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Mama Kenya capitolo 7

Pubblichiamo a puntate le eccezionali avventure di una lettrice che ha scelto di vivere 3 anni intensissimi in una tribů ‘primitiva’

Gio 14 Ott 2010 | di Lorena Gagliotta | Mama Kenya

Il sole era già caldo, arrivai al lavoro dopo il mio viaggio in matatu e in boda boda, fui fortunata: il mio autista di bicicletta fu nuovamente Wanjiru, un ragazzo venuto a cercare fortuna sulla costa.  Lavorava in boda fino a notte tarda, per riposare poche ore e riprendere. Proveniva da Nairobi, qui non aveva nessuno, mi propose di diventare il mio boda boda personale, sapeva che tutte le mattine verso le 8 arrivavo a Malindi e che la sera spesso uscivo dal lavoro alle 19,30 circa. Accettai, era puntuale, affidabile, non era da tutti: gli orari in Africa spesso sono approssimativi, non c’è fretta come da noi! Stupendo, ma nel mio caso dovevo arrivare puntuale, ero a lavoro in un hotel per turisti e turisti anche esigenti, dato i prezzi pagati per le loro vacanze. Il lavoro procedeva benissimo, cominciavo a stringere amicizie piacevoli con i colleghi italiani, tanto che formavamo un bel gruppetto.

Intanto gli africani, che lavoravano nel villaggio turistico con me, si erano passati la voce sulla ragazza italiana dall’animo pulito, così mi diedero un soprannome, in effetti fu solo il primo di tanti altri, tutti dolci, mi sentivo onorata. In effetti, strinsi amicizia con tutto il personale di colore, cosa che lasciava stupiti bianchi e neri: alcuni bianchi restavano abbastanza sulle loro, i rapporti con i locali erano spesso di collaborazione lavorativa, sorrisi cortesi, niente andava oltre, i locali diffidavano nel confidare le loro vite, c’era una certa sottomissione, non mi piaceva affatto notare che i kenyoti ogni qualvolta ci fosse un bianco sul matatu si dovessero alzare per fare posto, anche gli anziani pur sofferenti e malandati facevano lo stesso; non accettai mai di togliere il posto solo perché fossi bianca, anzi cercavo di cederlo a qualcuno anche io: cortesia reciproca sì, non dovere per sottomissione. 

Nel tempo notai che le persone che lavoravano con me mi si avvicinavano, chiunque si confidava, persino cose che venivano taciute assolutamente agli altri superiori bianchi, venivano raccontate davanti a me, si fidavano, il fatto poi che parlassi la loro lingua facilitava, ero partecipe di problemi, pettegolezzi, tutto, mai però o perlomeno raramente mi furono domandati soldi ma consigli,questo mi fece capire che non mi vedevano solo una bianca, forse come una persona strana ma fidata. Le ore in beauty passavano piacevolmente, anche se nei giorni di grandi arrivi i turisti erano tanti, quindi eravamo senza tregua, nessuna pausa. Due volte a settimana vi erano meeting dove ci riunivamo nell’ufficio del direttore: tutti noi direttori di ogni settore, facevamo il punto della situazione, tutto era serio, non serioso, per poi finire con battute, risate, quando si lavora a contatto con tanta gente se ne vedono di cotte e di crude.

Nei momenti di pausa, con le mie amiche e colleghe di beauty farm si parlava tanto, cominciavo ad assaporare quanto fosse bello essere solidali tra donne, cosa che da noi si è persa: in Africa ho trovato una forza grandissima nelle donne unite in tutto e per tutto, magari fosse così anche da noi occidentali! Ci si confidavano problemi, ci si davano consigli, tutto veniva sdrammatizzato, come esorcizzato, si trovavano soluzioni, si sapeva che tutte avevano passato grandi dolori, con la consapevolezza che passa tutto, ogni cosa è risolvibile, in più si rideva tanto, l’allegria faceva da padrona. Ho amato profondamente Leila, Flora, Doroty, erano donne uniche, amavo passare il tempo con loro, la cosa che le rendeva felicemente esterrefatte era il fatto che io non dirigevo, ma lavoravo con loro. 

Nello stacco pranzo ci sedevamo attorno ad una grande bacinella, nel giardino sul retro sotto gli archi, nascoste dalle voluttuose tende, tutto era in stile arabo, le camere attorno dei turisti erano immerse in giardini fioriti di bougainvillee che salivano arrampicate sulle mura bianche, palme, alberi dai fiori rossi, tutto era idilliaco, elegante, l’atmosfera era surreale, rilassante. Tagliavamo i limoni piccoli, li spremevamo, poi con zucchero mescolavamo il succo e lo cuocevamo in un grande pentolone finché la cera per l’epilazione fosse pronta. Le chiacchiere ci accompagnavano, mentre l’irresistibile dolce della cera ci tentava, così assaggiavamo quella delizia, complici e spensierate.

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