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Mama Kenya capitolo 12

Pubblichiamo a puntate le eccezionali avventure di una lettrice che ha scelto di vivere 3 anni intensissimi in una tribů ‘primitiva’

Mar 07 Dic 2010 | di Lorena Gagliotta | Mama Kenya

Wanjiru, il mio “tassista” a due ruote, mi aveva lasciata al chiassoso mercato di stoffe, al centro di Malindi: quel luogo era popolato da Somali, che vendevano parei di ogni tipo. Volevo comprarne di colori diversi e farmi cucire degli abiti. La trattativa cominciò e infine conclusi l’affare: ne acquistai 3 tipi che trovai bellissimi. Ero soddisfatta, pagai delle noccioline da un venditore insistente e mi avviai verso un’altra meta: il negozio delle spezie. Compravo lì spezie meravigliosamente profumate. Il proprietario, un alto e possente uomo arabo, indossava l’abito tipico arabo kanzu, portava sulla testa il classico cappellino musulmano ed era sempre indaffarato data la vasta clientela. Comprai cannella, cardamomo, chiodi di garofano e altre spezie necessarie per fare il pilaou, il tipico riso fatto con carne di capra o di pollo, a seconda dei gusti, molto speziato. Appena terminate le compere, optai per andare a mangiare qualcosa: ero assetata, il traffico e il caldo mi avevano sfiancata. Mi fermai ad un locale dove la scelta di cibi era varia, gestito da arabi. Il locale era spazioso, sempre pieno: all’entrata vi era un grosso bancone in vetro dove paffuti pani farciti, fritti o al forno, sambusa (pasta fritta con ripieno di carne macinata e verdure molto speziate), chapati, patatine fritte, pollo fritto, rapivano gli occhi di chiunque. I tavoli di legno avevano una grande pala che pendeva dal soffitto, ma il caldo era egualmente soffocante. Mi accomodai ad un tavolo libero, prontamente mi fu cambiata la tovaglia in carta, pulito il tavolo e, chiesto l’ordine, presi una coca fredda, con sambusa. 
 
Sorseggiavo la mia bevanda e guardavo i passanti assorti nelle loro faccende, le mosche non davano pace. Mi alzai non appena terminato il mio pasto, ero soddisfatta, andai verso la cassa e seduto vi era un uomo enorme barbuto, con capelli neri variegati di grigio, sopracciglia folte, sguardo serio e profondo. Salutai pagando, lui accennò ad un grazie, poi veloce passò al conto successivo. Mi diressi al vecchio stage dei matatu, dietro, in un vicolo stretto, nascosto da 3 file di biciclette boda boda, c’era un altro mercatino: si potevano trovare scarpe di vari modelli in gomma nera a soli 2 euro. Non erano il massimo dell’eleganza, ma dato l’uso che ne avrei fatto, chilometri di strade fangose, andavano benissimo e poi duravano tantissimo, come i famosi ndafanawe, scarpe fatte con le gomme delle auto dai Masai, il cui nome, data la durata infinita, significa “morirò con te”. Terminate le compere, cercai Wanjiru, non era lì, probabilmente accompagnava un altro cliente. Scelsi un altro boda e ci dirigemmo verso il villaggio turistico dove lavoravo, ero ignara di chi avrei incontrato quel giorno. Eravamo all’altezza dell’ospedale di Malindi, ero seduta con le gambe messe da un lato soltanto dietro la bici, avevo un vestito arancio stile Africa e non avrei potuto sedermi a cavallo. Una moto, guidata da un uomo bianco, ci sorpassò, mi fissò durante tutto il sorpasso. Forse era incuriosito da una bianca in boda, come io da un bianco in moto a Malindi; poi persi ogni sua traccia. Arrivata alla reception salutai i miei amici e corsi in beauty farm.
 
Circa 10 minuti dopo, sedevo controllando l’agenda, improvvisamente una voce maschile mi distolse: “Hallo!” (Incredibile). Era l’uomo di pocanzi, altissimo, aveva un fisico da giocatore di basket, muscoloso, abbronzato, lineamenti oserei dire perfetti, occhi blu. Si presentò, era Shoan, di origini scozzesi, viveva in Africa da sempre, parlava uno swahili perfetto, si meravigliò del mio parlare la lingua locale, così continuammo il discorso in quella lingua. Shoan mi sembrò simpatico, avevo però capito che non era casuale il suo arrivo in hotel. Domandai come mai si trovasse da noi; tranquillo, sicuro di sé mi rispose che, vedendomi dalla moto, era rimasto incantato dal mio sguardo, poi aggiunse: “Dagli occhi passa l’anima, tu hai un’anima diversa, noi non ci siamo incontrati per caso”. Credo di essere arrossita, per fortuna l’abbronzatura nascondeva il mio color porpora. Poi risposi: “Capisco, ma con me non attacca”. Lui continuò: “Sono un sensitivo, riesco a capire cose che sono dentro gli animi”. Poi mi salutò, afferrando la mano, la sfiorò e mi disse: “Ci vedremo ancora, ti insegnerò ad ascoltare la musica che è nella lingua che parli, lo swahili, sai è dolce musica e tu la balli benissimo…”. Non appena fu andato, le ragazze della beauty mi guardavano scambiandosi risatine, non potei che scoppiare a ridere anche io, poi seria dissi: “No, no, non facciamoci strane idee, è un po’ matto, tutto qui, ma non mi piace. è simpatico e basta”. In effetti mi sembrò un tipo interessante, strano, di certo per me non era altro che una semplice conoscenza. Ancora non potevo sapere che in futuro sarebbe riapparso con la sua enigmatica imprevidibilità. 
 

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