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Il coraggio? ╚ rubare pane tostato alla vita

La voglia di vivere del mio bambino Ŕ forte. Tanto da battere anche le mie ansie

Lun 06 Dic 2010 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli
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Quando il padre di mio marito stava morendo, mio figlio, allora duenne, entrava nella sua stanza per sgraffignargli i cubetti di pancarrè tostati. Da un lato la tragedia, dall'altro una primavera che fioriva. La vita è così, inesorabile, non perdona, non ha rimpianti, non prova rimorsi. è un pacato ineluttabile alternarsi di stagioni, persino quando non sono più le stagioni di una volta. Lo scrivo per fare terapia, per ripetermelo e convincermene. Perchè in realtà davanti ai microtraumi della vita questa serenità d'animo scompare in dissolvenza.

Il primo giorno della prima elementare di mio figlio ho pianto. Ho sperato che lui non se ne fosse accorto, preso com'era dalla nuova classe. Qualche giorno dopo, mentre ero accoccolata con lui a letto, mi ha chiesto: “Mamma, ma perché piangevi il primo giorno di scuola?". "Perché mi dispiaceva che tu non fossi capitato con i tuoi amici del cuore della scuola materna". "Ma no, mamma, tu piangevi anche prima di saperlo!"...

A questa domanda è stato più difficile rispondere. Avrei dovuto spiegarli che il suo smarrimento era il mio, le sue ansie le mie, le sue paure... anzi che forse ero io quella preoccupata che non si trovasse bene in mezzo a venti bambini nuovi, insegnanti sconosciuti, sempre fermo nel banco, senza giocare, senza potersi alzare se non per svuotare il temperino. Come dirgli che lo immaginavo come Cappuccetto Rosso in mezzo al bosco, quando magari lui si sentiva Ben 10, l’eroe dei suoi cartoni, che lo credevo sperduto e magari lui era eccitato dalla nuova avventura?

Per fortuna in questo scoramento non ero sola. Per giorni intorno alla scuola vedevo capannelli di donne prese da conversazioni importanti. Che fossero veramente importanti lo si intuiva dall'atteggiamento del corpo, aggressivo, convincente, dallo sguardo concentrato, dalla gestualità nervosa. E se ti avvicinavi sentivi: "perché a me è capitata una maestra che mi hanno detto che l'anno scorso puniva i bambini facendogli alzare le braccia", "Nooo, alzare le braccia. Ma è una punizione corporale! E non sono andati dalla direttrice?", "E la mia maestra di italiano? L'anno scorso insegnava inglese!" , "Nooo, poveri bambini...", "E comunque mio figlio a scuola non ci vuole andare", "Neanche il mio, la mattina mi fa un sacco di storie, un motivo ci deve essere", "Ma quando c'è la riunione?", "Comunque se fossimo capitati nella A...".

Io non lo so perché da sempre la sezione A, di qualsiasi scuola e livello, è considerata la migliore. Secondo me lo è solo per quelli che non ci sono capitati: la sezione A è un modo di vivere autocommiserandosi, una categoria della mente, come dire un "se avessi vinto all'enalotto" oppure un più decadente "tutte a me capitano".

Anche io non mi sono sottratta ai pettegolezzi e alle strategie. Ho fatto in modo, con la mentalità di un giocatore di scacchi, che mio figlio cambiasse banco e compagno. Ho usato tecniche di cinesica, prossemica, semiotica per analizzare il linguaggio del corpo degli insegnanti. Li ho esaminati con sguardo lombrosiano. E alla fine non ho disdegnato di affidarmi al famoso sesto senso. Credo di aver agito con una perizia inferiore, ma con un' attenzione identica a quella di un criminal profiler americano.

Il risultato è stato che mio figlio dimostra di non aver vissuto alcun trauma, non si è mai lamentato di non essere capitato con i vecchi amici, ha legato con i nuovi, si trova bene con le insegnanti. Insomma continua a sgraffignare cubetti di pancarrè tostato alla vita. Mi sono macerata invano. E adesso le mamme parlano dei regali di Natale alle maestre... Si gira pagina.


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