acquaesapone Mama Kenya
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Mama Kenya capitolo 8

Pubblichiamo a puntate le eccezionali avventure di una lettrice che ha scelto di vivere 3 anni intensissimi in una tribů ‘primitiva’

Gio 21 Ott 2010 | di Lorena Gagliotta | Mama Kenya

Quella sera dopo il lavoro andai in spiaggia, avevo desiderio di restare da sola, erano circa le 18: 30, mi accoccolai sotto una palma e i miei occhi viaggiarono… Il vento mi carezzava, la sabbia sottile si alzava per ricadere come polvere d’oro bianco, il sole era quasi tramontato, i suoi raggi giallo arancio coloravano il grande cielo, le poche nuvole disegnavano ombre che mi facevano pensare ai colorati kanga africani, il mare era l’immenso ed io ero fortunata a poter godere di quello spettacolo. In riva al mare poche figure sottili scure camminavano, si allontanarono sullo sfondo divenendo ai miei occhi deliziose sagome stilizzate; le bellissime conformazioni di roccia vulcanica apparivano scurissime, erano così consumate dal mare che avevano assunto forme di immensi funghi in mezzo all’oceano. Pensai a quanto sarei stata felice un giorno di poter condividere tutto con chi era la mia famiglia, mia sorella, mia madre, mio padre... Erano passati circa 2 mesi e li avevo sentiti pochissimo: quando si è distanti le emozioni che provi vorresti comunicarle immediatamente, è proprio così che impari la pazienza, l’attesa. La maggior parte delle volte che vorresti sentire qualcuno non riesci, spesso le linee erano occupate, le telefonate costavano, insomma quando riuscivo a comunicare con i miei ciò che dovevo dire si era volatizzato. 

La cena con Shindo mi metteva ansia tanto che lasciai un messaggio e tornai a casa dandogli buca, volevo pensarci bene: lui il giorno seguente non sembrò affatto offeso, ci incontrammo alla solita fermata per il matatu ed io mi sentii imbarazzata al massimo, ma lui, come se nulla fosse, mi salutò. Mi scusai, lui mi strinse la mano e disse che mi avrebbe portato l’indomani in un posto speciale, poi si fermò improvvisamente e sorridendo disse: “Sempre che tu lo voglia”. Lo fissavo tanto che notai i suoi occhi interrogativi farsi cupi, mi scrollai di dosso le mille domande che cominciavo a pormi a ritmo incalzante e risposi tutto di un fiato: “Va bene, domani alle 21”! Il suo sorriso divenne enorme, gli occhi lanciavano scintille di gioia, rideva e si inchinava con il capo stringendomi la mano. Ad essere sincera mi spaventava tanto l’idea di impegnarmi con qualcuno, era ancora troppo poco tempo che il ciclone di eventi mi aveva spazzato via tante cose, stavo ricostruendo le mie macerie interiori, fui ancora tentata di non andare all’appuntamento, però non sopportando l’idea di essere maleducata, andai. 

Scindo aveva ragione, era un luogo che amai immediatamente: un locale intimo, i tavoli di legno erano immersi in un giardino romanticamente illuminato, ombrelloni in makuti riparavano ogni tavolino, banco bar, musica locale in sottofondo rendeva magica l’atmosfera. Vi erano poche coppie di colore e ricordo un unico uomo bianco oltre me, un inglese che beveva al banco una birra, era giovane biondo, i suoi capelli cadevano lunghi fino a toccargli il sedere. Cenammo con delizioso pollo fritto, patatine e tanta sprite. Nella tarda serata ci deliziammo con la musica dal vivo, il locale si riempì di gente piena di energia, fummo coinvolti dal ritmo meraviglioso e ballammo tutta la sera... Fu così che ebbe inizio la nostra storia.

Erano passati circa 3 mesi dal nostro primo appuntamento, ero da giorni in cerca di un terreno da acquistare. La mia idea era quella di trovare un luogo che fosse splendido per dare vita ad un'attività che potesse creare posti di lavoro ai locali e a me, naturalmente, dando modo alle persone, turisti sensibili, di essere a contatto e conoscere la vera gente locale, le loro abitudini, tradizioni, la loro cucina, conoscere il loro mondo medicamentoso, le piante utilizzate ed in più facendo un safari in barche locali scavate in alberi enormi quasi quanto i baobab, chiamati sufi dai Kenyoti. Si sarebbero costeggiate le mangrovie, uccelli e animali avrebbero offerto foto eccezionali, accompagnate dagli splendidi luoghi. 

Dopo aver esaminato decine di terreni che non mi convincevano, una mattina, mentre Scindo ed io ci avventuravamo in un luogo per me nuovo, lui mi mostrò il posto dove, quando era piccolo, spesso si nascondeva a giocare. Camminammo per 10 km circa, poi mi fermai, come se avessi visto il paradiso: lo avevo trovato! Dei brividi mi scesero lungo la schiena, ero visibilmente eccitata, volevo quel terreno, camminavamo in un luogo dal panorama immenso, dietro sorgeva imponente la foresta di Arabuko, davanti il mare rientrava in un’insenatura immensa che ricongiungeva le acque dolci di Middle Creeck con quelle salate dell’Oceano Indiano. Le mangrovie costeggiavano spiagge bianchissime piene di conchiglie, fenicotteri rosa a centinaia cercavano cibo, dando un tocco di colore corallo che risaltava sulla bianca sabbia, ibis, cicogne, cercopitechi si scorgevano tra le foglie, mentre i martin pescatori si tuffavano sui pesci centrando il loro bersaglio. Poche palme, ma molto alte si vedevano in lontananza: ci avvicinammo a fatica poiché la sterpaglia era fittissima, centinaia di metri di miah (pianta simile ad una palma bassa ricca di spine, durissima da estirpare, la gente utilizza le sue foglie resistenti per intrecciare borse e ceste). 

Ero incredula, camminavo, volevo osservare tutto: alberi di ebano, generosi di frutti, l’involucro nero lasciava intravedere, quando aperto, semi neri e arancio, parevano gioielli. Poi dinanzi a me a dominare l’immenso paradiso un imponente e vecchio baobab, saltai tra le braccia di Scindo, corsi verso quell’albero e dissi: “Possiamo comprare questa terra?”, Scindo rideva, il suo sguardo mi rimandava un solo pensiero: questa è matta! Allora incalzai, storcendo il naso un po' scocciata, fui contenta della sua risposta: mi spiegò che non lontano da lì viveva il proprietario che lui conosceva bene e che avremmo trattato con lui, il vecchio si chiamava Mumba. 

Quel terreno non lo utilizzava per svariati motivi, le maree coprivano la terra attorno facendo sembrare un'isola quel luogo e per lui era un problema, per me invece era un'unica meraviglia. Secondo inconveniente i babbuini: mangiavano tutto ciò che si fosse voluto piantare, ma per me era bellissimo essere a contatto con gli animali. Poi l’ultimo, ma non meno importante motivo, era la grande paura: quel luogo era chiamato Magangani (la terra degli stregoni), la credenza voleva che nei baobab risiedessero spiriti non sempre benevoli: proprio a pochi metri dal terreno vi era un luogo sacro, un secondo baobab, dove offerte venivano fatte in cambio di favori agli spiriti, pezzi di stoffe colorate, sistemate a segnalare il luogo oscuro. La notte nessuno voleva essere in quel posto, poiché urla e voci si udivano provenire da quegli enormi giganti. Naturalmente non mi interessava, per me tutto era bellissimo, io amavo il gigante, nulla mi avrebbe fermata. 

VAI AL CAPITOLO 9


Condividi su: