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Mama Kenya capitolo 10

Pubblichiamo a puntate le eccezionali avventure di una lettrice che ha scelto di vivere 3 anni intensissimi in una tribů ‘primitiva’

Ven 19 Nov 2010 | di Lorena Gagliotta | Mama Kenya

Sul mio lavoro ero riuscita a conquistare una posizione di grande fiducia e stima, Marco mi comunicava l’andamento della beauty spesso, gli incassi erano buoni, mai stati così. Ero in pausa pranzo, quando arrivò con il suo passo lungo, il suo pantalone coloniale e camicia color kaki. Aveva un sorriso smagliante, mi venne incontro e sedette accanto a me, l’unico posto libero rimasto dato che al tavolo eravamo uno staff consistente. Sulla sedia davanti c’era Maurizio, un grande manager che si occupava del ristorante; eravamo in ottima sintonia. Era toscano, lavorava in Kenya da anni, sempre pronto a tirare fuori battute, mai volgare, il suo umorismo era davvero una simpatica compagnia, brillante, per me un toccasana di allegria, un amico; sul lavoro serio, a volte un poco irascibile con i suoi dipendenti. A fianco erano seduti Rosita e suo marito Andreano, due cari amici. Erano una bellissima coppia mista, lui italiano, un viso dai tratti ben delineati, pelle scura, occhi blu contornati da folte sopracciglia scure, ligio al suo lavoro: lavorava con sua moglie appunto, una donna Kenyota, elegante, aperta, intelligente, il corpo longilineo, poteva sembrare un corpo da modella. Vestita con classe, la sera era una perla nera. 

Poi sul lato accanto, alla mia destra c’era Vale, una ragazza davvero in gamba: si occupava di gestire tutta la manutenzione dell’hotel, allegra, gestiva anche una boutique. Determinata, dava sempre una carica a tutti. Eravamo al tavolo del ristorante, pranzavamo lì e dopo riposavamo una mezz’ora prima di rientrare al lavoro. Marco si complimentò per il mio lavoro. Ero lieta, ma imbarazzata da quella frase di elogio detta avanti a tutti; comunque cominciammo a ridere tutti. Marco si fece serio: “Vorrei che tu, accanto alla beauty, allestissi un piccolo pronto soccorso, lo gestirai tu, sei brava per queste cose, i turisti si fidano, sei professionale, hai studiato 3 anni di dermatologia, sarai in contatto con il nostro medico”. Continuava senza prendere fiato: aggiunse che potevo vendere anche piccoli articoli e prodotti e che sarei stata io a mandare i pazienti all’ospedale quando necessario. Ne ero onorata: “Quanta fiducia”, pensai tra me; poi guardandolo negli occhi gli mostrai di essere felice abbracciandolo. Cominciai a proporre le mie idee. 

L’ambulatorio ebbe un grande successo, non solo con i turisti. Essendo amica e spesso ascoltatrice della gente locale, tutti i giorni avevo una discreta clientela africana che per piccole escoriazioni o problemi importanti veniva a domandare consigli. Molti dei miei interventi erano dovuti a ustioni: nonostante gli avvertimenti - numerosi per la ferocia del sole - i clienti spesso erano cotti come carne alla brace; e poi qualche mal di pancia dovuto più spesso alle bibite ghiacciate che a seri problemi. Spesso mi trovavo a cercare di convincere persone locali cercando di dissuaderle dal prendere ad ogni minimo sintomo medicine. Per loro la medicina aveva solo effetti positivi, nessun effetto collaterale; il rischio era che prendessero antidolorifici come caramelle. Magari arrivavano con la prescrizione scritta, poi volevano decidere da soli di aumentare le dosi, così intervenivo spiegando l’importanza di seguire la terapia in modo esatto. Così davo la terapia prescritta dal medico con le dosi giuste, facendoli tornare ogni volta per le dosi successive. Per fortuna “pronto soccorso” significava solo medicare le prime emergenze, per tutto il resto c’era l’ospedale.

Amavo a volte mangiare velocemente a pranzo per potermi dedicare un’ora in spiaggia o in piscina prima di rientrare al lavoro: era caldissimo l’orario di pausa. Quel giorno presi il mio asciugamano e, indossato il costume, andai in piscina. Una delle 4 piscine era davanti al mare. Mi distendevo nell’acqua seduta sugli scalini fatti da rocce, potevo vedere i turchesi e i celesti miscelati ai blu cobalto del mare, la bianca spiaggia, il disegno in lontananza delle isole che nascevano con la bassa marea. Era un’ora di pace, un’ora solo per me: a volte Maurizio veniva a prendere il sole, a quell’ora tutti pranzavano e non c’era anima viva. Poi assieme ad altri colleghi ci si incontrava. 

Franco è un vero amico: ci conoscemmo sul lavoro, era agli uffici, poteva avere circa il doppio dei miei anni, ma era in sintonia con me perché anche lui amava conoscere il mondo del Kenya, andando oltre il semplice rapporto lavorativo con la gente del luogo. Era il classico bonaccione, sorridente, sempre vestito come se andasse in safari. Non era molto alto, portava gli occhiali, aveva capelli bianchi, con un baffo e un pizzetto curato, sempre impegnato, camminava velocemente. Lo reputo un grande, ha cuore da vendere. Con lui passai quell’ora parlando di noi, quindi con gli altri facemmo un tuffo. Eravamo in ritardo, dovevamo tornare ai nostri doveri, ma nessuno uscì dall’acqua. Marco attenderà: “Sai che faccia se ci vedesse!”, disse qualcuno. Le risate scrosciarono, poi una voce, quella del nostro Marco, irruppe facendo tacere tutti. Disse: “Ecco che faccia!”. L’attimo di sorpresa fu di nuovo accompagnato da nuove risate quando anche lui sorrise dicendo: “Ok, sarò severo a volte, ma oggi vi concedo uno strappo... Però tra 15 minuti tutti al lavoro!”.

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