difficile! Mi disse che viveva in un villaggio non lontano da quello della famiglia di Sumi, si conoscevano da bambini, doveva anche lui raggiungere il lavoro. Mi domandò se volessi fare colazione: vi era un posto a Timboni dove vi erano chapati ottimi e mamuri freschi, una specie di zeppole dolci aromatizzate con latte di cocco e cardamomo. In effetti mi sarebbe piaciuto conoscere Timboni, era importante vedere dove avrei vissuto, i luoghi dove mangiare, dove trovare piccoli duka (negozietti). Accettai! Timboni era un piccolo paesino fatto di negozietti in lamiere, altri in muratura, una farmacia locale, un mercato, insomma mi piacque subito. Il posto in cui mangiammo aveva una veranda con tavolini all’aperto e tovaglie in plastica. Dentro era caldissimo e affollato, ci accomodammo fuori. Il tè era bollente e profumatissimo, perché aromatizzato con lo zenzero. La giornata stava cominciando bene, purtroppo dovevo scappare. Scindo mi chiese se avessimo potuto cenare assieme, accettai, ci saremmo visti alle 21.

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