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Il grande fratello siamo noi

Con i social network cambia anche il significato della parola “amico”

Ven 03 Dic 2010 | di Manuela Senatore | New York
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Oltre a parlare del bisogno di accettarsi e della smania di emergere, il film “The Social Network” racconta i primi passi di Facebook: nel 2003 uno studente di Harvard, Mark Zuckerberg, ha l’idea di mettere in un sito le esperienze e gli avvenimenti dell’esclusivo college. Il sito nasce, lasciando per strada amicizie tradite e battaglie legali e creando una fortuna economica che fa di Zuckenberg il giovane più ricco d’America. In pochi anni, la rete sociale più famosa di Internet rivoluziona il modo di condividere le esperienze, di fare la spesa, di fare affari, di promuovere prodotti e talento. Facebook fa pensare a rapporti superficiali, eppure aiuta a rimanere in contatto con le persone che si conoscono e a ritrovare quelle che si sono perse di vista: fatto importante ora che la gente viaggia e si trasferisce, o in città come New York dove la vita procede di corsa. La gente si unisce, fa cose insieme e poi rivive i fatti condivisi pubblicando e commentando le foto su Facebook. Intanto è cambiato il significato della parola “amico”: spesso s’incontra qualcuno per lavoro, si esce una volta e si diventa amici su Facebook per sempre.

Sempre più tempo virtuale per le attività sociali
Secondo una ricerca della Nielsen, gli americani dedicano ai social network e ai blog quasi 1/4 del loro tempo su Internet (con un aumento del 43% in un anno). Facebook è sempre in testa, tanto che, se fosse un paese, sarebbe il terzo al mondo, solo dietro a Cina e India. Un rapporto della Pew ha riscontrato che i network sociali incoraggiano i giovani a occuparsi di politica, come si è visto con l’elezione di Obama e come si constata con la sopravvivenza del personaggio Sarah Palin, nonostante non ricopra cariche pubbliche. Basta entrare nel sito della Casa Bianca per notare che uno dei titoli principali è il blog del Presidente e che, per rimanere in contatto, i cittadini sono invitati a scegliere tra Facebook, Twitter, MySpace, YouTube, Vimeo e LinkedIn. Grazie al loro seguito, i social media contano sempre di più nel dibattito politico, come dimostra il successo dell’Huffington Post che è uno dei siti piu seguiti d’America.

Una rivoluzione con dei vantaggi
Insieme a Facebook, i social media hanno portato una rivoluzione con alcuni cambiamenti positivi. Dati del Dipartimento dell’Istruzione confermano la correlazione tra alfabetismo e uso dei social network. Scrivere sui blog, comporre messaggi di testo e scambiare messaggi istantanei motiva i bambini a leggere e a scrivere, anche se spesso contorcono le parole e la punteggiatura, usando simboli e forme abbreviate. Wikipedia, Google e YouTube hanno democratizzato l’informazione: questo vale per le nozioni dei libri, ma anche e soprattutto per le conoscenze empiriche. Sempre più spesso si cerca la risposta a una domanda digitandola sulla barra di Google e quasi sempre c’è qualcuno che ha messo in rete la soluzione. Creando un profilo professionale su LinkedIn, si riesce a contattare i datori di lavoro con maggiore efficacia, visto che è diventata la risorsa preferita dalle aziende per trovare lavoratori (l’80% degli impiegati in America è stato assunto in questo modo).

Il nemico è ovunque...
Per i milioni di utenti in America è stato l’ennesimo monito sulla quantità e sul tipo d’informazioni che si rendono disponibili online. Ogni tweet, ogni aggiornamento di stato, ogni foto sono al tempo stesso un’informazione creata per gli amici, ma anche un dato a disposizione di estranei che forse hanno intenzioni meno amichevoli.
Un utente tipico negli USA fornisce aggiornamenti su dove si trova in un preciso momento (tramite Foursquare), su quello che ha acquistato (tramite Blippy), su quello che fa o pensa (tramite Twitter o Facebook) senza considerare quello che un datore di lavoro o un nemico potrebbe fare con quei dati: informare il mondo di avere appena preso una sbornia non è il modo migliore per fare carriera; dire a tutti che si sta per andare in vacanza rischia di attirare i ladri in casa.

... Ed anche la morte va in rete
Caso più tragico è quello di Tyler Clementi, uno studente universitario che a settembre si è suicidato gettandosi dal ponte George Washington, a New York. La sua morte è interamente connessa ai social media: il suo compagno di stanza lo filma con una videocamera nascosta in una situazione scabrosa e poi mostra il video su Internet dandone l’annuncio su Tweeter. Tyler non resiste all’umiliazione e decide di suicidarsi, annunciando l’estremo gesto con un aggiornamento su Facebook pochi istanti prima di buttarsi. Dopo la sua morte è nato un gruppo su Facebook come tributo alla sua vita: in sole due settimane la pagina aveva già più di 100,000 sostenitori. Questa morte ha aperto un dibattito sui social media e sulla diversa percezione di privacy introdotta dai social network: Internet ha introdotto nuove forme di comunicazione, ma anche nuovi tipi di abuso. Il Grande Fratello di un tempo è diventato chiunque abbia voglia di spiare nelle nostre vite virtuali.
 



Attenzione alla privacy
Facebook promette di proteggere la privacy dei suoi iscritti, ma la promessa è stata smentita da un ennesimo scandalo. L’ultimo allarme, lanciato dal Washington Street Journal, riguarda le applicazioni su Facebook che gli utenti utilizzano per i giochi e per altre funzionalità. Usando il numero identificativo dell’utente, le applicazioni riescono ad estrarne le informazioni private (indirizzo, data di nascita, numero di telefono...) per poi passarle ad entità terze, come società pubblicitarie e di ricerca, che le usano per costruire le loro banche dati. Questa scoperta mette in questione la capacità di Facebook di custodire in sicurezza le informazioni personali: quanto sarà facile chiudere una simile breccia considerando che il sito ospita circa mezzo milione di applicazioni?

 


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